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mercoledì 7 dicembre 2016

LA POLITICA È ANCHE SENTIMENTO. BASTA CHE A GUIDARLA SIA LA VERITÀ

Photo Credit: usoeriuso.it 

Da un po' di anni a questa parte ho avuto modo di vivere l'esperienza di scrutatore al mio seggio elettorale. Comunali, regionali, europee, politiche, referendum: ogni tipo di votazione ha meccanismi diversi, non solo politici ma anche e soprattutto sociali. Sì, perché in fin dei conti il voto è anche uno strumento sociale che ci permette di esprimere la nostra idea, condivisibile o meno che sia. È quello strumento che ci permette di dire sì o no a qualcosa - come nel referendum di domenica - oppure di determinare i rappresentanti politici del nostro Comune/Regione/Parlamento. 

E ogni volta, volenti o nolenti, si va a votare anche con i sentimenti, è inutile negarlo. Capita di scrutinare e trovare schede con insulti, battute o scarabocchi, che sono espressione di rabbia, disappunto, rassegnazione. Ma anche un voto espresso correttamente - e con correttamente intendo non nullo - può essere espressione di sentimenti positivi o negativi. 

Certo, il voto è meglio che sia espressione di una scelta razionale e ponderata, ma la componente emotiva è imprescindibile in politica. Simpatie e antipatie fanno parte del gioco e sono le stesse campagne elettorali a determinarle. Sono gli stessi attori politici a far leva sulla pancia - e oserei dire anche sul cuore - degli elettori tirandoli da una parte o dall'altra e la conseguenza delle loro decisioni dentro la cabina elettorale non può che essere - nella maggior parte dei casi, non in tutti - che un voto di pancia (o di cuore). 

È quello che è successo anche domenica con il referendum costituzionale. Osservando le molte persone venute a votare (affluenza molto alta, segno che il referendum era particolarmente sentito) posso dire che il tempo passato dentro alla cabina elettorale è stato in media di due secondi. Questo vuol dire che la maggior parte delle persone è venuta a votare già con le idee chiare, senza aver bisogno di stare troppo tempo a leggere e rileggere il quesito referendario. 



Questo potrebbe voler dire che la gente ha tendenzialmente votato sì o no di pancia/cuore in base ad antipatie/simpatie o che semplicemente si era già informata conoscendo bene il quesito e i contenuti del referendum (superamento del bicameralismo perfetto, abolizione del CNEL, abolizione delle Province, riduzione dei costi della politica). Ovvio che tutti ci auguriamo sia stato il secondo caso a prevalere ma è inevitabile domandarsi se questo referendum sia stato davvero un atto politico sul merito o un voto personale su Renzi, principale autore e promotore della riforma che inevitabilmente o volutamente ha personalizzato questo voto.

Determinare se il 40% del sì sia un completo apprezzamento sull'ex (?) Presidente del Consiglio e il 60% del no una sua completa bocciatura è ancora troppo presto per dirlo: i motivi che hanno portato ai due voti sono molti, diversi e intrecciati fra loro e saranno probabilmente le prossime elezioni, con il senno di poi, a permettere di comprendere il risultato di domenica.

Di sicuro una cosa si può dire: anche fra chi ha votato sì c'è chi ha espresso un voto politico di pancia/cuore. Se fra chi ha votato no può aver prevalso la paura di un cambiamento incerto o l'avversità verso il Governo, fra chi ha votato sì può aver prevalso la speranza di un cambiamento atteso o l'apprezzamento verso il Governo e il suo operato. Al di là del merito sul quesito.

Nei giorni precedenti il voto il dibattito si è incentrato sul non votare di pancia e sul Renzi/nonRenzi. Come se i sentimenti negativi fossero gli unici non giustificabili. Ma è la politica, signori: giocare sulla sfera emotiva per far coincidere la speranza e il sogno con la propria figura politica e la paura con quella dell'avversario. E in questo hanno giocato tutti e due gli schieramenti: quello del no con le bufale sul referendum e quello del sì con la smentita di tali bufale (a suon di altre bufale) e l'idealizzazione della riforma costituzionale come via maestra di un futuro migliore. 

