lunedì 21 dicembre 2015

CONTRABBANDO E TELEVISIONE: LA "COMPONENDA" RACCONTATA DA CAMILLERI



Immagine: Sellerio

Se pensi a Camilleri pensi al commissario Montalbano e se pensi al commissario Montalbano pensi a Camilleri. Ma Andrea Camilleri non è solo l'inventore di un personaggio popolare che tanto bene incarna la Sicilia e il fascino del Meridione e delle sue usanze: Camilleri è anche un pozzo di conoscenze e uno scrittore che, qualunque cosa racconti, ti tiene incollato alle pagine che magistralmente riempie. E allora può essere che ti ritrovi a sfogliare un piccolo saggio, La bolla di componenda, nel quale aneddoti e storie raccontano una realtà spesso triste per la nostra amata Italia: quella del compromesso, del tacito accordo, dell'interesse nascosto, del patto fra gentiluomini (volendoli così chiamare). 

Eccone un piccolo esempio, una storia che Camilleri racconta all'inizio del saggio, il cui protagonista è Giorgio Vecchietti, allora direttore del TG2. 

<<Come saprai (riferendosi a Camilleri, ndr), per un certo periodo sono stato direttore del telegiornale della seconda rete, di area laica. Il mio proposito era di fare un giornale più mosso e vivo rispetto a quello della prima rete, che era accademicamente governativo. Così, cominciai col togliere di mezzo quei servizi che mi parevano minori e di nessun interesse nazionale. Abolii, per esempio, quelli che si riferivano al "taglio del nastro", oppure alla "posa della prima pietra". Cioè a dire: minuti preziosi del notiziario venivano dedicati a un sottosegretario che posava la prima pietra dell'erigendo canile municipale a Piovasco di Sotto o a un onorevole di riguardo che tagliava il nastro di una nuova mulattiera tra Pantano e Pozzanghera, ridenti paesini delle montagne friulane. Erano chiaramente servizi sollecitati dal politico locale per esaltarne l'immagine o per scopi puramente elettorali. Ebbi qualche rimostranza ma la cosa finì lì. Un altro tipo di servizio che abolii era quello che si poteva intitolare "Brillante operazione della Guardia di Finanza". La sequenza visiva era sempre la stessa: una motovedetta della Guardia di Finanza si accostava a un natante, nave o peschereccio che fosse, i militi andavano all'arrembaggio, dalla stiva cominciavano ad emergere casse di sigarette di contrabbando, sempre e curiosamente della stessa marca (ma questo lo visualizzai dopo l'incontro che sto per dirti) che venivano poste sotto sequestro. Qui non potevano esserci rimostranze e infatti non ce ne furono: i servizi tranquillamente sparirono. Qualche tempo dopo mi stavo dirigendo a piedi verso casa nei pressi del Pantheon, era un mite ottobre romano che proprio invogliava alla passeggiata. Stavo percorrendo una via molto stretta quando dietro di me lampeggiarono i fari di un'auto. Credendo che volesse strada, mi accostai al muro. Invece, arrivata alla mia altezza, l'auto, una macchina di gran lusso, si fermò dolcemente, vidi aprirsi lo sportello posteriore e sentii una voce civilissima e suadente invitarmi:
"Dottor Vecchietti, mi permette di accompagnarla a casa?"
Mi sembrò scortese rifiutare. Montai e la macchina si mosse lentamente. Dentro aleggiava l'odore di una raffinata colonia, le fodere erano di cuoio autentico. Pur con la poca luce, mi resi conto di non aver mai visto prima l'uomo che mi sedeva accanto. 
"Ci conosciamo?" domandai.
"Lei non mi conosce. Io invece la conosco di fama".
"Oddio, di fama!" mi schermii.
Ci fu una pausa brevissima. Poi quel sessantenne urbano e distinto venne al dunque. 
"Il nostro incontro non è dovuto al caso. L'ho fatta seguire dal mio autista fin dal momento in cui è uscito dall'ufficio. E non era mia intenzione disturbarla né a casa né al suo posto di lavoro. Avrei da sottoporre un piccolo problema alla sua squisita cortesia".
Non mi stava chiedendo un favore. Agiva da inglese come inglese era la stoffa del suo vestito. Proseguì senza darmi il tempo di un commento. 
"Lei ha dato ordine ai suoi redattori di non effettuare né trasmettere servizi dedicati all'eliminazione del contrabbando di sigarette. Vorrei farle capire come questa sua disposizione finisca col ledere precisi interessi".
"Lei appartiene alla Guardia di Finanza?" sbottai, alquanto irritato.
Il signore mi guardò stupito.
"Io? No, lei è del tutto fuori strada. Cercherò di spiegarmi meglio che posso. Dunque, il Comando della Guardia di Finanza di, mettiamo, Barletta, riceve una soffiata come si dice in gergo, una segnalazione anonima. Però così circostanziata da essere degna di fede. In una data precisa, alle ore ics di notte, a tante miglia dalla costa, una nave contrabbandiera sarà in attesa di mezzi di trasbordo della merce. Contemporaneamente con lo stesso sistema viene avvertito il corrispondente locale del telegiornale, il quale tanto si mette a brigare che alla fine vien fatto salire a bordo di una motovedetta. Anche lui deve fare il suo mestiere, no? L'operazione ha successo, il tutto viene filmato e trasmesso. E così ognuno ha avuto il suo tornaconto. Mi sono spiegato?"
"Lei si sarà spiegato benissimo" ribattei "ma io non ho capito niente lo stesso".
Paziente, sempre sorridente, il signore ripigliò a parlare. 
"Mi segua con attenzione, per favore. Per merito della cosiddetta brillante operazione, le guardie impegnate ricevono elogi, encomi e promozioni. Soddisfatti, riposano un poco sugli allori, quel tanto che basta perché il contrabbando possa, in quella zona, continuare indisturbato. È chiaro, ora?".
"Chiarissimo. A rimetterci è solamente la società che produce sigarette".
Il signore si permise una risatina educata.
"Sta scherzando, vero? L'operatore televisivo ha filmato casse che, contenendo merce di contrabbando, dovrebbero essere rigorosamente anonime. Invece, guarda caso, su ogni cassa c'è stampata, a caratteri cubitali, la marca delle sigarette. Quando quelle immagini passano in televisione, equivalgono, egregio amico, esattamente alla spesa che si sarebbe dovuto sostenere per un carosello pubblicitario". 
Rimasi senza parole. Eravamo intanto arrivati nella strada dove avevo casa. 
"Io abito al numero..." cominciai. 
"Lo sappiamo" disse il signore stringendo calorosamente fra le sue la mia mano. "Ci rifletta, dottor Vecchietti. Non spezzi un equilibrio, non rompa una componenda faticosamente raggiunta".
"Componenda?".
"Sì, un patto non scritto, un gentleman's agreement".
Ero arrivato, scesi. >>

