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venerdì 28 dicembre 2018

Lo stadio chiuso è una presa in giro. Il razzismo si combatte con cultura ed educazione

Il fatto è uno di quelli già visti e sentiti: durante una partita di calcio un giocatore di colore, dalla pelle nera, è vittima di ululati razzisti da una parte dei tifosi di casa. Lo speaker dello stadio invita a non rivolgere frasi, cori e qualsiasi espressione possa essere definita razzista, ma invano. La partita finisce e inevitabilmente la questione è - giustamente - materia di discussione mediatica.


Photo Credit: Repubblica.it

Il giorno dopo il giudice sportivo decide di chiudere le porte di San Siro per la gara di Coppa Italia Inter-Benevento e per quella di campionato Inter-Sassuolo, con chiusura della Curva Nord, il settore caldo del tifo interista, per Inter-Sampdoria.

Che questa non sia una soluzione al problema, beh, è evidente a chiunque. Pensare di risolvere la questione degli ululati razzisti chiudendo lo stadio è semplicemente una soluzione miope, una non-soluzione. Usare il pugno duro contro chi il pugno duro lo utilizza come stile di vita è un provvedimento che non ha mai portato a un miglioramento della situazione. E la dimostrazione è il ripresentarsi cronico del problema.

A uscirne vittime, oltre al povero Koulibaly, sono tutti quei tifosi degni di questo nome che non potranno andare allo stadio nelle prossime due partite. Tutti quegli abbonati che allo stadio ci vanno per passione e non per ignoranza. Tutte quelle famiglie che del calcio fanno un motivo di festa e non una questione razziale.

Il risultato sarà vedere uno stadio vuoto senza sciarpe, colori, bandiere ed esultanze per un gol. Uno stadio in silenzio. A uscirne sconfitti saranno ancora una volta il calcio e lo sport. Saranno le istituzioni sportive, incapaci di trovare una soluzione a un problema che non nasce certamente con Inter-Napoli.

L'ignoranza di pochi ha così la meglio sul diritto di molti di vivere la propria passione sportiva. Ignoranza che, è bene ricordarlo, si combatte tramite la cultura e l'educazione. Aspetti che molte istituzioni - o presunte tali - ignorano per prime. Magari facendosi fotografare con quegli ultras che poi in televisione e su Facebook si condannano perché violenti o razzisti.

L'ignoranza di chi va allo stadio per insultare nulla ha a che fare con lo sport. E chiudere uno stadio altro non sarà che dare maggior forza a chi ha così il potere di impedire la celebrazione di un evento sportivo e di ricattare di conseguenza la propria società di calcio.

Il processo è semplice. Chiudi lo stadio, il club paga la multa e perde l'incasso per un certo numero di partite e quando lo stadio riapre si ritrova dentro gli stessi tifosi in grado di tornare a intonare ululati e cori razzisti. E allora al club non rimane che trattare con questi tifosi - o meglio, delinquenti - legittimandoli di conseguenza come interlocutori. 

Qual è la soluzione? Scopiazzare Inghilterra e Germania sarebbe un buon punto di partenza. Qualcosa si è già fatto - come tornelli all'ingresso e steward allo stadio - ma evidentemente non abbastanza. Margareth Thatcher combatté la violenza degli hooligans con norme severe: niente posti in piedi, niente alcol, telecamere di sorveglianza già ai tornelli d'ingresso e addirittura carceri all'interno dello stadio. In più, per i club, la possibilità di bandire a vita i tifosi dallo stadio

Il Taylor Report è un elenco di provvedimenti rigidi grazie a un altrettanto controllo rigido da parte della polizia. La presenza degli steward è fondamentale, ma non sono assolutamente sufficienti e competenti per garantire l'ordine contro la violenza negli stadi. Lo stesso accade in Germania, dove il servizio di polizia viene pagato anche dai club di calcio. Aspetto già proposto qualche anno fa ma che non ha trovato terreno fertile fra le istituzioni sportive e i club. 

La soluzione dello stadio chiuso è una presa in giro. È semplicemente l'incapacità di risolvere un problema molto più complesso che non si ha voglia - e forse nemmeno l'interesse - di risolvere. Parlare di "provvedimenti esemplari" e di "senso di responsabilità", espressioni che fioccano sulla bocca di molti in questi casi, non serve a niente senza decisioni intelligenti. 


sabato 10 marzo 2018

CIAO DAVIDE


Ciao Davide,
è già passata una settimana da quando, come un fulmine a ciel sereno, te ne sei andato lassù. Giustamente il calcio italiano domenica scorsa si è fermato, sconvolto dalla tua scomparsa che nessuno poteva immaginarsi così assurda. Sabato scorso sei andato a dormire nella tua camera d’albergo, magari dopo esserti visto qualche video sul modo di giocare di Zapata e Lasagna, che il giorno dopo avresti dovuto marcare contro l’Udinese. E lì, come ti sei addormentato, non ti sei svegliato più. 



Immagine da Ilgiorno.it 

È davvero assurdo andarsene così e a pensarci viene ancora da chiedersi se tutto ciò sia accaduto davvero. Eri un semplice ragazzo di 31 anni con i suoi affetti e la sua passione per il calcio, così come molti di noi che, non avendo la fortuna di averne fatto una professione, la coltivano sui campetti di calcetto con gli amici. È strano pensare a come, da piccoli, guardiamo al calciatore come all’eroe, al modello che vorremmo un giorno diventare. E poi, quando cresciamo, guardiamo ai nostri coetanei che ce l’hanno fatta con un po’ di sana invidia. Pensiamo che certe cose a certi livelli non possano accadere, come se il mondo del calcio fosse un olimpo di immortali. E invece non è così, non esistono déi ma solo uomini come altri. 




