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mercoledì 29 luglio 2015

LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI IN INTERNET

Nella giornata di ieri alla Camera dei Deputati è stata presentata dalla Commissione per i diritti ed i doveri in Internet la Dichiarazione dei diritti in Internet, il primo documento relativo ai diritti legati al web prodotto nel mondo a livello istituzionale. 


Photo Credit: iljournal.today


Esso è composto da 14 articoli: 

Articolo 1: Riconoscimento e garanzia dei diritti

Articolo 2: Diritto di accesso

Articolo 3: Diritto alla conoscenza e all’educazione in rete

Articolo 4: Neutralità della rete

Articolo 5: Tutela dei dati personali

Articolo 6: Diritto all’autodeterminazione informativa

Articolo 7: Diritto all’inviolabilità dei sistemi, dei dispositivi e domicili informatici

Articolo 8:  Trattamenti automatizzati

Articolo 9: Diritto all’identità

Articolo 10: Protezione dell’anonimato

Articolo 11: Diritto all’oblio

Articolo 12: Diritti e garanzie delle persone sulle piattaforme

Articolo 13: Sicurezza in rete 

Articolo 14: Governo della rete

Qui il testo completo del documento, che ha come obiettivo quello di salvaguardare i diritti della persona nella sua sfera pubblica su Internet, definito "una risorsa globale e che risponde al criterio della universalità". 


giovedì 5 marzo 2015

UN WEEKEND OFFLINE

Venerdì 27 febbraio. Allo scoccare della mezzanotte ho il telefono in mano – anzi, lo smartphone, preciserebbe un nativo digitale – vado su Impostazioni, spengo il 3G e disattivo il wifi. Spengo lo smartphone, spengo il caro – in tutti i sensi – Mac e vado a dormire. È cominciato il mio weekend senza Internet: il mio weekend offline.
Quella sera avevo letto l’articolo di Beppe Severgnini - grande giornalista che ho sempre ammirato anche per la sua fede interista condita da un pizzico di salutare autoironia (e a noi interisti di autoironia ne serve davvero tanta a volte) – nel quale racconta la sua settimana di digiuno digitale: Sette giorni fuori Rete è il titolo di questo diario di bordo nel quale Severgnini torna agli antichi strumenti che regolavano una volta la vita privata e professionale dell’uomo, come il fax, gli SMS, le chiamate al telefono. Insomma niente Skype, niente social network, niente Google. In poche parole, niente Internet.
Naturalmente Severgnini ha digiunato per una settimana ed è una persona che per il suo lavoro ha bisogno di Internet come il pane per poter rimanere al passo della moltitudine di informazioni che circolano nel nostro mondo, ma lo prendo come modello e mi prefiggo di salutare il web per un weekend.

Sabato e domenica sono a Jesolo alla Festa dei Giovani dei salesiani con alcuni amici: dobbiamo allestire il nostro stand e quindi saranno due giorni pieni e impegnativi. “Bene” – penso – “così non avrò nemmeno la tentazione di guardare il cellulare – scusate, lo smartphone”. E in effetti è così, per due giorni la tentazione è stata nulla, o quasi. Naturalmente con gli amici sono partiti i selfie, le foto, i post su Facebook, i mi piace e i commenti degli amici a casa che ne conseguono. Eppure sono stato bravo, mi dico, perché ho lasciato il telefono in tasca – cari nativi digitali scusate, ma mi sono stufato di chiamarlo sempre smartphone – e in fin dei conti penso che si sia riposato anche lui, non costretto a consumare la sua batteria per Internet e app varie.
Arrivo alla domenica sera e ho la sensazione di aver usato maggiormente il mio tempo. È come quando vai al mare e ti riempi i polmoni di aria buona, buttando fuori l’aria cattiva della città: ti sembra di respirare meglio, di essere in qualche modo più in salute. Ecco, alla domenica sera mi stendo sul letto, continuo a leggere l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio – La regola dell’equilibrio – prima di mettermi a dormire e penso al tempo che ho risparmiato non scorrendo il dito su uno schermo. Ho usato di più la testa, non affidando a Google la soluzione ai problemi e stando attento ai cartelli stradali invece che alla voce di un navigatore. Ho inviato (pochi) SMS come facevo alle medie e alle superiori – cavolo in effetti esistono ancora, alla faccia di WhatsApp e delle sue spunte blu! – e non ho dovuto nemmeno caricare spesso la batteria del telefono.