martedì 15 dicembre 2015

DIGNITÀ PIÙ CHE INDIGNAZIONE ALLA IX EDIZIONE DE "LA LEV A PORDENONE"


Giustizia, misericordia, giovani e cultura. Queste le parole chiave per descrivere la IX edizione dell’evento culturale «La Libreria Editrice Vaticana a Pordenone. Ascoltare, leggere, crescere» che si è tenuto nella città friulana dal 17 al 29 ottobre 2015. Una rassegna ormai diventata abituale e che vede la LEV in sintonia con la cittadinanza pordenonese attraverso una sensibilizzazione in grado di toccare diverse tematiche legate all’attualità grazie anche alla presenza di ospiti illustri.
Se l’anno scorso la rassegna era stata impreziosita dalla presenza di p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica, e dal card. W. Kasper, presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, quest’anno Pordenone ha potuto accogliere, fra i tanti ospiti, personaggi del calibro di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e già ministro della Giustizia e il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.
Il tema della giustizia è stato affrontato da Flick nel corso di alcuni appuntamenti in occasione dei quali l’ex guardiasigilli ha incontrato gli studenti del territorio spiegando loro il concetto di dignità presente nella Costituzione e denunciando un luogo comune oggi imperante: quello di essere spesso indignati verso qualcosa senza poi riconoscere la dignità nei confronti delle persone fragili ed emarginate.
Giovanni Maria Flick, ex Ministro della Giustizia

In merito al concetto di corruzione l’ex ministro della Giustizia – che nel corso della rassegna ha anche presentato il suo libro Elogio della dignità (pubblicato per i tipi della LEV) – ha posto l’accento su una urgente necessità di semplificazione delle leggi accompagnata da un recupero del senso di legalità: «Solo così, grazie anche a una efficace prevenzione, sarà possibile combattere la corruzione» – ha detto.

