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sabato 26 novembre 2016

"MI PAR TI", LA POESIA IN PORDENONESE DI MASSIMO BUSET




Oggi, presso l'ex Convento San Francesco - luogo nevralgico per le iniziative culturali di Pordenone - Massimo Buset presenterà "Mi par ti", una raccolta di poesie nella parlato pordenonese che raccontano aneddoti, storie e personaggi della città di Pordenone. Alle 18.00 interverranno il presidente della Propordenone Giuseppe Pedicini, il vicedirettore del Messaggero Veneto Giuseppe Ragogna e Aldo Colonnello del circolo culturale Menocchio, che rispettivamente hanno pubblicato il libro, intervisteranno Massimo Buset nel racconto del libro e introdurranno all'evento. 

Per chi ama la nostra città e vuole conoscerla un po' di più quello di oggi è un appuntamento a cui non mancare, come si può leggere in questa intervista rilasciata da Massimo al Messaggero Veneto, nella quale esprime il suo amore per Pordenone attraverso il ricordo. E poi perché la poesia di Massimo - per me un amico oltre che una persona della quale nutro grande ammirazione e stima per la sua forza d'animo e la sua fede in Dio - è in grado di regalare allo stesso tempo emozioni, speranza e conoscenza. 

Ho avuto il piacere di intervistare Massimo due volte, sempre per la rivista Eventi. Nella prima occasione - era l'estate di un anno fa - ricordo il suo racconto personale di un rapporto forte con la poesia, ma ancor prima con le parole e il loro significato, spesso denso di emozioni. Un incontro nel quale si parlò proprio di Pordenone e delle sue storie. Ecco che quindi ripropongo qui, con piacere, i contenuti di quell'intervista, anzi, di quella chiacchierata su Dio, la sofferenza, la speranza e la bellezza delle parole cariche di un significato positivo. 

Massimo, come nasce la tua passione per la poesia?

È qualcosa che ha sempre fatto parte di me fin da quando ero bambino. Un qualcosa che scaturiva da una sorta di dialogo interiore nel quale sentivo il bisogno di cogliere e di trasmettere un messaggio. Ricordo che un giorno alle medie la mia professoressa di italiano si accorse che stavo scrivendo durante la lezione: all’inizio si arrabbiò ma quando capì che stavo scrivendo poesie fu subito contenta. Da lì in poi ho capito davvero che il mio dialogo interiore poteva essere poesia e da quel momento ne ho scritte tante. 

Come definiresti la tua poesia?

La mia poesia nasce da un ambiente di tribolata speranza nella drammaturgia della vita di ogni giorno, dove il dramma della vita si riferisce non solo alle mie sofferenze ma anche a quelle delle persone più semplici e a volte “maledette” perché non corrispondono ai classici canoni di bontà, dalla prostituta al barbone fino al “fuori di testa” che spesso si dimostra invece più “dentro di testa” di noi. Di pari passo però è una poesia nella quale è forte un’esperienza di fede cristiana, trasmessami dalle persone che mi sono sempre state vicine e a tanti testimoni che ho incontrato: una fede che ha certamente i suoi momenti di crisi e le sue cadute, così come il suo progredire – anche nel silenzio - in un desiderio di conoscenza che è un po’ il filo rosso della mia esistenza. 

In cosa consiste questo “filo rosso”?

Penso che se c’è una falsa drammaturgia della vita c’è anche una vera drammaturgia della vita che va oltre quello che noi umanamente concepiamo e dove possiamo trovare delle risposte che vengono da Dio. Non siamo stati creati a caso, senza motivo o per un inganno. 

In questa drammaturgia della vita che ruolo ha la sofferenza?

Ritengo la sofferenza una grande maestra, nonostante con essa abbia un rapporto di apprezzamento e di rifiuto al tempo stesso, perché la sofferenza mi pesa e mi pesa ancor più quella degli altri. Ma nonostante ciò mi ha aiutato ad evolvere nel pensiero e a lottare per vincerla nella speranza. E proprio la speranza è il messaggio di positività che cerco di trasmettere attraverso la poesia, perché ti permette anche di comprendere gli altri e di allargare la mente. È una scelta: la sofferenza può incatenarti portandoti alla disperazione oppure può spingerti a spalancarti aprendoti alla speranza attraverso la fede, che ne è la chiave. 