Va bene sì, è vero, poi dal lunedì è ricominciata la vita online. È forse impensabile eliminare la tecnologia dalle nostre abitudini - a meno che non vogliate vivere alla Christopher McCandless di Into the Wild – ma ogni tanto staccare fa bene. Magari il prossimo digiuno sarà un po’ più lungo. Per respirare ancora meglio.

domenica 22 febbraio 2015

LE RELAZIONI SOCIALI AI TEMPI DI FACEBOOK

Se avete visto The Social Network, il film diretto da David Fincher e sceneggiato da Aaron Sorkin che racconta come è nato Facebook, forse ricordate la scena nella quale un amico di Zuckerberg, il noto inventore del social network più prestigioso, è alle prese con le sue pene d’amore, essendo innamorato di una ragazza della quale però non sa niente. “Sai se è fidanzata?”, chiede il povero innamorato. Ecco il volto di Zuckerberg illuminarsi a queste parole. L’idea che gli viene in mente è brillante: non solo utilizzare il neonato social per conoscere hobby e interessi delle persone, ma anche per poter sapere se la persona che ci piace è impegnata oppure no.
Oggi possiamo scorrere i profili dei nostri amici e conoscere il loro status sentimentale: Single, Impegnato, Fidanzato ufficialmente, Sposato, In un coppia di fatto, Convivente, In un relazione aperta, In una relazione complicata, Separato, Divorziato, Vedovo. E naturalmente possiamo conoscere qualsiasi altra cosa, dal luogo di lavoro a quello di residenza, dalle relazioni familiari a quelle di amicizia. Insomma, si può condividere e conoscere tutto, o quasi, avendo un profilo generale di tutti. Eh già, oggi è così che funziona, volenti o nolenti. Se nelle vecchie generazioni per conoscere qualcuno bisognava chiedere un appuntamento, frequentarsi, scriversi e telefonarsi, oggi bastano pochi click per potersi già fare un’idea complessiva.
Certo, condividere informazioni personali sul web è una libera scelta. Il problema è il crescente flusso di informazioni che ne aumenta la richiesta, spingendoci inevitabilmente a dover rinunciare sempre di più ad un pezzetto della nostra vita privata rendendola pubblica. Il rischio infatti è quello di rimanere tagliati fuori: oggi non avere un profilo social rischia di precluderti di essere connesso con i tuoi amici, ma anche di ottenere opportunità di lavoro.
Immagine Flickr
Oggi si comunica sempre più velocemente e con più persone contemporaneamente: sono nati prima i gruppi su Facebook e le chat allargate su Messenger, poi WhatsApp e la possibilità di messaggiare in maniera comoda e istantanea dal proprio smartphone. I messaggi volano in una frazione di secondo e addirittura possiamo vedere se il nostro interlocutore ha visualizzato il messaggio oppure no. Alla faccia della privacy.
Tutto ciò ha inevitabilmente mutato i rapporti interpersonali di ognuno di noi. Basti pensare, ad esempio, che secondo l’Associazione degli avvocati matrimonialisti WhatsApp è la causa del 40% dei divorzi italiani come prova di tradimento. Abbiamo centinaia di amici su Facebook e di follower su Twitter e su Instagram. Eppure, nella vita reale, quanti di questi sono davvero nostri amici? Capita addirittura di incontrare per strada, nella vita reale, uno dei nostri amici virtuali senza nemmeno salutarsi. Condividiamo con essi foto, pensieri e ogni genere di informazione sul web, ma probabilmente non lo faremmo nella vita reale, nella quale le modalità di comunicazione non sono intermediate da schermi. O almeno per ora. Già, perché stiamo assistendo ad un mutamento dei comportamenti sociali sempre più influenzato dal ruolo dei social network nella nostra vita. Ruolo che probabilmente sta diventando sempre più importante e invasivo.
Ci si potrebbe dilungare interrogandosi sull’uso delle nuove tecnologie e dei social network, concludendo che la tecnologia è in costante evoluzione e che l’unica soluzione consiste in un suo uso responsabile. Il punto più importante però è lo spazio che noi le concediamo nella nostra vita, lasciando che essa guidi le nostre relazioni. Nella maggior parte dei casi forse non ne siamo nemmeno consapevoli, eppure basta uscire la sera, sedersi ad un tavolo al bar per bere una birra e fare due chiacchiere, e vedere i tuoi amici che guardano continuamente il cellulare, magari per rispondere ai commenti del selfie che vi siete appena scattati e che è stato immediatamente postato su Facebook.