La parola «misericordia», perno del Giubileo indetto da papa Francesco a partire dal prossimo 8 dicembre, è risuonata in uno dei momenti più caratterizzanti della rassegna, con la consegna della corona del rosario inviata da Bergoglio a ciascuno dei 70 detenuti del Carcere di Pordenone. Per Flick «la detenzione ormai non può essere l’unica pena» e citando la Costituzione ha poi ribadito come «la permanenza nel carcere per le persone deve avere una reale finalità educativa».
No a una comunicazione autistica
Per don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, si deve superare il luogo comune che le pene severe siano sinonimo di tranquillità e sicurezza per la popolazione e proprio per questo ha dichiarato che il Governo più che destinare tutte le risorse disponibili a ristrutturare le carceri deve pensare anche a finanziare le iniziative alternative. Su questa linea anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità nuova e cappellano del Carcere minorile Beccaria di Milano, che ha annunciato un progetto – in programma dal prossimo gennaio – di fornire un salario minimo di reinserimento da destinare ai giovani poveri che escono dal Beccaria per evitare che ritornino a delinquere.
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera
La IX edizione della LEV a Pordenone ha avuto un particolare occhio di riguardo per i giovani: oltre agli incontri con Flick, infatti, erano in programma altri due appuntamenti molto importanti con don Ciotti e con il card. Ravasi. In un teatro comunale gremito da oltre 500 persone – in occasione del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco – don Ciotti ha lanciato un messaggio eloquente ai giovani, invitandoli ad «avere coraggio perché la vita, specialmente in questo momento, ci chiede di osare». Non poteva mancare poi un riferimento al pericolo della corruzione e dell’illegalità: «È necessario mantenere alta la guardia perché le mafie sono ancora più forti in questo periodo di crisi finanziaria. Bisogna educare i giovani a essere buoni cristiani e onesti cittadini, perché le mafie vivono e crescono in mezzo a noi, cambiano, penetrano e hanno continuità nel cambiamento arrivando ovunque facendo affari».



Card. Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio consiglio della cultura 
Il linguaggio e la religione sono stati invece i punti toccati dal card. Ravasi che ha ricordato agli studenti l’importanza del dialogo nella ricerca di una fede autentica e non dettata dall’indifferenza e da un «autismo della comunicazione» che possono avere inevitabilmente il fondamentalismo come risultato. Ravasi ha anche tenuto una lectio magistralis presso il duomo di Pordenone dal titolo «La Bibbia: un libro di ieri e di oggi», nella quale ha definito il testo sacro «cuore della comunità credente» e «grande codice della cultura occidentale». La rassegna ha avuto anche per quest’edizione un grande successo con un’affluenza di pubblico intorno alle 5.000 persone, grazie anche a tanti altri appuntamenti che hanno permesso d’approfondire tematiche quali la sanità pubblica e privata nel rispetto della persona, l’enciclica Laudato si’ di Francesco e il diritto al cibo come diritto umano fondamentale nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa. 

Grande soddisfazione per don Giuseppe Costa, direttore della LEV: «Il successo di questa IX edizione è la dimostrazione che la formula adottata dagli organizzatori è incoraggiante e dà inoltre forti motivazioni per proseguire nel percorso intrapreso». Il curatore dell’evento Sandro Sandrin, pensando già all’organizzazione della X edizione in programma per l’ottobre 2016, ha lanciato l’idea di allargare la presenza ormai acquisita della LEV e di ospiti significativi del mondo cattolico a esponenti dell’«editoria religiosa a livello internazionale».