Cos’è per te la fede?

La fede nasce da un dialogo nel quale dire: “Ok, proviamoci, ci credo!”. Come ho detto prima ho avuto la fortuna di avere accanto a me tanti testimoni, a partire dalle persone più semplici, a volte anche sconosciute. Come ad esempio un barbone, che ogni tanto compariva nei luoghi più disparati per chiedermi come stavo. Ho ricevuto molto da don Angelo, dai missionari comboniani e da mons. Lozer. Durante l’adolescenza ho affinato la mia fede anche attraverso una giusta contestazione e una giusta coscienza critica nei confronti della Chiesa: non del suo senso e della sua missione ma delle sue strutture. 

Com’è nata la decisione di diventare diacono? 

La vocazione al diaconato è arrivata durante la lavanda dei piedi di un giovedì santo. Don Angelo mi battè una mano sulle ginocchia e mi disse: “Tu diventerai diacono”. Ricordo che alla fine della messa dissi a mia moglie Sofia: “don Angelo è diventato matto, ne ha sparata una delle sue!”. Io non ci pensavo proprio perché uscivo da un brutto periodo dove mi ero ammalato ed ero impossibilitato a lavorare: poi dopo un anno o due ricordo che durante una messa, quando don Angelo sollevò l’ostia alla Consacrazione, io la guardai e sentii chiaro e forte il desiderio di farmi diacono. Quando andai a dirglielo mi rispose “Va bene”, come per dire: “Sì lo so, te l’avevo già detto!”. Ritengo il diaconato un dono di Dio che convalida il mio desiderio di essere per gli ultimi, non solo per i bisognosi di pane ma anche per i bisognosi di considerazione, perché ognuno di noi è un portatore di qualche dono e di una missione.

Come descriveresti Dio? 

Se dovessi descrivere Dio lo descriverei come un arcobaleno, perché non riesco mai a racchiuderlo in una sola immagine. Ho tante immagini di Dio: può essere padre, madre, amico e alla fine mi viene in mente sempre tanta luce, tanti colori e tante espressioni che lo rendono infinito come la bellezza e come la poesia. 

Hai parlato prima degli ultimi. Che importanza ha per te il volontariato? 

Il volontariato penso debba essere mosso dall’attenzione alle relazioni dando tempo all’uomo. E questo serve in diversi campi: dal recupero dalle tossicodipendenze e dall’alcol fino all’aiuto alle ragazze madri. Il volontariato che personalmente amo di più è per me quello che nasce dalle occasioni quotidiane cercando l’uomo e rapportandosi con esso: una sorta di viandante che Dio mette sulla tua strada dandoti l’opportunità di porre al primo posto il servizio. 

Tornando nello specifico del tuo modo di intendere la poesia: quali sono gli ingredienti che ritieni fondamentali? 

Mi vengono in mente tre parole: sentimento, simbolo e messaggio. Sempre per cercare di produrre in me e negli altri il risveglio delle coscienze, sia per la propria dignità che per quella degli altri ma soprattutto senza dimenticare la Creazione, della quale cerco di cantare la bellezza attraverso la mia poesia e devo dire anche di difenderla. Tutti teniamo in ordine gli orti e i giardini delle nostre case ma penso sia ora di guardare anche oltre le nostre siepi, tenendo d’occhio la strada che tutti noi abbiamo davanti e che spesso smarriamo cadendo nell’abbruttimento: pensiamo a tutti i disastri che sfiancano il nostro pianeta ma anche le nostre città. 

C’è una poesia alla quale sei legato in maniera particolare? 

In genere è sempre l’ultima, perché fa parte di quel filo rosso che Qualcuno tiene in mano e che a volte rischio io stesso di spezzare. Proprio poco fa, prima di cominciare l’intervista, stavo abbozzando dei versi, che a volte nascono dalla contemplazione e delle altre vengono così, improvvisi. Stavo scrivendo così: “Maria, illogica, piena di grazia”. Una poesia alla quale sono affezionato è Profumi, che ho dedicato a mia moglie Sofia. 