In questa settimana abbiamo assistito al dolore dei tuoi compagni di squadra, che adesso non avranno più i tuoi consigli e le tue indicazioni da capitano. Abbiamo assistito al dolore di tutto il mondo del calcio, troppo spesso concentrato sulle polemiche e sempre meno attento a ricordarsi della sua vera essenza, quella di un semplice gioco nel quale un pallone rotola per entrare dentro a una porta. Quel pallone che tu cercavi di tenere il più lontano possibile dalla tua, spazzandolo di testa e appoggiandolo ai tuoi compagni con il tuo sinistro educato. Chissà quanti pensieri avrai tolto ai tuoi portieri, quanti gol evitati e quanti sospiri di sollievo per i tuoi tifosi. Ma anche i gol segnati, ché ogni tanto ti piaceva anche gonfiarla la rete. Una piazza viola l’altro giorno ti ha dato l’ultimo saluto, fra applausi e lacrime che era impossibile non scendessero. D’altronde bastava guardare la tua faccia pulita e il tuo costante sorriso sereno dentro e fuori dal campo per capire quanto fossi uomo prima che calciatore. Sorrisi che, senza retorica, sono sempre più rari e che dovrebbero essere più spesso presi da esempio per i piccoli che di questo gioco sono appassionati ed affascinati. Facce pulite che dovrebbero valere più dell’ultima moda di esultare o di allacciarsi le scarpette. 

Oggi la giostra del calcio riprenderà il suo corso, perché lo show deve continuare e la vita deve continuare a scorrere. Difficile da capire, difficile da accettare. Quello che è sicuro è però il pensiero che oggi e domani volerà a te, al di là del semplice minuto di silenzio. Così come è sicuro che tu guarderai giù compagni, avversari e tifosi con lo stesso sorriso che ti ha sempre accompagnato. E mentre l’arbitro fischierà il calcio di inizio, scenderai in campo anche tu. Lassù, a marcare gli angeli. 

martedì 14 novembre 2017

L'Italia chiamò. Nessuno (o quasi) rispose.

Trovare le parole il giorno dopo un'eliminazione dai play-off di qualificazione ai Mondiali di calcio non è per niente facile. Forse perché la realtà è che non ci sono parole giuste da pronunciare, né tantomeno riflessioni da snocciolare: quelle saranno da fare a freddo, una volta cominciata a digerire la nuda e cruda realtà. Già, perché dopo sessant'anni l'Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio. 




Poco male, direte: sono tutti sfaticati strapagati a cui non importa niente. E chissà, magari è anche vero. Ma questa sarà una di quelle riflessioni da fare domani o dopodomani o fra una settimana, insieme a quella sullo stato di salute del calcio italiano, dai settori giovanili sempre meno valorizzati agli stadi ancora troppo fatiscenti e inadeguati, passando per società sempre meno italiane. 

Ma oggi, il giorno dopo, dobbiamo solo pensare a cominciare a prendere atto di quello che è successo ieri sera. Partendo dal non nascondere che il non qualificarsi ai Mondiali è un vero e proprio dramma sportivo. Sì, perché quando a giugno cominceranno le partite, noi tifosi italiani non ne vorremo sapere. Anche solo parlare di calcio ci farà venire la nausea, la nostalgia, l'invidia, la rabbia. 

Niente corse al supermercato a fare scorte di birre ghiacciate, niente tricolori esposti su balconi e finestre, niente facce pitturate di verde bianco e rosso, niente Inno cantato a squarciagola né chiacchiere da bar sulla formazione e i pronostici sulle partite del girone. Niente speranze di arrivare in fondo, gara dopo gara, gol dopo gol, sogno dopo sogno. 

Niente di tutto questo, che è svanito ieri sera al triplice fischio di una partita dopo la quale San Siro si è dipinto di un giallo che non avremmo mai voluto si accendesse. Il nostro orgoglio italiano viene ancora una volta ferito da quella Svezia che ci ha fatto assaggiare l'amaro gusto del biscotto con la Danimarca nel 2004, infliggendoci un'altra umiliazione dura da digerire.

La frenesia dell'attesa di un sogno da realizzare questa volta non ci verrà protagonisti, ma spettatori. "Gli italiani perdono partite di calcio come se fossero guerre e perdono guerre come se fossero partite di calcio", disse una volta Winston Churchill. Ed è vero, siamo fatti così. Il calcio è forse l'unico pretesto che ci unisce davvero sotto i colori di una bandiera, l'unico momento in cui sappiamo raccoglierci nel nostro essere italiani condividendo un obiettivo comune. La Nazionale è forse una delle poche cose che ci fa dimenticare le nostre divisioni interne e ci fa sentire una cosa sola. 

La delusione del giorno dopo è forse anche la consapevolezza che tutto questo ci mancherà ancor più della speranza di alzare una coppa salendo sul tetto del mondo. È la delusione di rendersi conto che per noi italiani la Nazionale serve a rispolverare quell'unità che spesso ci dimentichiamo. 

L'Italia chiamò, ma nessuno rispose. O quasi. Sì, perché se c'è chi non ha saputo essere all'altezza, Gianluigi Buffon rappresenta invece quell'unica nota positiva in un concerto stonato di un'orchestra allo sbando. Vent'anni con la maglia azzurra non meritavano di concludersi con una serata così amara, ma il ringraziamento umano e sincero del popolo italiano è sicuramente più forte di qualsiasi sconfitta sportiva. 



Un popolo che da questa caduta ha il dovere e la responsabilità di trovare la forza e l'orgoglio di destarsi nuovamente. 









domenica 4 giugno 2017

CARA JUVE, IT'S NOT TIME AGAIN

"VINCERE NON È IMPORTANTE, È L'UNICA COSA CHE CONTA" [cit.]

Così recita il motto nel colletto delle maglie della Juventus, slogan ripreso da una celebre frase pronunciata da Gianpiero Boniperti, Presidente onorario della società bianconera. Uno slogan che è diventato in qualche modo una sorta di DNA per gli juventini, padroni indiscussi del campionato italiano da sei anni, nei quali nessuno è riuscito a mettere in discussione l'egemonia bianconera. E alla Juventus, a onor del vero, di questo va dato merito, senza se e senza ma.

Slogan che però, allo stesso tempo, è diventato una maledizione per Agnelli & Co. Inutile nascondersi dietro a un dito: il vero obiettivo stagionale era la vittoria della Champions League e i successi in campionato e Coppa Italia non possono essere che un palliativo per nascondere una delusione che definire cocente è dire poco. Vincere è l'unica cosa che conta e quando perdi 4 a 1 non puoi rimangiarti quelle parole. Il DNA della Juve è un'arma a doppio taglio, un boomerang che è tornato indietro, anzi, che sta tornando indietro da ormai 5 finali consecutive, con 7 sconfitte su 9 giocate. Statistiche impietose che le dichiarazioni di "orgoglio per questa squadra" pronunciate da Allegri e Agnelli non possono cancellare.