È la logica degli spot elettorali, degli slogan, di chi dice meglio cosa (vero o non vero che sia). È la comunicazione politica. È la campagna elettorale. È raccontare storie, ideali, progetti. È storytelling

In un precedente post avevo consigliato alcune fonti per votare informati, che è la vera discriminante per un voto coerente. Se la parte emotiva di pancia e di cuore è naturale, la corretta informazione è la prova del nove affinché le proprie simpatie/antipatie siano coerenti con la realtà dei fatti. Senza farsi ingannare da bufale e sentito dire. Perché diciamocelo: la politica è anche sentimento e negarlo è solo un nascondersi dietro a un dito. L'importante è che sia la verità a guidare i sentimenti e non viceversa.




sabato 16 luglio 2016

TURCHIA, DOPO IL TERRORISMO ECCO IL COLPO DI STATO

Sono passate poco più di due settimane dall'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul e la Turchia torna ad essere teatro di violenza. Dopo le 42 vittime e 239 feriti targati Isis ecco le almeno 190 vittime del colpo di Stato che la scorsa notte ha visto una frangia dell'esercito turco tentare di prendere il potere con l'obiettivo di destituire Erdogan in nome della libertà civile e politica. 

Recep Tayyip Erdogan, 12° Presidente della Turchia

Un tentativo fallito dopo una iniziale situazione nella quale Erdogan sembrava addirittura in fuga e richiedente asilo in Germania e - pare - Gran Bretagna senza trovare però accoglienza. Un Erdogan che intanto, tramite FaceTime, aveva invitato la popolazione a scendere in strada per difendersi da un colpo di Stato "illegittimo", sperando di far leva su quella maggioranza che comunque lo appoggia nel Paese. E infatti ecco che la risposta della popolazione è prontamente arrivata, con i militari costretti alla resa e adesso in odore di severe sanzioni da parte di un Erdogan che ha promesso che i responsabili "pagheranno duramente per il loro tradimento". 

Erdogan si rivolge alla popolazione tramite FaceTime in diretta sulla CNN turca

Quasi 3000 i soldati "ribelli" arrestati e prima accerchiati dalla popolazione pronta a reagire al colpo di Stato, come testimoniano le immagini pubblicate da Rai News.  Ma cosa ha portato al fallimento di questo colpo di Stato (che Erdogan attribuisce al nemico Fethullah Gulen, imam e politologo turco, dichiaratamente ostile al Presidente turco)? Probabilmente una serie di fattori, in primis una disorganizzazione nell'effettuazione dell'azione rivoltosa da parte di una minoranza dell'esercito che non ha trovato l'appoggio dei militari di rango alto. In secondo luogo una reazione della popolazione probabilmente inaspettata, dopo che i militari avevano bloccato il ponte sul Bosforo e istituito il coprifuoco. 

Un evento che ovviamente ha dei risvolti geopolitici importanti, sia per quanto riguarda la politica interna della Turchia, sia per quanto riguarda il suo ruolo di Stato "cuscinetto" e di mediazione fra l'Europa e il Medio Oriente. 

Di seguito alcuni link per maggiori approfondimenti: 



martedì 21 giugno 2016

A PORDENONE SI CAMBIA: ALESSANDRO CIRIANI È IL NUOVO SINDACO


Alessandro Ciriani, neo Sindaco di Pordenone
Con il 58,81% dei voti al ballottaggio di domenica scorsa Alessandro Ciriani è il nuovo Sindaco di Pordenone. Il candidato della lista civica a lui intestata riporta quindi il centrodestra al governo della città dopo 15 anni di amministrazione guidata dal centrosinistra. Dopo i due mandati di Sergio Bolzonello e l'ultima amministrazione targata Claudio Pedrotti (non ricandidatosi per un secondo mandato) il centrosinistra è costretto a tornare all'opposizione, con la candidata Daniela Giust ferma al 41,19% delle preferenze in un turno di ballottaggio che la vedeva all'inseguimento di Ciriani dopo i 12 punti di distacco accumulati al primo turno (33,23% contro i 45,48% del candidato di centrodestra). Insomma, era già chiaro, a meno di grossi ribaltoni, che Pordenone avrebbe visto di nuovo la logica politica dell'alternanza, ampiamente già nell'aria ancor prima dei turni di elezioni. Dopo tre amministrazioni - l'ultima non particolarmente esaltante - il PD ha dovuto pagare un po' di stanchezza al traguardo, accumulata nel corso degli ultimi anni, nei quali il partito del Premier Renzi non ha dimostrato quella unità di intenti spesa invece proficuamente in passato. 