Quali sono i momenti in cui ami scrivere? 

Il mio scrivere generalmente è improvviso: magari sto pregando o sto parlando con qualcuno e mi viene in mente qualche verso da scrivere. Ricordo che una volta non avevo con me nessun pezzo di carta e allora scrissi uno scritto di due o tre pagine su dei tovaglioli. Però il mio scrivere nasce anche dalle mie riflessioni e dai miei approfondimenti. Ultimamente mi capita di scrivere delle poesie che definisco didascaliche, come Lacrime, che recita così: “Terra arida, sonante d’acqua”. Ecco una piccola poesia, un pensiero. 

Oltre a scrivere poesie religiose e in italiano scrivi anche poesie in dialetto. Cosa rappresenta per te la poesia dialettale e qual è il messaggio che vuoi dare attraverso di essa? 

Qualcuno ha detto che un albero non può vivere senza radici. Io voglio ricordare a me stesso e agli altri che dobbiamo recuperare e curare le radici, non come cose da museo ma come essenza vitale per la nostra esistenza. La poesia dialettale è quindi suono, parola ancestrale, origine e radice dalla quale si sviluppa l’albero anche nella giusta dimensione di modernità. Non è solo ricordo e memoria ma anche uno strumento per cogliere scorci di Pordenone - come vicolo San Rocco e il Campanile di San Marco – da mantenere vivi. Attraverso la poesia dialettale cerco di mantenere vivi anche personaggi semplici che ho conosciuto in casa di riposo o che sono stati miei vicini di casa: ognuna di queste mie poesie ha un messaggio e l’obiettivo di dare voce a questi personaggi e ai colori delle loro sofferenze e delle loro speranze. 

Quali sono invece i riscontri dei lettori a proposito delle tue poesie? 

Devo dire che ho sempre ricevuto degli apprezzamenti, sia di persona che per mail: ad esempio per il recital “Rosso Risveglio” si sono complimentate tante persone. Ma gli apprezzamenti che mi piacciono di più sono quelli che escono fuori dai canoni, ad esempio: “La tua poesia mi ha talmente toccato il cuore che mi ha fatto piangere lacrime di sangue” – devo dire che mi sono anche un po’ sentito in colpa e mandai subito alla lettrice un’altra poesia! Inoltre sono contento quando i miei scritti vengono apprezzati per l’apertura alla speranza che cerco di trasmettere nei miei finali, a volte anche battendo forte per poter dare la possibilità di vedere la vita con un occhio diverso. Il mio obiettivo è quello di far pensare il lettore perché penso che oggi nella nostra società si pensi poco: sono convinto che ognuno di noi in fondo sia un poeta.

Ti viene più spontaneo scrivere in dialetto o in italiano? 

In passato scrivevo di più in italiano e lo scrivere in dialetto era sporadico e occasionale, mentre oggi è molto più frequente. Devo dire che la poesia dialettale è molto più diretta rispetto a quella scritta in italiano, che invece ha bisogno di essere letta più di una volta per essere compresa fino in fondo nel suo messaggio. 

Prima hai parlato di alcuni scorci di Pordenone. Ci sono dei luoghi che ritieni essere poesia o che ti sono di ispirazione in maniera particolare? 

Pordenone è una città violentata con un cuore piccolo architettonicamente ma che esprime grande arte: mi riferisco a tutto il centro di Pordenone e in particolare alle zone di San Marco e corso Vittorio Emanuele e di tutti i suoi vicoletti. Su Pordenone ho scritto una poesia che mi sta tanto a cuore e che amo molto perché le racchiude tutte – Filò – che parla della città e del Noncello e che inizia così: “Sol e Nonsel, se scambian caresse”. Ma ho anche scritto della città in maniera polemica in riferimento alle amministrazioni comunali perché credo che Pordenone meriti una cura maggiore, specie da noi cittadini. A volte mentre passeggio per il centro con Sofia mi capita di rimanere colpito da qualche dettaglio che genera in me poesia, magari mentre siamo seduti al tavolino di un bar a bere un caffè in mezzo alla gente che passa a piedi o in bicicletta. 