ARTICOLO PUBBLICATO IN "IL REGNO - ATTUALITÀ N.10/2015"

domenica 13 dicembre 2015

COP21, COSA PREVEDE L'ACCORDO SUL CLIMA


"Questo accordo è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l'America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Questo testo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace. Siamo arrivati alla fine di un percorso ma anche all'inizio di un altro. Il mondo trattiene il fiato e conta su tutti noi". 

Con queste parole Laurent Fabius, presidente della COP21 - la 21esima conferenza sul clima della Nazioni Unite tenutasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre - ha annunciato il raggiungimento di un accordo fra i leader di 195 Paesi dopo 13 giorni di negoziati. Un accordo per niente scontato e da molti definito "storico" per i contenuti importanti e anche per il valore giuridicamente vincolante. 

Ecco cosa prevede in sintesi l'accordo, il cui testo integrale - tradotto in sei lingue - si può trovare qui

- Il punto più importante è sicuramente quello di mantenere l'aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, con l'impegno a cercare di compiere sforzi per arrivare entro 1,5 gradi. 

- L'obiettivo è quindi quello di controllare il riscaldamento globale, ossia l'aumento della temperatura media annua dell'aria sulla superficie del pianeta. 

- Di conseguenza altro punto fondamentale è l'impegno a non aumentare le emissioni di gas serra raggiungendo nella seconda metà del secolo il riassorbimento naturale dei nuovi gas serra prodotti. 

- Per fare ciò in maniera costante è stato poi deciso di controllare eventuali progressi ogni 5 anni tramite nuove Conferenze.

- Infine stanziare 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri al fine di permettere loro di sviluppare fonti di energia meno inquinanti. 

Un accordo che non riguarda solo dinamiche ambientali e legate all'inquinamento ma anche sociali: numerosi sono infatti gli impatti sociali legati al cambiamento climatico, come ad esempio le migrazioni. Molte sono infatti le problematiche: disastri ambientali, salute, sicurezza alimentare, disponibilità d'acqua, conflitti e inabilità di zone colpite dall'innalzamento delle acque. 


Per maggiori approfondimenti consultare lo speciale di Valigia Blu

venerdì 11 dicembre 2015

LIGABUE E LE CANZONI DI INCAZZATURA




A che ora è la fine del mondo? Se lo chiedeva Ligabue nel 1994, l'anno della "discesa in campo" di Silvio Berlusconi, all'epoca semplicemente il presidente del Milan e il numero uno di Mediaset, quando ancora oltre all'appellativo de "il Cavaliere" non eravamo abituati a sentir nominare anche quello di "Presidente del Consiglio". Erano gli anni della fine della Prima Repubblica e dell'inizio della Seconda - che forse tanto diversa dalla prima non lo era e non lo è mai stata - ma soprattutto dell'influenza della televisione nei consumi e negli stili di vita attraverso la pubblicità. Una sorta di sogno americano sbarcato in ritardo nel nostro Paese, che ha visto nel buon Silvio l'incarnazione del (presunto) sogno italiano, sfociato poi nel celebre libello elettorale di inizio millennio "Una storia italiana". Rimembri politici nefasti a parte la domanda di metà anni Novanta di un Ligabue ad inizio carriera rimane ancora di attualità: a che ora è la fine del mondo? "Berlusconi diceva che la TV non contava, beh non era proprio così": con quella canzone Liga ha voluto denunciare il potere della televisione sulla gente attraverso l'ironia. 



Denuncia che il cantante di Correggio ha poi inserito in altre celebri canzoni, seppur in maniera diversa ma sempre con il fine di una sorta di "protesta". Come in Baby è un mondo super (Album: Miss Mondo, 1999) o come in Sotto Bombardamento (Album: Campovolo 2.011, 2012), canzone nella quale si prende di mira il ruolo politico della stampa e dell'informazione: 

"Tieni giù la testa che volano titoli... Dicevi che il mondo va cambiato e intanto è lui che cambia te... Tienimi giù la testa che volano news, volano missili...".