A livello nazionale il PD ha incassato sconfitte notevoli, Roma e Torino su tutte visto le clamorose vittorie dei 5 Stelle, conservando solo Milano con la vittoria di misura di Beppe Sala. Si è parlato di voto di protesta, di voto contro Renzi e di insoddisfazione di un elettorato - quello di sinistra - che nel PD non si riconosce più. Tutto vero, quantomeno in parte. A Torino probabilmente Piero Fassino paga proprio quella logica dell'alternanza che vede i cittadini ormai propensi a cambiare "guida" dopo tanti anni di fiducia data a un candidato, amplificata ormai da un voto di appartenenza scomparso con la Prima Repubblica, dalla sfiducia verso l'intera classe politica e diciamocelo, sfociata proprio nel voto di protesta incarnato dal Movimento 5 Stelle. E questo ultimo punto è la risposta alla (prevedibile) vittoria di Virginia Raggi nella Capitale. A Roma, se vogliamo, a diventare Sindaco non è stata la Raggi ma proprio il M5S. Diciamo che poteva esserci chiunque al posto della prima donna Sindaco di Roma: dopo i fatti di Mafia Capitale qualunque candidato pentastellato avrebbe indossato la fascia da primo cittadino. A meno che, dicendola proprio tutta, il centrodestra non si fosse autoeliminato ingenuamente (ma questo sarebbe un altro lungo discorso da affrontare). 

Virginia Raggi e Chiara Appendino,
le due candidate del M5S che hanno conquistato Roma e Torino


Insomma, tornando a Pordenone, il PD paga sì l'attuale scarso apprezzamento a livello nazionale, ma anche una fase amministrativa calante a livello locale. Componente fondamentale alle elezioni comunali, dove rispetto al voto di partito si tende a dare molta più importanza alle dinamiche cittadine. E proprio qui il PD non è arrivato compatto al voto, con il Sindaco uscente non ricandidato e la candidata Giust costretta a cercare di salvare il salvabile. Come si appresta Pordenone ad affrontare i prossimi cinque anni? Il Consiglio Comunale vedrà il neo Sindaco Ciriani sostenuto da una maggioranza di 24 consiglieri: 10 della sua lista, 4 della Lega Nord, 4 di Forza Italia, 4 di Fratelli d'Italia e 2 di Autonomia Responsabile. I consiglieri di minoranza saranno invece 16, così distribuiti: 5 per il PD (oltre a Daniela Giust), 2 di Pordenone 1291, 2 del Fiume, 1 della lista Cittadini per Daniela Giust, 1 del Movimento 5 Stelle (il candidato Sindaco al primo turno Samuele Stefanoni) e 3 della lista Giannelli (oltre a Francesco Giannelli, candidato Sindaco al primo turno). 

Di solito il cambiamento porta vento di novità e di nuovo inizio. Se il ritorno ad una amministrazione di centrodestra sarà un bene o un male lo si vedrà col tempo. Di sicuro c'è solo una cosa: la necessità di una classe politica, amministrativa e all'opposizione, che lavori e cooperi per la città. 