Che sensazioni ti ha lasciato la giornata del recital “Rosso Risveglio”? 

Il titolo “Rosso Risveglio” ha come significato un risveglio che nasce dal sangue e dalla sofferenza: un sangue che però è anche vita e la mia vita ha senso solo se diventa dono nella fatica del giorno, nella speranza, nel pensiero e nel dialogo con gli altri. Quando mi hanno fatto delle domande sul palco all’inizio ero un po’ a disagio ma dopo le prime due parole mi sono sentito bene e sicuro di me stesso perché quello che desideravo era comunicare con le persone per trasmettere un’esperienza e un messaggio di speranza. 

Hai qualche progetto in mente?

Un titolo che mi passa spesso per la mente è “Orazioni di Amore”, nel quale vorrei scrivere la poesia religiosa intramezzata da un altro tipo di poesia che è quella legata all’amore umano, come Profumi. Quello che per me è importante è scrivere tenendo conto del confronto, perché il dialogo ti aiuta ad emergere e a generare qualcosa che vale. Il pensiero chiuso è morto in partenza mentre quello aperto si allarga e riceve reciproci stimoli e reciproche risposte con chi entra in relazione con te. 





martedì 21 giugno 2016

A PORDENONE SI CAMBIA: ALESSANDRO CIRIANI È IL NUOVO SINDACO


Alessandro Ciriani, neo Sindaco di Pordenone
Con il 58,81% dei voti al ballottaggio di domenica scorsa Alessandro Ciriani è il nuovo Sindaco di Pordenone. Il candidato della lista civica a lui intestata riporta quindi il centrodestra al governo della città dopo 15 anni di amministrazione guidata dal centrosinistra. Dopo i due mandati di Sergio Bolzonello e l'ultima amministrazione targata Claudio Pedrotti (non ricandidatosi per un secondo mandato) il centrosinistra è costretto a tornare all'opposizione, con la candidata Daniela Giust ferma al 41,19% delle preferenze in un turno di ballottaggio che la vedeva all'inseguimento di Ciriani dopo i 12 punti di distacco accumulati al primo turno (33,23% contro i 45,48% del candidato di centrodestra). Insomma, era già chiaro, a meno di grossi ribaltoni, che Pordenone avrebbe visto di nuovo la logica politica dell'alternanza, ampiamente già nell'aria ancor prima dei turni di elezioni. Dopo tre amministrazioni - l'ultima non particolarmente esaltante - il PD ha dovuto pagare un po' di stanchezza al traguardo, accumulata nel corso degli ultimi anni, nei quali il partito del Premier Renzi non ha dimostrato quella unità di intenti spesa invece proficuamente in passato. 

A livello nazionale il PD ha incassato sconfitte notevoli, Roma e Torino su tutte visto le clamorose vittorie dei 5 Stelle, conservando solo Milano con la vittoria di misura di Beppe Sala. Si è parlato di voto di protesta, di voto contro Renzi e di insoddisfazione di un elettorato - quello di sinistra - che nel PD non si riconosce più. Tutto vero, quantomeno in parte. A Torino probabilmente Piero Fassino paga proprio quella logica dell'alternanza che vede i cittadini ormai propensi a cambiare "guida" dopo tanti anni di fiducia data a un candidato, amplificata ormai da un voto di appartenenza scomparso con la Prima Repubblica, dalla sfiducia verso l'intera classe politica e diciamocelo, sfociata proprio nel voto di protesta incarnato dal Movimento 5 Stelle. E questo ultimo punto è la risposta alla (prevedibile) vittoria di Virginia Raggi nella Capitale. A Roma, se vogliamo, a diventare Sindaco non è stata la Raggi ma proprio il M5S. Diciamo che poteva esserci chiunque al posto della prima donna Sindaco di Roma: dopo i fatti di Mafia Capitale qualunque candidato pentastellato avrebbe indossato la fascia da primo cittadino. A meno che, dicendola proprio tutta, il centrodestra non si fosse autoeliminato ingenuamente (ma questo sarebbe un altro lungo discorso da affrontare). 