OSSESSIONE TRIPLETE

Quello che è mancato alla Juventus per la vittoria di questa Champions è stata l'umiltà. Così come nella finale di Berlino di due anni fa persa, per 3 a 1, contro il Barcellona. Allora lo slogan fu #finoallafine, quest'anno l'hashtag lanciato è stato #itstime. Slogan espressione di campagne di comunicazione vincenti fra i tifosi che però non hanno trovato poi vera realizzazione in campo. Ed evidentemente il Real Madrid dell'ex Zidane non era propriamente d'accordo con la profezia bianconera, più deciso a diventare la prima squadra a vincere la Champions per due anni consecutivi che lasciare ai bianconeri l'onore di entrare nel ristretto club del Triplete.

Già, quel Triplete che i bianconeri sentivano già in tasca - come due anni fa - senza fare i conti però con il resto del mondo. Umiltà che nel DNA bianconero non può evidentemente trovare posto, troppo denso dell'ossessione Calciopoli e di quei "35 Scudetti sul campo" che certificano, ancora una volta, la presunzione di una società irrispettosa delle sentenze e della giustizia sportiva, oltre che incapace di ammettere e riconoscere le proprie pesanti colpe. Presunzione incarnata dalla famiglia Agnelli-Elkann, sempre pronta a sottolineare come gli altri non sappiano perdere, salvo poi perdere finali su finali.

Inutile ricordare l'Inter del Triplete, vinto grazie ad un profondo bagno di umiltà, lavoro e soprattutto silenzio. A riscatto di lunghe e pesanti ingiustizie sportive, per buona parte rimaste impunite. Ma questo è un altro discorso, un'altra storia che è troppo bella per essere mischiata a questa.


Photo Credit: Gazzetta.it


TRAGEDIA SFIORATA IN PIAZZA SAN CARLO A TORINO

In questo giorno post Champions, però, le riflessioni sportive e la goliardia da tifosi non possono ignorare e dimenticare la tragedia sfiorata ieri sera a Torino in Piazza San Carlo, con più di 1500 tifosi bianconeri rimasti feriti in un fuggi fuggi generale causato dalla paura per il boato di una transenna caduta nelle trombe delle scale di un parcheggio sotterraneo, misto al probabile scoppio di un petardo che ha generato una psicosi bomba facilmente immaginabile in questo periodo storico di attentati terroristici (l'ultimo proprio ieri sera a Londra). Situazione aggravata dalle molte bottiglie di vetro sparse a terra, andate in frantumi a causa della calca creatasi e che hanno portato le persone cadute a terra e travolte a ferirsi. Viene da chiedersi come sia stato possibile che dei venditori ambulanti siano riusciti a vendere bottiglie di birra quando le forze dell'ordine controllavano addirittura i tappi delle bottigliette d'acqua dei presenti. Ma soprattutto, fa pensare come dal nulla si possa generare una psicosi simile. Qui comunque qualche notizia in più sulla situazione a Torino.

LA MASCHERA DELLA SPORTIVITÀ

Infine, un breve pensiero su chi accusa i cosiddetti "gufi" di non essere sportivi. Sarebbe ora di sfatare questo mito della sportività quando si giocano le competizioni europee: gufare la Juve, il Milan e l'Inter non è anti-sportività, è semplicemente rivalità fra tifosi, generata non a caso da quella fra le tre società. Come tra l'altro hanno fatto gli juventini nel 2010 con l'Inter e nel 2005 con il Milan. Tutti noi, poi, saremo ben lieti di tifare Roma, Lazio, Napoli, Atalanta e tutte le squadre che giocheranno in Europa.

Nel frattempo ci si gode questa ennesima - e meritata - sconfitta della Juve in Champions. Sempre nel profondo e rispettoso spirito goliardico fra tifosi. Lo dicono anche gli Autogol, dai!



#itsNOTtime
#finoalconfine
#amala

lunedì 29 maggio 2017

GRAZIE FRANCÈ, ULTIMO DI POCHI ROMANTICI COL PALLONE FRA I PIEDI

Francesco Totti è sempre stato uno di quei pochi calciatori che ho sempre cercato di comprare al Fantacalcio. Forse per avere la scusa di guardarlo giocare e godere di più ad ogni sua giocata, fosse essa un assist, un gol, un colpo di tacco.


Photo Credit: Il Messaggero

Da tifoso interista ricordo un gol in particolare di Totti. Era il 26 ottobre 2005 e l'Inter ospitava la Roma di Spalletti a San Siro. È il 28' del primo tempo e l'Inter sta perdendo per 1 a 0, gol di Vincenzo Montella al 12'. I nerazzurri attaccano per pareggiare i conti ma perdono palla a metà campo. Totti prende palla, supera Cambiasso, resiste a una scivolata di Ze Maria e si invola verso la porta. Materazzi esce dalla linea difensiva per andargli incontro, ma conosce troppo bene il 10 della Roma per non sapere che molto probabilmente verrà superato. Allora temporeggia, cercando di coprirgli lo specchio della porta. Totti è al limite dell'area, si sposta la palla di esterno destro e guarda Julio Cesar. È leggermente fuori dai pali. Inutile che continui a spiegare come andò a finire quell'azione.




Photo Credit: C'era una volta il calcio
Di pallonetti in carriera Totti ne ha segnati tanti, ma quando a subire un gol del genere è la tua squadra e tu ti alzi in piedi ad applaudire - anche se sei parecchio incazzato - si spiega da sé chi è stato Francesco Totti per il calcio. Estro, classe, genialità, tecnica, fantasia. Ma anche cuore e passione. Sì, perché indossare la stessa maglia per più di 25 anni rinunciando a vincere molti più trofei altrove è qualcosa che non vedremo forse mai più.



Già, con Francesco Totti si chiude una generazione di bandiere. Una generazione di giocatori innamorati di una maglia a qualsiasi costo, nel bene e nel male. Prima di lui Maldini, Del Piero, e Zanetti l'hanno preceduto sulla strada degli addii eccelsi, facendo capire a chi ha goduto delle loro giocate quanto fosse bello guardare le partite di calcio e sognare, anche da grandi, di giocare a imitarle - anche se solo su un campetto da calcetto. 



Alle lacrime di Totti di ieri, di fronte a un Olimpico strapieno, non si sono unite solo quelle dei tifosi giallorossi, che di Francesco hanno fatto l'ottavo Re di Roma. Ieri, di fronte a quelle parole interrotte dalla commozione di un quarantenne che mette da parte il suo giocattolo preferito - il pallone, a piangere sono stati i tifosi di qualsiasi colore. Gli amanti del calcio.