In bocca al lupo Pordenone! 

venerdì 11 dicembre 2015

LIGABUE E LE CANZONI DI INCAZZATURA




A che ora è la fine del mondo? Se lo chiedeva Ligabue nel 1994, l'anno della "discesa in campo" di Silvio Berlusconi, all'epoca semplicemente il presidente del Milan e il numero uno di Mediaset, quando ancora oltre all'appellativo de "il Cavaliere" non eravamo abituati a sentir nominare anche quello di "Presidente del Consiglio". Erano gli anni della fine della Prima Repubblica e dell'inizio della Seconda - che forse tanto diversa dalla prima non lo era e non lo è mai stata - ma soprattutto dell'influenza della televisione nei consumi e negli stili di vita attraverso la pubblicità. Una sorta di sogno americano sbarcato in ritardo nel nostro Paese, che ha visto nel buon Silvio l'incarnazione del (presunto) sogno italiano, sfociato poi nel celebre libello elettorale di inizio millennio "Una storia italiana". Rimembri politici nefasti a parte la domanda di metà anni Novanta di un Ligabue ad inizio carriera rimane ancora di attualità: a che ora è la fine del mondo? "Berlusconi diceva che la TV non contava, beh non era proprio così": con quella canzone Liga ha voluto denunciare il potere della televisione sulla gente attraverso l'ironia. 



Denuncia che il cantante di Correggio ha poi inserito in altre celebri canzoni, seppur in maniera diversa ma sempre con il fine di una sorta di "protesta". Come in Baby è un mondo super (Album: Miss Mondo, 1999) o come in Sotto Bombardamento (Album: Campovolo 2.011, 2012), canzone nella quale si prende di mira il ruolo politico della stampa e dell'informazione: 

"Tieni giù la testa che volano titoli... Dicevi che il mondo va cambiato e intanto è lui che cambia te... Tienimi giù la testa che volano news, volano missili...".



L'album più denso di proteste è però Mondovisione (2013), da molti definito un album pieno di canzone "politiche": "È un disco per dare voce allo sfinimento. Non è un disco politico perché anche le canzoni d'incazzatura sono canzoni sentimentali", aveva dichiarato Ligabue in una puntata di Che Tempo Che Fa. Ecco "di incazzatura" è l'espressione probabilmente migliore per esprimere ciò che Ligabue cerca di vomitare fuori ne Il muro del suono e Il sale della terra, canzoni nelle quali non si risparmiano colpi a media, politica e magistratura. 

"... sotto i colpi di spugna di una democrazia... la pallottola è in canna in bella calligrafia, la giustizia che ti aspetti è uguale per tutti ma le sentenze sono un pelo in ritardo, avvocati che alzano i calici al cielo sentendosi Dio..." 


"... siamo il culo sulla sedia... siamo quelli a cui non devi chiedere fattura ... siamo l'opinione sotto libro paga... "



Un cerchio che si chiude con una delle ultime canzoni, Non ho che te, nella quale l'attualità della disoccupazione e di un'economia malata non sono purtroppo un miraggio ma una triste realtà. 



Insomma, quando la musica diventa una bella espressione di critica... 

martedì 9 giugno 2015

COMUNISMO 2.0

Sul sito del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo è uscito due giorni fa - domenica 7 giugno 2015 - un post dal titolo "Regole per uso facebook ed ogni altro social-network.". Leggendo le direttive date dal partito - in quello che si potrebbe definire un vero e proprio Manifesto 2.0 - viene da riflettere a proposito della libertà d'espressione che tanto dovrebbe essere cara ad un partito di (estrema) sinistra. Il post esordisce così: 

"La natura dei social-network spinge oggettivamente all’individualismo e alle peggiori performance di protagonismo. Serve quindi regolamentare il loro uso, seguendo le ispirazioni della dottrina leninista dell’organizzazione. Le discussioni  politiche vanno fatte dentro le strutture del Partito. I pareri e le elaborazioni dei singoli compagni andranno ad arricchire la linea elaborata collettivamente" 



Sostanzialmente non si può esprimere un parere personale sui social a meno che esso non sia approvato dall'apparato. Una concezione alquanto ideologica di politica e di partito che rimanda - con le dovute misure - ad un totalitarismo partitico che non ammetteva idee diverse perché difficilmente controllabili: una sorta di "tutti uniti, tutti insieme, tutti compatti" nel quale dialogo, confronto interno e pluralismo vengono meno, schiavi dell'ideologia del pensiero unico. Tanto da dover dare anche la propria password alla Direzione Centrale, alla faccia della libertà e della privacy. 