L'album più denso di proteste è però Mondovisione (2013), da molti definito un album pieno di canzone "politiche": "È un disco per dare voce allo sfinimento. Non è un disco politico perché anche le canzoni d'incazzatura sono canzoni sentimentali", aveva dichiarato Ligabue in una puntata di Che Tempo Che Fa. Ecco "di incazzatura" è l'espressione probabilmente migliore per esprimere ciò che Ligabue cerca di vomitare fuori ne Il muro del suono e Il sale della terra, canzoni nelle quali non si risparmiano colpi a media, politica e magistratura. 

"... sotto i colpi di spugna di una democrazia... la pallottola è in canna in bella calligrafia, la giustizia che ti aspetti è uguale per tutti ma le sentenze sono un pelo in ritardo, avvocati che alzano i calici al cielo sentendosi Dio..." 


"... siamo il culo sulla sedia... siamo quelli a cui non devi chiedere fattura ... siamo l'opinione sotto libro paga... "



Un cerchio che si chiude con una delle ultime canzoni, Non ho che te, nella quale l'attualità della disoccupazione e di un'economia malata non sono purtroppo un miraggio ma una triste realtà. 



Insomma, quando la musica diventa una bella espressione di critica... 

sabato 14 novembre 2015

ISLAM-OCCIDENTE, QUANDO A PARLARE FURONO ORIANA FALLACI, TERZANI E BENEDETTO XVI

Immagine tratta da lamaterianonesolida.com


Gli attentati di Parigi di ieri sera che hanno sconvolto la Francia e l'Europa riportano alla ribalta mediatica l'ormai complesso dilemma: Islam uguale terrorismo, morte e violenza? La pancia, intesa come paura ed emotività, ci spinge a dire sì, la ragione invece ci porta sul binario opposto: no, non si può fare di tutta un'erba un fascio. 

Una questione spinosa che si alimenta ormai da quel celebre e triste 11 settembre 2001, quando il terrorismo - anche mediatico - di Al Qaeda sconvolse l'Occidente con gli attentati aerei kamikaze che fecero crollare le Torri Gemelle e simbolicamente la supremazia statunitense nel mondo. Evento che sconvolse anche la grande giornalista Oriana Fallaci, che dopo quel tragico evento vomitò fuori tutta la sua rabbia, la sua indignazione e anche la sua paura di un mondo ormai senza senso e alla deriva. Un pensiero espresso nel libro La forza della ragione - secondo de La Trilogia di Oriana Fallaci (gli altri due sono La rabbia e l'orgoglio e Oriana Fallaci intervista sé stessa) - nel quale la giornalista rifiuta ogni possibilità di integrazione fra cristiani e musulmani, fra Occidente e Medio Oriente, fra Bibbia e Corano, in quanto espressioni di due culture troppo diverse e incompatibili fra loro. 

Vignetta circolata nei giorni successivi all'attentato
a Charlie Hebdo dello scorso gennaio


Un pensiero duro, impregnato di delusione ed espresso coraggiosamente al quale ha successivamente risposto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani, che quasi affettuosamente cerca di riportare l'amica Oriana alla ragione, alla contestualizzazione, alla comprensione della diversità. Una lettera aperta e diretta che alla rabbia provocata da uno violenza ingiusta contrappone la necessità di cercare la verità, al fine di evitare che alla rabbia si sostituisca l'odio. 

E il rapporto complesso fra Islam e cristianità, fra Occidente e Medio Oriente è stato anche il tema affrontato dall'ormai Papa Emerito Benedetto XVI in quel tanto contestato discorso di Ratisbona del settembre 2006 il cui senso travisato fu usato strumentalmente ma che in realtà aveva come fine quello di rafforzare il dialogo interreligioso, centrale nella Chiesa e nella sua opera già dal Pontificato di Giovanni Paolo II. 

Tre punti di vista a volte incompresi, a volte strumentalizzati, a volte anche contrastanti fra di loro ma sicuramente complementari per cercare di capire cos'è l'Islam ma anche e soprattutto cosa siamo noi occidentali. Tre punti di vista che ad ogni azione terroristica tornano d'attualità e che sarebbe bene leggere per non dimenticare e non dover continuare a rivivere queste tragedie per capire che il dialogo è l'unica alternativa alla violenza. 