Photo Credit: Repubblica.it
Ed è proprio quando un giocatore così lascia e saluta che ti rendi davvero conto di essere cresciuto guardando alla televisione la generazione di Totti, Baggio, Del Piero, Ronaldo, Zanetti, Maldini, Cannavaro, Nesta, Vieri, Inzaghi e ci fermiamo qui ché la lista è lunga. Leggi i loro nomi e li senti come se fossero stati gli amici che ti hanno accompagnato ogni volta che guardavi o toccavi un pallone. Quei giocatori che ti hanno fatto esultare, piangere e incazzare, facendoti amare e odiare, allo stesso tempo, il calcio. 


Qualcosa che oggi questo sport non riesce più a trasmettere come prima. O forse è solo che sono troppo affezionato a quella generazione di campioni. Una generazione che ha ammainato la sua ultima bandiera ieri, in un fiume dove ogni lacrima ricordava e celebrava un gol, un assist, un colpo di tacco, un cucchiaio. 

Photo Credit: La Mescolanza

Grazie Francé, ultimo di pochi romantici col pallone fra i piedi. 


mercoledì 25 febbraio 2015

STOP AL CALCIO GRECO

Alexis Tsipras, leader di Syriza e neo premier del governo greco, ha fermato il calcio greco. La decisione è stata presa a seguito degli scontri avvenuti domenica scorso fra i tifosi del Panathinaikos e quelli dell'Olimpiacos e fra i tifosi del Larissa e quelli dell'Olimpiakos Volou, con tanto di invasioni di campo e caccia ai giocatori. Violenza che si è poi trasferita anche nell'assemblea di Lega di martedì, con uno scontro fisico fra i presidenti di Panathinaikos e Olimpiacos. 
Tsipras ha deciso quindi di sospendere tutti i campionati delle diverse categorie fino a quando i rappresentanti dei diversi club non saranno in grado di garantire la sicurezza fuori e dentro gli stadi. Uno dei punti di discussione riguarda le normative relative alle telecamere da utilizzare sia dentro che al di fuori degli impianti sportivi, per garantire controllo e sicurezza, sulle quali ancora non c'è un accordo.
Quella di Tsipras è una presa di posizione netta, che farà certamente discutere, anche a seguito delle polemiche relative agli accordi economici con l'UE che hanno messo il premier greco al centro del dibattito pubblico in Grecia. Una decisione che però è anche molto coraggiosa e che sfida apertamente l'anarchia del tifo greco e gli interessi che ruotano attorno al calcio. Decisione che ad esempio non si è presa in Italia a seguito dei vari scandali riguardanti il calcioscommesse, né tantomeno a seguito dell'uccisione di Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso da un poliziotto nel 2007. 
La sospensione del calcio greco - la terza nel corso di quest'anno e non di certo una scelta inedita nel corso della recente storia del calcio greco - crea un precedente importante nel quale la politica e le istituzioni si schierano apertamente e che difficilmente potrà essere ignorato negli altri campionati europei dalle rispettive Federazioni. Una sospensione che infila i bastoni fra le ruote ai numerosi e spropositati interessi economici che ruotano attorno ad uno sport che sembra assomigliare sempre di meno ad uno sport e sempre di più ad una fonte di guadagno non curante delle regole civili e sportive. A volte nemmeno della vita e della morte. 

venerdì 20 febbraio 2015

NON CHIAMATELI TIFOSI

Ieri sera, all'Olimpico di Roma, si è svolto il match di Europa League fra Roma e Feyenoord, terminato con il risultato di 1 a 1. Alcune ore prima però si registrava una grande sconfitta: quella del calcio, ma anche della cultura e del buon senso. I tifosi olandesi in trasferta nella Capitale hanno messo sotto assedio il centro della città, scontrandosi con la polizia e devastando Campo de' Fiori e Piazza di Spagna, con danno stimati oltre i tre milioni di euro per quanto riguarda le attività commerciali.
Fontana del Bernini 
Scene già viste molte volte, non solo in Italia, purtroppo. Se non fosse che a farne le spese questa volta sono state in primis l'arte e la cultura. Già, perché i galantuomini olandesi hanno ben pensato di danneggiare - e non lievemente - la Barcaccia, la fontana situata in Piazza di Spagna, appena restaurata per un costo di circa 200mila euro. Il gioiello del Bernini, riempito di spazzatura, fumogeni e bottiglie di birra, riporta danni superiori a quelli che si potevano prevedere subito dopo gli scontri: oggi è stato effettuato un primo sopralluogo da parte di tecnici e restauratori dal quale risulta difficile riportare l'opera come era prima. 
Inutile dire che è scoppiata la polemica fra il sindaco di Roma, Ignazio Marino, il prefetto e le autorità disposte per la sicurezza e l'ordine pubblico, ma anche con le rappresentanze olandesi e la società del Feyenoord. È in corso il classico giochino del darsi la colpa a vicenda, chiedendo l'uno le dimissioni dell'altro. Ma quello che conta è la straripante ignoranza diffusa fra quelli che non possono essere chiamati tifosi. Il tifoso va allo stadio per tifare, non per devastare. Il tifoso sostiene la sua squadra, canta, balla, esulta, non spacca e devasta ogni cosa che vede. Su giornali e telegiornali in queste ore si legge "La Barcaccia devastata dai tifosi del Feyenoord". In realtà quelli che hanno danneggiato la fontana del Bernini - probabilmente senza nemmeno sapere cosa fosse - chiamateli pure barbari, delinquenti, animali storditi dall'alcol, ma non tifosi. Il tifoso è un'altra cosa. 

martedì 13 gennaio 2015

L'URLO DI CR7

Immagine del Corriere dello Sport
Ronaldo, Messi, Messi, Messi, Messi, Ronaldo, Ronaldo. Questa la sequenza dei vincitori del Pallone d'Oro negli ultimi sette anni, dal 2008 al 2014. Mai nella storia del più importante premio calcistico individuale si era vista una cosa simile: due soli giocatori a contendersi il premio senza rivali. L'anno scorso Ribery e quest'anno il portiere tedesco, nonché Campione del Mondo, Neuer, sono stati elevati a possibili sfidanti del duo argentino-portoghese per la vittoria del premio, rivelandosi però alla fine semplici comparse in una sfida che vedremo portarsi avanti almeno per altri due/tre anni. Già, perché di vera e propria sfida si tratta. Una sfida personale, quella fra il talento argentino e quello portoghese, nella quale i club di appartenenza, Barcellona e Real Madrid, sono semplici teatri di esibizione. Messi e Ronaldo hanno vinto tutto: campionati e coppe nazionali, competizioni europee e internazionali, premi personali, fra i quali la Scarpa d'Oro e appunto il Pallone d'Oro. Hanno battuto record su record, hanno conquistato milioni di tifosi e fatto la fortuna dei loro club, fra sponsorizzazioni, diritti di immagine, clausole rescissorie e, fra l'altro, meriti sportivi.