Certo, inutile demonizzare i social e la tecnologia, li usiamo tutti e saremmo degli ipocriti a sostenete il contrario, magari immaginando una società priva di essi. Forse si starebbe meglio, o peggio, non lo sappiamo. Ciò che dobbiamo difendere però è la bellezza di una parola, di un bacio, di un abbraccio e di un sorriso donati di persona, faccia a faccia e non attraverso uno schermo freddo.

lunedì 17 novembre 2014

BLACK MIRROR: LA DERIVA DELLA TECNOLOGIA IN UNA SERIE TELEVISIVA

Solo un decennio fa poter fare chiamate, mandare messaggi e fare registrazioni audio era una vera e propria novità in grado di cambiare gli stili di vita: con il telefono cellulare (il primo fu inventato da Martin Cooper, direttore della sezione Ricerca e sviluppo della Motorola nel 1973 ed era grande quanto una valigetta... diciamo un telefono portabile ma scomodo) era possibile scambiarsi velocemente messaggi, i famosi SMS e chiamare una persona senza dover entrare in una cabina telefonica. I primi avevano lo schermo in bianco e nero, poi arrivarono i modelli a colori, poi quelli con cui potevi fare i video e le foto, infine oggi gli smartphone, dei veri e propri mini computer con i quali si può fare tutto. Forse anche troppo. In un decennio il mercato della tecnologia si è concentrato tutto sullo smartphone, il telefono intelligente. Fotocamere, videocamere, computer, agende, registratori vocali: tutto concentrato in un semplice telefono dove fare una telefonata non è più la funzione principale. Addirittura grazie a questo semplice apparecchio rettangolare si possono fare collegamenti live, reportage, documentari, film e quant'altro: basti vedere le tecniche del giornalismo moderno e il citizen journalism. Smartphone, tablet, televisioni digitali, schermi in 3D: la tecnologia non si ferma, corre veloce. Dieci anni fa chiamare da un cellulare era una rivoluzione comunicativa e certamente nessuno avrebbe pensato allo smartphone. La domanda è: fra dieci anni cosa ci sarà? Come comunicheremo? Oggi si parla di una società super connessa, digitale, multimediale, nella quale si sta perdendo il contatto fisico con le persone, nella quale la natura mediale supera quella umana e relazionale. Siamo nell'era di Skype, di Oovoo, dei social network, di WhatsApp: proprio quest'ultima app, con le due spunte blu che permettono di verificare se il destinatario ha letto o meno il messaggio, sta sempre più regolando i rapporti delle persone (non a caso Facebook ci ha speso un bel po' di soldi per comprarsela). 
Immagine tratta da blogosfere.it