Immagine circolata nelle ultime ore sui social
in solidarietà alla città di Parigi dopo gli attentati di ieri sera



ORIANA FALLACI, LA FORZA DELLA RAGIONE (passi salienti in quest'articolo dell'Huffington Post) 

TIZIANO TERZANI, IL SULTANO E SAN FRANCESCO (risposta aperta ad Oriana Fallaci)

BENEDETTO XVI, DISCORSO DI RATISBONA (Lectio Magistralis, 12 settembre 2006, Università di Regensburg) 

ATTENTATI PARIGI, SE QUESTO È UN UOMO...




Ancora una volta Parigi, la Francia, l'Europa. A nemmeno un anno dall'attentato alla redazionedel giornale satirico Charlie Hebdo il terrorismo colpisce ancora la Capitale francese e con essa l'Occidente, facendo sprofondare l'Europa in una paura sempre più tangibile. Ieri sera, venerdì 13 novembre, otto attacchi simultanei hanno assordato Parigi e i suoi cittadini: il tutto è cominciato alle 21.20 allo Stade de France dove si stava svolgendo la partita di calcio amichevole fra Francia e Germania, con tre esplosioni all'esterno nei pressi della struttura; altri attacchi si sono verificati in un ristorante orientale a Rue de Charonne, sulla terrazza della pizzeria “Casa Nostra” a “Rue Fontaine” e poco più a nord fra Rue Bichat e Rue Alibert; presso il Boulevard Voltaire, dove il 9 gennaio avvenne la grande marcia in risposta agliattentati contro Charlie Hebdo di due giorni prima, un terrorista si è fatto saltare in aria; infine l'attacco più sanguinoso presso lo storico locale Bataclan – utilizzato per spettacoli e concerti – all'interno del quale tre terroristi hanno sparato sulla folla con dei kalashnikov prendendo poi un centinaio di ostaggi giustiziandoli uno ad uno. La matrice degli attentati è sicuramente islamista (i terroristi hanno urlato “Allah Akbar”) e il bilancio per ora sembra essere di 127 morti ma molti sono i feriti. C'è la  presunta e ancora da verificare rivendicazione da parte dell'Isis - che ha festeggiato gli attentati attraverso i suoi canali mediatici sul web – che ha ammonito la Francia e gli altri Paesi europei per aver "intrapreso questa crociata contro lo Stato Islamico offendendo il Profeta Maometto". Francia ha deciso di chiudere le frontiere proclamando lo stato d'emergenza (qui tutte le notizie approfondite).



Se a gennaio era stata colpita una redazione giornalistica e quindi la libertà d'espressione, ieri gli obiettivi sono stati dei luoghi di svago - come lo stadio, la sala da concerto, bar e ristoranti – prendendo di mira semplici cittadini e mandando un messaggio molto chiaro: possiamo colpirvi dove e quando vogliamo e siete tutti potenziali vittime. L'attacco è alla quotidianità dell'Europa, alla sua serenità, alla sua sicurezza. L'obiettivo è diffondere il caos, la paura, il senso continuo di pericolo in qualsiasi contesto e situazione. Il risultato? La diffidenza verso il diverso, l'intolleranza, la discriminazione (vedi saggio Il male dell'intolleranza). Ed è qui che bisogna essere lucidi, non lasciandosi andare a linciaggi mediatici e generalisti secondo cui Islam equivale a terrorismo. È fondamentale ricordare che un uomo che uccide un altro uomo in nome di un qualche Dio non è un fedele ma un fondamentalista, un integralista la cui ragione e le cui azioni sono mosse dall'ideologia e non dalla fede. La religione è presa come pretesto, come maschera, come scudo.