Una spirale di gol, premi, contratti e scatti fotografici che sembra avere ancora vita lunga, e che ormai ha lasciato un solco indelebile nella storia del calcio. Messi e Ronaldo sono diventati due istituzioni, due divinità calcistiche senza pari che, in uno sport sempre più votato al mito del calciatore star, hanno superato anche pietre miliari come Ronaldo (il Fenomeno) e Ronaldinho. Messi e Ronaldo, Ronaldo e Messi.

Immagine tratta da
www.sportcafe24.com
Due personalità diverse, uno più tranquillo e riservato, l'altro più spaccone ed esibizionista, ma tutti e due con un grande orgoglio, una grande fame di vittorie e una reciproca voglia di prevalere sull'altro. Il dibattito su chi dei due sia il più forte è in corso ormai da tempo e non ha ancora dato una sentenza definitiva, semmai la darà. C'è chi sostiene che Ronaldo sia più forte perché più completo, grazie ad un fisico più esplosivo e ad una maggiore abilità nel calciare con entrambi i piedi e nel colpo di testa, senza dimenticare il fatto di essere riuscito a fare la differenza sia nel campionato spagnolo che in quello inglese, al contrario di Messi che ha sempre e solo giocato in Spagna. Altri danno maggior merito alla Pulce per la sua tecnica raffinata, i suoi dribbling e le sue traiettorie imprendibili, oltre che per il maggior numero di trofei vinti rispetto al portoghese.


Insomma, la sfida è più che mai aperta, e la vittoria di ieri di Ronaldo non fa che alimentarla, portando la stella del Real ad un solo Pallone d'Oro da Messi. Durante la cerimonia di premiazione di ieri, i due si sono scrutati e studiati, proprio come nei campi da calcio: Ronaldo ha ritirato il premio segnando un punto a suo favore e sfidando apertamente il suo rivale Messi, dichiarando la sua volontà di raggiungerlo a quota quattro riconoscimenti. L'ha fatto urlando la sua grinta, la sua sicurezza di sé e la sua spavalderia, mentre lo sguardo di Messi raccoglieva ancora una volta la sfida.

lunedì 10 novembre 2014

C'ERA UNA VOLTA IL CALCIO

È domenica. Ti siedi sul divano comodo, in una giornata di pioggia battente che chiude una settimana di ombrelli e impermeabili. Accendi la tv, ti sintonizzi su Sky, pronto a goderti un pomeriggio di Diretta Gol. Il Milan ha giocato nell'anticipo con la Samp, così come il Sassuolo con l'Atalanta. L'Inter gioca nel posticipo con il Verona, così come la Roma con il Torino, poco dopo la sfida fra Fiorentina e Napoli. Il pomeriggio ti regala solo cinque partite, anzi quattro... Genoa e Cagliari hanno giocato a mezzogiorno e mezzo. Merito dei diritti televisivi e del calcio spezzatino. Iniziano le partite e vedi la Juve in maglia blu. "Ma aspetta un attimo, gioca in casa... perché la maglia blu?", ti chiedi. Quando ti rendi conto che il Parma, la squadra ospite, gioca con una maglia verde fosforescente: "E questa da dove l'hanno tirata fuori? Boh!". Poco male, Diretta Gol passa alla partita di Empoli e vedi la squadra avversaria con la maglia granata: "Ma il Torino non giocava stasera con la Roma? Ah, aspetta... è la Lazio". La Lazio con la maglia granata non te la ricordi, fai uno sforzo di memoria ma... proprio non te la ricordi. Intanto pensi all'Inter che gioca la sera... vince, non vince.. boh, di questi tempi è un mistero anche quello, ma mai quanto la scelta della prima maglia quasi tutta nera a strisce blu sottilissime, quasi invisibili. Per non parlare della terza maglia, blu acceso, roba da farti venire il mal di testa. Poi vabbé, sembra roba figa questa delle maglie strane... le usano pure per le partite europee! L'Inter sempre in blu fluo, la Juve addirittura in verde acceso contro l'Atletico. Per non parlare del fatto che qualche anno fa l'Inter aveva la maglia rossa e la Juve rosa. L'unica squadra che sembra avere una terza maglia decente è la Roma, che si veste di nero. Una maglia sobria, se confrontata alle altre diciamo... originali. Poi oh, potrebbe andare anche peggio, a Napoli giocano con una maglia stile jeans... per non parlare dell'anno scorso che avevano la maglia mimetica come i militari!
Immagine di Sky Sport

No, purtroppo non è pazzia. Le squadre di calcio, oggi, giocano davvero con delle divise che sembrano dei pigiami. Merito del marketing, della moda (?) ormai sbarcata anche nello sport. Ci eravamo appena abituati alle scarpe di colori assurdi. Gialle, arancioni, rosse, blu, verdi, addirittura la scarpa destra di un colore e quella sinistra di un altro. Adesso tocca alle maglie. Una volta erano larghe, con i numeri e i nomi enormi, quasi appena stampati. No, oggi no. Oggi i giocatori entrano in campo quasi come se dovessero fare una sfilata. Pettinati, palestrati, infighettati nelle loro maglie cool e nelle loro scarpe estrose. Eppure qualche anno fa entravano vestiti solo di grinta e voglia di giocare a calcio. No, purtroppo non è pazzia. È realtà. E la realtà è che oggi il calcio non è più uno sport ma un business, dove conta più l'immagine, la società sportiva intesa più come brand commerciale che come squadra, il giocatore come immagine di copertina che come sportivo. Il tutto sotto l'egemonia degli sponsor, che tengono in scacco calciatori e società attraverso contratti milionari, ai quali non si può rinunciare. Sponsor che controllano le partite, sempre più eventi mediatici e pubblicitari che incontri sportivi, che controllano i calciatori, sempre più testimonial di pubblicità, che controllano le società stesse, mutandone, pian piano, l'identità e la storia, semplicemente cambiandone i colori delle maglie. Prima c'era il nerazzurro, il rossonero, il bianconero, il giallorosso, il granata, il biancoceleste: oggi c'è il rosso, il rosa, il nero patinato, il verde, il giallo e il blu fluo. Colori sgargianti, per alcuni entusiasmanti, in un calcio che di entusiasmante ha sempre di meno. 