Queste le direttive approvate all’unanimità al CC del 6 maggio 2015: 

1) È fatto assoluto divieto a ogni iscritto al Partito (tanto più se dirigente) a fare considerazioni e analisi politiche generali autonome.
2) Queste spettano solo all’account nazionale, a quello del segretario generale, a quello del Ful e del Fronte della Gioventù Comunista.
3) È inoltre vietato ‘taggare’ altri membri del Partito sempre su questioni politiche, storiche, filosofiche e culturali.
4) È invece auspicabile che i membri del Partito e del CC promuovano, condividano e tagghino i post degli organi nazionali.
5) È fatto assoluto divieto ad usare bandiere o simboli del Partito nell’immagine del proprio account personale. Le bandiere ed i simboli del Partito sono esclusivamente rappresentate negli account di Partito ad ogni livello (da quello centrale sino a quello di cellula).
 6) Le stesse modalità di comportamento spettano, a cascata, per i militanti e dirigenti a livello regionale e di federazione.
7) Tutti gli account di Partito (da quelli regionali a quelli della singola cellula) devono comunicare riservatamente alla Direzione Centrale (nella persona del Coordinatore) la password.
8) La pubblicazione di fotografie e filmati di manifestazioni del Partito devono esser improntate alla massima efficacia propagandistica e consapevolezza politica dell’evento.

9) Qualunque violazione verrà da ora in poi deferita alla CCCG.

Regole che tra l'altro poco hanno a che fare con la natura dei social network, il cui fine è quello di creare una rete di opinioni differenti nella quale ognuno è libero di esprimere le proprie idee rendendole disponibili agli altri utenti. Magari leggersi qualcosa di Orwell non farebbe male...  

venerdì 29 maggio 2015

PODEMOS, I GRILLINI SPAGNOLI CAMBIANO LO STATUS QUO DELLA POLITICA IBERICA

Le recenti elezioni amministrative del mese di maggio tenutesi in Spagna hanno visto un netto calo del Partito Popolare del primo ministro Rajoy, che rimane comunque il primo partito del Paese. 
Logo di Podemos (Photo Credit: Wikipedia)


Gli equilibri della politica spagnola - incentrati da ormai trent’anni su un bipartitismo radicato fra Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOS) e il prima citato Partito Popolare (Pp) – vengono però sconvolti da un partito che potremmo definire outsider: Podemos. Il partito guidato da Pablo Iglesias Turrión ha infatti trionfato a Barcellona ottenendo il 25,20% dei voti contro il 22,7% del Pp - che hanno portato la candidata Ada Colau a diventare sindaco della città – ottenendo ottimi risultati anche a Madrid, in un testa a testa con il Pp. A tali risultati bisogna aggiungere il 15% raggiunto nelle amministrative di marzo in Andalusia (Podemos terzo partito) e l’8% raggiunto alle elezioni europee dello scorso anno (Podemos quarto partito spagnolo) che hanno portato al partito 5 eurodeputati al Parlamento Europeo (Podemos ha aderito al gruppo parlamentare europeo Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica, ispirato ai valori della sinistra socialista, comunista ed ecologista). 
La crescita di Podemos all’interno della politica spagnola sposta il suo status quo: dopo il successo di Barcellona Iglesias, segretario del partito e europarlamentare, ha infatti dichiarato che “l’era del bipartitismo in Spagna è terminata. Sfideremo Rajoy per la carica di primo ministro alle elezioni di novembre”. Un obiettivo chiaro quindi per il neonato partito spagnolo, che non si accontenta e vuole andare al governo per cambiare la radicalmente la politica spagnola. 
Il Segretario di Podemos, Pablo Iglesias Turrión
 (Photo Credit: Wikipedia)