E fra dieci anni? Già, fra dieci anni, cosa ci sarà invece? Charlie Brooker ha ideato una serie televisiva, Black Mirror, giunta alla seconda stagione: ognuna contiene tre episodi, le cui trame sono scollegate e indipendenti, nei quali si cerca di immaginare quella che può essere la deriva di una società nella quale la tecnologia cresce a dismisura diventando il pilastro centrale della vita dell'uomo. Cip della memoria, schermi sui quali guardare i propri ricordi, avatar, esperienze virtuali: questo potrà essere realmente il futuro, una realtà virtuale fatta di Google glass all'ennesima potenza. L'uomo e la tecnologia, un rapporto che ha sempre avuto nel progresso scientifico il suo pilastro, tutto per migliorare la vita dell'uomo. Oppure per peggiorarla... 

lunedì 23 settembre 2013

Gianni Riotta a Pordenonelegge.it: << Il web ci rende liberi? >>

Il web ci rende liberi? Questa è la domanda che si è posto Gianni Riotta, scrittore e giornalista, ospite della XIV edizione di Pordenonelegge.it , festa del libro con gli autori. Intervistato da Giovanni Marzini, Riotta ha parlato del suo ultimo libro, Il web ci rende liberi? Politica e vita quotidiana nel mondo digitale, che ha come oggetto d'analisi il rapporto fra web (social network, siti internet, blog ecc.) e la vita quotidiana di ognuno di noi. Che il web sia entrato (prepotentemente?) nella nostra vita, trasformandola radicalmente, è un fatto evidente e innegabile. Sempre di più vediamo individui di ogni età, soprattutto fra i giovani, con smartphone, tablet, pc e altre apparecchiature elettroniche in mano, pronti a navigare su internet condividendo foto e altri contenuti. Condivisioni, soprattutto attraverso i social network (Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn ecc.), che portano gli utenti a rinunciare ad una parte della loro privacy, rendendo la sfera pubblica sempre più ampia rispetto a quella privata. E' in atto una vera e propria rivoluzione digitale, sancita da un passaggio, quello dal XX al XXI secolo, che rappresenta la transizione massa-individuo. Questa è, secondo Riotta, la chiave di lettura del successo del web e della sua influenza nella vita di ognuno, in quanto si è passati da una comunicazione di massa ad una comunicazione personalizzata, dovuta alla continua differenziazione degli individui e dei loro interessi. La crisi del giornalismo della carta stampata, non è però dovuta al web, ma alla domanda dell'opinione pubblica al mondo dell'informazione. Se nel Novecento, il secolo delle masse, bastava un solo telegiornale o un solo articolo di giornale a soddisfare il bisogno di informazione della gente, nel secolo dell'individuo ciò non è più sufficiente: la differenziazione degli interessi necessita una pluralità di fonti di informazione in grado di soddisfarli (quasi) tutti. Da qui il successo del web, che grazie alla sua vastità, è in grado di fornire una molteplicità di contenuti, dando voce ai più svariati punti di vista. Non è un caso se televisioni, radio e giornali, abbiano tutte un sito internet e un account sui principali social network: si è creata una vera e propria fusione fra nuovi mezzi di informazione e media tradizionali. "Internet è diventato il nostro modo di interfacciare la realtà. Online è semplicemente il modo attraverso il quale noi, cittadini del XXI secolo, affrontiamo la realtà", sostiene Riotta. Insomma, che si abbia un account o no sui social network o una connessione a internet, siamo tutti online, perché ciò che ci riguarda della vita di ogni giorno viene comunque letto e interpretato anche e soprattutto con gli occhi della Rete. Modello del passaggio dalla comunicazione di massa a quella personalizzata è, per Riotta, la comunicazione di Papa Francesco. Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentano l'espressione di una comunicazione di massa, dove l'obiettivo era raggiungere una grande quantità di persone: Wojtyla parlava nel periodo della Guerra Fredda e del comunismo sovietico, Ratzinger parlava nel periodo del dibattito sul relativismo. Oggi invece vediamo la massima autorità della Chiesa telefonare alla gente comune, quella gente spesso dimenticata e alle prese coi problemi della vita i quali, in fin dei conti, fanno per primi parte della realtà. Bergoglio non parla alle categorie, ma ai singoli: per lui non ci sono gli omosessuali ma l'omosessuale, non le vedove ma la vedova, non i malati ma il malato. La sua è una comunicazione diretta all'individuo; è una comunicazione personalizzata, motivo del suo successo su Twitter, nonostante non sia lui a scrivere in prima persona. 
In conclusione, il web ci rende liberi o no? Secondo l'autore sì, a patto che nella vita di tutti i giorni si torni a parlare fra persone, attraverso il confronto e il dibattito, altrimenti il web ci renderà schiavi dei poteri, dell'anonimato e del populismo, che non lasciano spazio alla critica ma creano una vera e propria macchina del consenso.