mercoledì 15 ottobre 2014

SERBIA VS ALBANIA: POLITICA PIÙ CHE CALCIO


41 minuti. Tanto è durata la sfida fra Serbia e Albania, valevole per le qualificazioni agli Europei del 2016. Al lancio di fumogeni in campo l'arbitro inglese Atkinson ha sospeso la partita, sul risultato di parità di 0 a 0. Ma ad alzare la già tesa situazione ci ha pensato un drone con attaccata la bandiera della Grande Albania con raffigurata l'immagine di un leader degli indipendentisti kosovari ucciso nel '98 dalle milizie serbe, la scritta Authochtonos e la data 1912 ad indicare la rivolta albanese in Kosovo. In campo la rissa fra i giocatori delle due nazionali è scoppiata quando il serbo Mitrovic ha strappato il vessillo, provocando la dura reazione dei giocatori albanesi. All'escalation di tensione in campo è seguita quella sugli spalti, dai quali sono volati oggetti - fra i quali seggiolini - e altri fumogeni, costringendo le due squadre a rientrare negli spogliatoi (qui il video). La partita è finita quindi qui, con i giocatori albanesi che non hanno accettato l'invito dell'arbitro a riprendere il gioco, data la non sussistenza delle condizioni  adatte per ricominciare la gara. Quello che ha sorpreso - ma forse non troppo - è stata la presenza in campo di Bogdanov, l'ultras serbo arrestato nel 2010 a Genova per i disordini di Italia vs Serbia, noto come Ivan il Terribile

Bogdanov scende in campo (immagine de La Stampa)
L'ultras sarebbe sceso in campo per trattare e far valere le sue posizioni politiche. Politica che purtroppo si è ancora una volta mischiata al calcio e allo sport, snaturandone la bellezza. La partita fra le due nazionali è diventata purtroppo non il terreno di gioco di un confronto sportivo ma il terreno di uno scontro ideologico e nazionalista fra due Paesi storicamente in conflitto per questioni di indipendenza territoriale ed etnica, tanto che l'ingresso allo stadio era vietato ai tifosi albanesi, essendo permesso l'accesso solo ai possessori del passaporto serbo. Secondo le ultime indiscrezioni il drone sarebbe stato pilotato dall'interno dello stadio da Orfi Rama, fratello del primo ministro albanese, il quale sarebbe già stato arrestato dalle autorità locali. Insomma, un'altra brutta pagina di politica che si impone sullo sport aizzando i nazionalismi di Paesi che ancora hanno vivo il ricordo delle recenti guerre per l'autoaffermazione e l'indipendenza. 

L'attaccante serbo Mitrovic strappa la bandiera attaccata al drone,
provocando la reazione degli albanesi (foto Sky Sport)



martedì 14 ottobre 2014

IL CALCIO DI OGGI INZUPPATO DI CRITICHE

Italia vs Azerbaijan 2 a 1 e Malta vs Italia 0 a 1. Due vittorie che si aggiungono a quella in Norvegia per 2 a 0 e che mandano la Nazionale italiana in testa al girone H insieme alla Croazia (prima per differenza reti). Italia a punteggio pieno con tre vittorie in tre partite nella corsa alle qualificazioni per Euro2016, alle quali si aggiunge la vittoria per 2 a 0 in amichevole contro l'Olanda per l'esordio di Conte sulla panchina italiana: un segnale sicuramente positivo dopo la debacle del Mondiale in Brasile di appena qualche mese fa. Ma la Nazionale di Conte non ha per niente brillato, questo è doveroso dirlo: solo un gol di scarto nelle vittorie contro due squadre non certo irresistibili, diciamo le più facili del girone. Un po’ fuori luogo è però la pioggia di critiche che sta piovendo sulla Nazionale, accusata di essere lenta, impacciata, poco fluida nella manovra e capace solo di sfruttare le palle inattive e quindi il gioco aereo. Sono critiche che ci stanno e che hanno sicuramente del vero: nelle ultime due partite i gol sono venuti da calci d’angolo, come testimoniano i due colpi di testa vincenti di Chiellini contro gli azeri e il tap-in lesto di Pellè su respinta del portiere contro Malta. Sorge però spontanea una domanda: di che Nazionale si parlerebbe oggi se le tre traverse e i due pali colpiti nel corso delle due partite fossero stati invece gol? Se Italia vs Azerbaijan fosse finita 3 a 0 (dato che il gol degli azeri è stato un autogol di Chiellini) e Malta vs Italia 0 a 5 (o quantomeno con più di un gol di scarto), si parlerebbe di una Nazionale impacciata e inconcludente in attacco? Probabilmente no. Si descriverebbe una squadra in grado di imporsi sull’avversario a suon di gol e solidità difensiva. Certo, con i se e con i ma tutto è possibile e opinabile. Quello che preme dire è che bisognerebbe iniziare a smettere di dar fiato a continue critiche: non è pensabile ritrovarsi una Nazionale votata al calcio spettacolo ad appena tre mesi da un Mondiale disastroso (il secondo consecutivo), con tanto di cambio del c.t., dello staff e di molti giocatori. Dopotutto c'è anche chi sta peggio di noi, basti pensare alla Spagna e all'Olanda. Lasciamo tempo a Conte per lavorare: dopo il Brasile si è auspicato un cambio di rotta e più fiducia ai giovani. Conte lo sta facendo, ma nulla viene dal nulla. Quindi basta pressioni mediatiche e più fiducia e… tifo!