Ma come nasce Podemos? Quali sono i suoi ideali politici? Il partito viene fondato il 17 gennaio 2014 da alcuni attivisti di sinistra legati al Movimento 15-M, meglio noto come Movimento degli Indignados, ossia un movimento sociale  che ha riunito molti cittadini nella protesta pacifica contro il governo spagnolo di fronte alla grave crisi economica in cui versava il Paese nel 2011 – protesta tra l’altro ispirata anche alla Primavera Araba che in quel periodo vedeva le società dei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente insorgere contro i rispettivi regimi autoritari. Gli obiettivi di Podemos hanno base negli ideali della protesta degli Indignados, riuniti dallo slogan “Noi non siamo marionette nella mani di politici e di banchieri”, con il fine primario di mettere fine al bipartitismo nella politica spagnola sostituendo il Partito Socialista Operaio Spagnolo nella guida della sinistra. Il programma politico di Podemos consiste quindi in un controllo pubblico delle banche, nell’introduzione di una Tobin Tax sulle transazioni finanziarie (ossia una tassazione su tutte le transazioni sui mercati valutari al fine di stabilizzarli), nell’inasprimento delle pene per i reati fiscali, in un tetto massimo per le rate dei mutui, in referendum obbligatori relativamente ai temi decisionali importanti e all’introduzione del reddito di cittadinanza. (Per maggiori approfondimenti si segnalano gli interessanti articoli del Post e del Guardian sulla breve storia di Podemos). 

Il partito spagnolo ricorda molto il Movimento 5 Stelle in Italia, per obiettivi politici quanto per modus operandi politico. Podemos infatti si scaglia contro i privilegi della classe dirigente e la corruzione, proprio come il M5S, tanto da essere stato ribattezzato in Italia “il partito dei grillini spagnoli”. Inoltre la sua identità politica si raffigura nel suo leader, il segretario Pablo Iglesias Turrión, eletto europarlamentare lo scorso anno ed estremamente duro contro la politica spagnola, proprio come Beppe Grillo con quella italiana. Un modo di fare politica che da molti viene definito populista e reazionario, dati i toni accesi dei comizi del leader spagnolo quanto di quello italiano, che hanno sicuramente una matrice comune nella difficile situazione economica e sociale dei cittadini - basti pensare che Iglesias ha partecipato come No Global al G8 di Genova del 2001. Ha inoltre sostenuto – come Grillo e il M5S – Alexis Tsipras alle elezioni in Grecia chiudendo con lui sul palco la campagna elettorale.


Insomma, dopo il boom dei grillini nella politica italiana ecco il boom dei grillini spagnoli in quella iberica.

lunedì 18 maggio 2015

LA BUONA SCUOLA DI MATTEO RENZI

Nell'ultima settimana ha tenuto banco il dibattito sulla riforma della scuola proposta dal governo Renzi. Molte sono state le proteste dei sindacati, che non ritengono la riforma scolastica all'altezza delle esigenze degli insegnanti, in particolar modo per quanto riguarda precari, supplenti e non di ruolo. Molte sono state anche le critiche mosse al merito della riforma, dalle prove Invalsi all’entità dei finanziamenti alle scuole pubbliche e private, dalla suddivisione delle ore dedicate alle diverse materie fino al ruolo "manageriale" dei presidi. 

Qui di seguito i 12 punti della riforma - denominata "La Buona Scuola" -  presentati dal governo: 


1. MAI PIÙ PRECARI NELLA SCUOLA: 
Un piano straordinario per assumere 150 mila docenti a settembre 2015 e chiudere le Graduatorie ad Esaurimento. 


2. DAL 2016 SI ENTRA SOLO PER CONCORSO:
40 mila giovani qualificati nella scuola fra il 2016 e il 2019. D’ora in avanti si diventerà docenti di ruolo solo per concorso, come previsto dalla Costituzione. Mai più ‘liste d’attesa’ che durano decenni.

3. BASTA SUPPLENZE:
Garantire alle scuole, grazie al Piano di assunzioni, un team stabile di docenti per coprire cattedre vacanti, tempo pieno e supplenze, dando agli studenti la continuità didattica a cui hanno diritto.

4. LA SCUOLA FA CARRIERA: QUALITÀ, VALUTAZIONE E MERITO:
Scatti, si cambia: ogni 3 anni 2 prof. su 3 avranno in busta paga 60 euro netti al mese in più grazie ad una carriera che premierà qualità del lavoro in classe, formazione e contributo al migliora- mento della scuola. Dal 2015 ogni scuola pubblicherà il proprio Rapporto di Autovalutazione e un progetto di miglioramento.