Gianni Riotta fotografa il pubblico di Pordenonelegge.it al teatro Verdi 

domenica 2 giugno 2013

SOCIETA' 2.0

Nell'era della banda larga e delle connettività veloci le nostre vite si stanno adattando alle esigenze e alle caratteristiche delle nuove tecnologie. Computer, tablet, smartphone e compagnia bella sono ormai parte integrante del nostro modo di vivere. Il telefonino non solo è uno strumento in possesso di tutti, ma si è evoluto nel mini computer che ti permette di accedere a contenuti su internet, condividerli ed elaborarli istantaneamente in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo: telefonare e mandare messaggi sono quasi diventate azioni preistoriche, tanto ci si può chiamare su Skype e mandare messaggi con WhatsApp. Insomma, è tutto in continua evoluzione e anche noi, di conseguenza, ci evolviamo costantemente. La domanda da porsi è: in bene o in male? Difficile dare un giudizio esatto. Bisognerebbe valutare pregi e difetti e tirare le somme, ma ognuno interpreterebbe la questione comunque secondo il suo punto di vista. Per alcuni il telefonino e le apparecchiature elettroniche sono vitali, chi per lavoro, chi per svago. 
Ma questo non è certamente un bene: da un lato per i danni alla salute ai quali si può andare incontro, come ben documentato  dalle Ienedall'altro perché si rischia di diventarne schiavi: ore e ore passate davanti al pc o attaccati al telefonino che si trasformano in giorni, mesi e anni; tutto tempo che poteva essere, nella maggior parte dei casi, utilizzato meglio. Basta dare un'occhiata alle persone nei luoghi pubblici, dai bar ai ristoranti, dal teatro al cinema: la maggior parte è occupata su Facebook, a giocare col cellulare o a cercare contenuti inutili su internet per passare il tempo, ad esempio durante l'intervallo di un film. E se invece di pigiare tasti e strisciare dita su uno schermo ci facessimo una bella chiacchierata col vicino di poltrona al cinema? L'interazione verbale e la comunicazione diretta, concreta e tangibile sono alla base dell'instaurazione di relazioni vere, cosa che non possono fare nessuna chat e nessun commento sui social media, che al massimo possono dar luogo a relazioni interattive e non tangibili. Che poi, c'è da dirlo, uscire con gli amici e farsi gli affari propri col cellulare, non è neanche tanto educato. Il colmo è pagare il biglietto per vedere un film e passare il tempo a cazzeggiare su Facebook: la sala del cinema si trasforma in un panoramico flusso di luci nel buio. Tanto valeva rimanere a casa e risparmiarsi i soldi, no? 
Naturalmente è inutile demonizzare la tecnologia, che senza ombra di dubbio ci permette di migliorare la qualità della nostra vita in diversi aspetti, come 
e-government e e-democracy ci dimostrano. Basti pensare soltanto all'enorme capacità comunicativa della quale disponiamo, che ci permette di comunicare con chiunque, in qualsiasi momento a prescindere da qualsiasi distanza. 
Allora la risposta a questo problema può essere sintetizzata così: bisogna imparare ad usare la tecnologia con responsabilità, senza diventarne schiavi. Lo sviluppo della nostra personalità può avvenire solo attraverso interazioni reali, il resto è una maschera costruita ad hoc per essere accettati dalla società.