#ForzaAzzurri!

mercoledì 25 giugno 2014

Una eliminazione meritata

Sudafrica 2010 e Brasile 2014: Italia eliminata dalla competizione alla fase a gironi. Due eliminazioni clamorose: non accadeva dagli anni Sessanta di venire eliminati per due volte di fila al primo turno. Nel '62 la spedizione in Cile non riuscì a superare il girone che prevedeva come avversari i padroni di casa, la Svizzera e la Germania Ovest, mentre nel '66 fummo eliminati nel raggruppamento che prevedeva Corea del Nord, URSS e ancora una volta Cile. In quest'ultima occasione le modalità della disfatta rispecchiano la recente eliminazione subita ad opera dell'Uruguay di Tabarez: esordimmo battendo i cileni, per poi perdere con sovietici e nordcoreani. Il Mondiale inglese del '66 è quindi in qualche modo lo specchio del brutto Mondiale in Brasile, dove la vittoria contro l'Inghilterra nella prima partita ha illuso squadra e allenatore, incapaci di vincere contro il Costa Rica e almeno di pareggiare contro l'Uruguay. Una eliminazione che si somma alla brutta figura fatta in Sudafrica, quando il rientrato ct Campione del Mondo, Marcello Lippi, non riuscì a portare i suoi agli ottavi di finale. In quell'occasione l'ex allenatore di Juventus e Inter si dimise: dimissioni che sono state presentate anche dal ct Prandelli, il quale le ha definite "irrevocabili". Anche Abete, presidente della FIGC, ha presentato dimissioni "irrevocabili", in una conferenza stampa congiunta con l'ormai ex ct della Nazionale. Dimissioni dovute e inevitabili, in tutti e due i casi, e che sono espressione del "fallimento del progetto tecnico", come lo ha definito Prandelli. Un fallimento che rispecchia più in generale quello del calcio italiano, che va dalla decadenza degli stadi e degli impianti sportivi alla scarsa etica sportiva (vedi Calciopoli e scandalo scommesse), senza dimenticare l'elevato numero di giocatori stranieri nel nostro campionato a discapito dei giovani giocatori italiani che diventano la fortuna e il patrimonio delle squadre straniere. Un calcio in crisi che si traduce in società indebitate e quindi non sane e solide economicamente, ma soprattutto incapaci di competere a livello europeo e internazionale, come dimostra il crollo nel ranking Fifa e la progressiva perdita di posti nelle competizioni europee. Come sempre è facile dare la colpa all'allenatore e chiedere la sua testa: ammettiamo però che in questo caso non può che essere così. Prandelli ha raccolto le ceneri di una Nazionale ormai distrutta, dopo la disfatta dei Mondiali in Sudafrica, con l'obiettivo di riscattarla e riuscendo pian piano a ricostruirla dandole un'identità e delle regole: agli Europei del 2012 l'Italia è arrivata in finale, battendo squadre del calibro dell'Inghilterra e della Germania, dimostrando perlomeno una solidità difensiva e organizzativa; alla Confederations Cup del 2013 è arrivata terza, battendo ai rigori proprio l'Uruguay. Due risultati positivi, anche se erano evidenti alcuni limiti e alcune imperfezioni sui quali però era giusto lavorare nel tempo. Cosa che però non ha portato dei risultati ma una clamorosa disfatta. Il fallimento di Prandelli è quantomeno sorprendente e inspiegabile: la sua dedizione al lavoro e la sua precisione, che tanto bene gli hanno fatto fare nelle squadre di club, erano le qualità giuste per un allenatore in grado di portare dei risultati alla Nazionale. Invece questo Mondiale è nato male, fin dalle convocazioni: il ct non si è dimostrato chiaro nelle scelte, prolungando il mistero sui possibili convocati, ma soprattutto non è mai stato chiaro il modulo e gli uomini sui quali puntare. Sono stati convocati molti attaccanti esterni, come Cassano, Cerci e Insigne e due attaccanti centrali, Immobile e Balotelli. Con un attacco simile sarebbe stato logico giocare con una prima punta e due attaccanti esterni in grado di sfruttare le fasce e l'uno contro uno. Invece niente di tutto questo è stato fatto: il modulo usato da Prandelli, il 4-1-4-1, ha semplicemente imbottito la squadra di centrocampisti, finendo per lasciare solo Balotelli davanti. Altre scelte inspiegabili sono la scelta di Chiellini terzino e Marchisio esterno sinistro nelle prime due partite, ma a questo punto è inutile girare troppo il coltello nella piaga. Prandelli ha fatto delle scelte,  in buona fede e con un progetto tecnico preciso, che purtroppo non ha pagato. Ma ovviamente non è solo colpa dell'allenatore: probabilmente manca un profondo senso di responsabilità e di maturità in molti giocatori, in primis Balotelli, incapace, nonostante il suo talento e la fiducia in lui riposta, di prendersi sulle spalle le squadre in cui gioca. Manca una generazione di giocatori di spessore e non solo di talento, in grado di sostituire gradualmente la generazione dei Campioni del Mondo facendo fare un salto di qualità, come sta accadendo all'Olanda e alla Germania. Si potrebbero fare mille altre analisi tecniche sul calcio italiano, del quale questa Nazionale è l'emblema, ma dobbiamo ammettere una cosa: siamo noi italiani ad essere così, troppo spesso inconcludenti e bravi a parlare.  Una sola cosa è certa: questa è una eliminazione meritata. Evidentemente ci piace così, nel calcio come nella vita. 

lunedì 16 giugno 2014

Azzurri, attenti ai facili entusiasmi!