Negli ultimi giorni si sono susseguiti degli eventi che adesso sembra stiano rendendo più chiaro un quadro inquietante: l'Isis non si limita nella sua opera di terrore ma risponde alle controffensive dell'Occidente (vedi bombardamenti in Siria) con altra violenza direttamente a domicilio. L'aereo russo caduto sul Sinai dopo essere esploso in volo, la presunta uccisione del boia Jihadi John da parte degli USA e i bombardamenti francesi sullo Stato Islamico sono elementi di un puzzle complesso e ancora incompleto nel quale il rischio è che ad ogni azione corrisponda una reazione in una escalation di violenza imprevedibile e non controllabile. Ed eloquenti sono le dichiarazioni del Presidente francese Hollande: “Saremo spietati contro ogni forma di violenza” e di Papa Francesco: "Non c'è nessuna giustificazione. Tutto ciò non è umano"




Una cosa è certa: urge pregare, in ogni modo. Religiosamente o laicamente non importa. La solidarietà è l'unico collante che può tenere unita l'umanità e la civiltà, in un mondo che – a discapito di un progresso tanto proclamato e decantato – vede l'uomo regredire al rango di bestia. Se questo è un uomo... 

#PrayForParis

martedì 10 novembre 2015

FRANCESCO AL CONVEGNO DI FIRENZE FRA UMANESIMO, DIALOGO E IMMAGINI POPOLARI

"In Gesù Cristo il nuovo umanesimo": questo il titolo del 5° Convegno ecclesiale nazionale cominciato ieri a Firenze e che durerà fino a venerdì 13 novembre. E nella giornata di oggi il tema dell'umanesimo ha visto il prezioso contributo niente meno che di Papa Francesco, arrivato nella città toscana per incontrare la Chiesa italiana. 



Un incontro i cui contenuti possono essere riassunti nel discorso tenuto dal Papa presso il Duomo di Firenze e che può essere definito un capolavoro di comunicazione per la densità di immagini che Bergoglio ha utilizzato per mandare messaggi chiari e precisi non solo alla Chiesa ma al mondo cattolico intero. E come sua abitudine tre sono state le immagini che Bergoglio ha voluto utilizzare per raccontare la sua idea di "Chiesa in uscita e pastorale": l'immagine di don Camillo e Peppone, la storia di un vescovo che è sorretto dalla gente in tram e infine l'immagine della medaglia spezzata a metà fra madre e figlio. 





DON CAMILLO E PEPPONE. La citazione dei celebri personaggi popolari inventati da Guareschi ha subito provocato gli applausi della platea alla quale stava parlando Francesco, richiamando una concezione popolare del rapporto fra Chiesa e popolo: "Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. [...] Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto". Ed è attraverso questa immagine che Francesco ha ribadito un concetto già esposto quel 13 marzo 2013 nel giorno della sua elezione: "Popolo e pastori insieme! Ai vescovi chiedo di essere pastori". 

Immagine da ilsussidiario.net


IL VESCOVO SORRETTO DALLA GENTE. Ed è da questa immagine di buon pastore che Francesco racconta un aneddoto: "Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente"



LA MEDAGLIA SPEZZATA A META'. E poi un'altra immagine presa dalla storia popolare: “Siamo qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano, presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. La Chiesa madre ha l’altra metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi figli abbandonati, oppressi, affaticati. Il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”.



Tre immagini di umanesimo che nascono però da tre sentimenti, sui quali il cristiano è chiamato a riflettere con la sguardo fisso a Cristo, l'Ecce Homo. Umiltà, disinteresse e beatitudine sono i perni sui quali Bergoglio basa la sua idea di Chiesa ed è qui che si rivolge alla Chiesa italiana: “Non dobbiamo essere ossessionati dal potere. […] Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Tre sentimenti che per sbocciare devono vincere due tentazioni precise individuate da Bergoglio, quella del pelagianesimo e quella dello gnosticismo: “La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi ma è viva, sa inquietare, animare. […] Il fascino dello gnosticismo è quello di una fede rinchiusa nel soggettivismo dove il soggetto rimane chiuso nell'immanenza della sua ragione o dei suoi sentimenti”.

Ed è qui che Francesco ribadisce un tema a lui caro: il dialogo e la cultura dell'incontro. “Vi raccomando in maniera speciale la capacità di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria fetta della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. […] La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economia, quella politica e quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità”.

Infine un appello ai giovani: “Superate l'apatia e siate costruttori dell'Italia! Dovunque voi siate non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”