5. LA SCUOLA SI AGGIORNA: FORMAZIONE E INNOVAZIONE:
Formazione continua obbligatoria mettendo al centro i docenti che fanno innovazione attraverso lo scambio fra pari. Per valorizzare i nuovi Don Milani, Montessori e Malaguzzi.

6. SCUOLA DI VETRO: DATI E PROFILI ONLINE:
Online dal 2015 i dati di ogni scuola (budget, valutazione, progetti finanziati) e un registro nazionale dei docenti per aiutare i presidi a migliorare la propria squadra e l’offerta formativa.

7. SBLOCCA SCUOLA:
Coinvolgimento di presidi, docenti, amministrativi e studenti per individuare le 100 procedure burocratiche più gravose per la scuola. Per abolirle tutte.

8. LA SCUOLA DIGITALE:
Piani di co-investimento per portare a tutte le scuole la banda larga veloce e il wifi. Disegnare insieme i nuovi servizi digitali per la scuola, per aumentarne la trasparenza e diminuirne i costi.

9. CULTURA IN CORPORE SANO:
Portare Musica e Sport nella scuola primaria e più Storia dell’Arte nelle secondarie, per scom- mettere sui punti di forza dell’Italia.

10. LE NUOVE ALFABETIZZAZIONI:
Rafforzamento del piano formativo per le lingue straniere, a partire dai 6 anni. Competenze di- gitali: coding e pensiero computazionale nella primaria e piano “Digital Makers” nella secondaria. Diffusione dello studio dei principi dell’E- conomia in tutte le secondarie.

11. FONDATA SUL LAVORO:
Alternanza Scuola-Lavoro obbligatoria negli ultimi 3 anni degli istituti tecnici e professionali per almeno 200 ore l’anno, estensione dell’impresa didattica, potenziamento delle esperienze di apprendistato sperimentale.

12. LA SCUOLA PER TUTTI, TUTTI PER LA SCUOLA:

Stabilizzare il Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (MOF), renderne trasparente l’utilizzo e legarlo agli obiettivi di miglioramento delle scuole. Attrarre risorse private (singoli cittadini, fondazioni, imprese), attraverso incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche. 

Questo invece il video attraverso il quale Renzi ha presentato la riforma, sintetizzandola in 5 punti: 
Photo Credit: YouTube, Palazzo Chigi


1.ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO:
Su questo punto Renzi ha sottolineato il 44% di disoccupazione giovanile, dato fra i peggiori in Europa e per questo l'urgenza numero uno. 

2.CULTURA UMANISTA:
Obiettivo della riforma è quello di puntare sulle materie umanistiche, dalle materie classiche alla storia dell'arte, dalla musica alle lingue. Su questo punto Renzi è stato molto attaccato, sia per quanto riguarda il porre le materie scientifiche in secondo piano, sia per quanto riguarda l'utilizzo del termine errato "umanista" invece del termine corretto "umanistica": una gaffe che ha posto fatto piovere sul premier molti attacchi mediatici e ironie dal mondo del web.

3. PIÙ SOLDI PER GLI INSEGNANTI:
La lotta al precariato e le assunzioni sono il cavallo di battaglia della riforma, con 500 € annuali in più per tutti gli insegnanti e 200 milioni di € da distribuire in base al merito. Quest'ultimo punto è stato molto criticato ma altrettanto difeso dal premier. 

4. AUTONOMIA: 
Secondo la riforma ogni scuola deve avere la possibilità di gestire autonomamente le proprie funzionalità in base alle sue esigenze, le quali si differenziano in base al territorio di appartenenza. Ciò porterebbe ad un maggior potere dei presidi, i quali diverrebbero quasi dei manager: aspetto non gradito da molti, i quali vedono il rischio di una sorta di "anarchia" nelle dinamiche decisionali.

5. CONTINUITÀ:
In questo senso il governo vuole dare continuità all'ambito scolastico con 100mila assunzioni in grado di ridurre il precariato fra gli insegnanti.