Pronti, via. Dopo le tante critiche ricevute dalla Nazionale di Prandelli per i due scarsi risultati nelle amichevoli pre-Mondiale (0 a 0 con l'Eire e 1 a 1 con il Lussemburgo), gli azzurri battezzano la competizione brasiliana con una bella vittoria per due reti ad una contro l'Inghilterra dell'ex tecnico interista Roy Hogdson. Una vittoria che dà fiducia ai nostri ragazzi e mette in discesa la strada verso la qualificazione agli ottavi, data la sconfitta inattesa dell'Uruguay contro il sorprendente Costa Rica. Proprio il Costa Rica sarà il nostro prossimo avversario e una vittoria contro la Nazionale dell'America Centrale ci permetterebbe la matematica qualificazione e buone probabilità di arrivare primi nel girone. Vittoria che forse in molti danno già per scontata, data la bella prestazione contro gli inglesi, dimenticando che i costaricani hanno battuto nettamente per 3 a 1 l'Uruguay di Cavani e dell'infortunato Suarez, arrivato quarto agli ultimi Mondiali in Sudafrica nel 2010 e vincitore della Coppa America nel 2011. Facile pensare che sia stato un caso, una delle tante sorprese che il calcio regala a chi lo segue. Ma attenzione: anche noi, italiani esperti di calcio, siamo abituati alle sorprese, in positivo come in negativo. È vero che abbiamo vinto i Mondiali del 2006 contro ogni aspettativa, dopo lo scandalo Calciopoli, ma è anche vero che siamo riusciti a confezionare una magra figura agli ultimi Mondiali in Sudafrica, nei quali non abbiamo ottenuto nemmeno una vittoria nel girone contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Due pareggi e una sconfitta che ci hanno rispediti in madre patria con tanto di sbeffeggio internazionale: un girone che dovevamo stravincere nel quale non siamo riusciti nemmeno ad arrivare secondi. Adesso il pericolo è proprio questo: rilassarsi dando per scontata la qualificazione dopo aver ottenuto i primi tre punti contro la squadra più ostica del girone. La stampa italiana celebra la prestazione tattica e cinica dei nostri, il gol di Balotelli e la bella prestazione di Candreva, la geometria di Pirlo e l'intesa con Verratti: tutto vero, tutto giusto. Ma è giusto anche guardare agli errori commessi e tenere alta l'attenzione: dopo il vantaggio ci siamo subito rilassati e fatti raggiungere dopo due minuti (colossale dormita di difesa e centrocampo nell'azione del pari inglese), ma soprattutto, diciamocelo, abbiamo vinto con intelligenza una partita difficile che poteva finire in qualsiasi modo. Non abbiamo dominato, non abbiamo schiacciato gli inglesi nella loro metà campo sommergendoli di tiri in porta. Insomma, non abbiamo vinto 5 a 1 contro la Spagna campione del Mondo e due volte campione d'Europa. Non è mai stato nelle nostre corde giocare in questo modo aggressivo, è vero. Tattica, attenzione, catenaccio e contropiede sono le nostre armi migliori (vedi Mondiali 2006). Ma proprio per questo bisogna essere prudenti e realisti: se la partita fosse finita in pareggio non ci sarebbe stato nulla da dire. Va bene l'entusiasmo di stampa e tifosi per la vittoria, necessario forse anche per scaricare un po' la tensione delle aspettative, ma teniamo i piedi per terra. Ricordiamoci che ogni volta che la Nazionale italiana è stata osannata e data per favorita, ha deluso le aspettative. A fari spenti invece, possiamo andare molto lontano.

#ForzaAzzurri!  



lunedì 16 settembre 2013

Calcio e violenza

Sabato 14 settembre 2013, ore 19.45 circa: Orsato fischia la fine di un derby d'Italia attesissimo, che vede affrontarsi un'Inter chiusa e attenta, pronta a pungere al momento giusto, e una Juventus forte dei due anni di supremazia in Italia. Una partita che ha visto sfidarsi due squadre rivali da sempre, dai tempi di Moratti e Agnelli senior, agli attuali Moratti e Agnelli junior, e che ha visto l'apice della rivalità nella vicenda Calciopoli. Fin qui tutto ok, è storia del calcio e sarà in costante aggiornamento. Ma a fianco della rivalità sportiva vive una rivalità violenta, fatta di tifosi (se così li si può chiamare) che del risultato hanno poco interesse: che sia vittoria, sconfitta o pareggio, l'importante è comunque trovare il pretesto di insultarsi e fare a botte. Naturalmente ciò è avvenuto anche nell'ultimo duello sportivo fra nerazzurri e bianconeri. Al pareggio immediato della Juve con Vidal al 75' (due minuti prima Icardi siglava il suo primo gol in nerazzurro portando in vantaggio l'Inter) alcuni tifosi della Curva Nord (il tifo caldo dello stadio, per intenderci) hanno pensato bene di andare a zittire alcuni tifosi juventini esultanti, mischiati fra quelli interisti. Una vera e propria spedizione di catechizzazione del tifoso avversario, della serie: "Tu, a casa mia, non ti devi permettere di esultare e fare casino. Zitto e a cuccia". Premesso che per una partita di tale spessore e rivalità fra le due squadre andare a mischiarsi fra i tifosi avversari non è proprio una mossa intelligente, abbiamo assistito all'ennesimo episodio di stupidità e ignoranza. Naturalmente i cretini ci sono dappertutto nella vita di ogni giorno, al lavoro come allo stadio, e non bisogna fare di tutta un'erba un fascio: per fortuna, solitamente, i cretini sono in minoranza. Sarebbe ora però di dare un taglio a questo modo di vivere e pensare il calcio. Sulla strada di ritorno dallo stadio, ci siamo fermati in autogrill per mangiare, ognuno con la sua maglietta o sciarpa nerazzurra. Dopo una decina di minuti sono entrati alcuni tifosi juventini, anche loro di ritorno dalla partita e quindi anche loro riconoscibili dalle loro maglie e sciarpe. Uno di loro si avvicina e inizia ad urlare "Inter merda, Inter merda", per fortuna non supportato dai suoi compari. Ecco la differenza fra il tifoso intelligente che ha a cuore solo la sua squadra, e il tifoso idiota (per non usare termini più offensivi) che ha invece solo voglia di fare casino. Sarebbe bello poter tenere fuori dagli stadi questi individui, visto che alle partite assistono spesso e volentieri anche famiglie e quindi bambini, che andrebbero tenuti lontani da questi cattivi esempi. Sarebbe bello poter andare allo stadio e vedere la partita assieme, fra tifosi avversari, senza doversi preoccupare di tornare a casa sani e integri. Ma purtroppo è un bel sogno e (per ora) rimarrà tale. Non pensiamo però che questa cose accadano solo in Italia. E' vero che in Inghilterra ci sono leggi severe per chi fa casino allo stadio che portano tali individui a non poterci entrare a vita, ma è anche vero che tali tifoserie "vandale" si danno appuntamento fuori, in parchi o parcheggi, esclusivamente per fare a botte (il film Hooligans ne spiega bene le dinamiche). 
E' un problema serio e grosso, di difficile soluzione: cambiare una mentalità sbagliata è difficile e ci vuole tempo. L'unica cosa da fare è sperare che tale mentalità non prevalga, facendo di tutto per mantenere il gioco del calcio uno sport leale, di educazione e di crescita per i più piccoli, attraverso buoni esempi in grado si smentire quelli cattivi.

Azione di gioco durante Inter-Juventus 1-1