Virginia Raggi e Chiara Appendino,
le due candidate del M5S che hanno conquistato Roma e Torino


Insomma, tornando a Pordenone, il PD paga sì l'attuale scarso apprezzamento a livello nazionale, ma anche una fase amministrativa calante a livello locale. Componente fondamentale alle elezioni comunali, dove rispetto al voto di partito si tende a dare molta più importanza alle dinamiche cittadine. E proprio qui il PD non è arrivato compatto al voto, con il Sindaco uscente non ricandidato e la candidata Giust costretta a cercare di salvare il salvabile. Come si appresta Pordenone ad affrontare i prossimi cinque anni? Il Consiglio Comunale vedrà il neo Sindaco Ciriani sostenuto da una maggioranza di 24 consiglieri: 10 della sua lista, 4 della Lega Nord, 4 di Forza Italia, 4 di Fratelli d'Italia e 2 di Autonomia Responsabile. I consiglieri di minoranza saranno invece 16, così distribuiti: 5 per il PD (oltre a Daniela Giust), 2 di Pordenone 1291, 2 del Fiume, 1 della lista Cittadini per Daniela Giust, 1 del Movimento 5 Stelle (il candidato Sindaco al primo turno Samuele Stefanoni) e 3 della lista Giannelli (oltre a Francesco Giannelli, candidato Sindaco al primo turno). 

Di solito il cambiamento porta vento di novità e di nuovo inizio. Se il ritorno ad una amministrazione di centrodestra sarà un bene o un male lo si vedrà col tempo. Di sicuro c'è solo una cosa: la necessità di una classe politica, amministrativa e all'opposizione, che lavori e cooperi per la città. 

In bocca al lupo Pordenone! 

mercoledì 13 gennaio 2016

PORDENONE, CITTÀ DELL'ACCOGLIENZA. INTERVISTA AL PREFETTO LAGANÀ

È di stretta attualità l'intenzione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di eliminare il reato di clandestinità - approvato dal Governo Berlusconi nel 2009 - da lui definito "inutile" (qui l'intervista rilasciata al TG1). E relativamente alla questione "immigrazione" negli ultimi mesi si è discusso molto sulle misure da adottare per l'accoglienza delle migliaia di profughi che scappano dal Medio Oriente e dall'Africa, sia a livello locale e nazionale che a livello europeo. In realtà senza prendere chissà quali misure lasciandosi invece trasportare dall'emotività diretta faziosamente da chi i migranti li aiuterebbe a casa loro (chiedere a Matteo Salvini o all'Ungheria) o da chi al contrario è mosso da compassione e solidarietà. E di certo le vicende di Parigi dello scorso novembre non hanno aiutato molto nel prendere decisioni. 

Detto questo ritengo utile proporre qui di seguito l'intervista che il Prefetto di Pordenone, Maria Rosaria Laganà, mi ha gentilmente concesso per il numero di Eventi di dicembre, nel quale si è cercato di raccontare in cosa consiste l'immigrazione, come funziona l'accoglienza, da cosa scappano questi profughi ma soprattutto portare la testimonianza delle loro storie. Un'intervista nella quale si prova a capire e spiegare come le autorità e le istituzioni si muovono di fronte a tale emergenza. 

Il tema dell'immigrazione e dei profughi si intreccia inevitabilmente con quello della sicurezza e del terrorismo, soprattutto dopo i recenti attentati di Parigi, che hanno comportato un aumento dell'allerta in tutta Europa: quali sono le misure adottate nel nostro territorio?


Innanzitutto c'è ovviamente da dire che c'è stata un'allerta di carattere generale da parte del Ministero invitando i prefetti a definire la vigilanza per quanto riguarda gli obiettivi sensibili: il giorno successivo agli attentati di Parigi (avvenuti il 13 novembre, ndr) si è tenuta infatti una riunione del comitato per valutare la situazione. Ovviamente nel nostro territorio l'obiettivo sensibile è la base militare di Aviano, già di per sé un obiettivo a rischio. C'è poi il centro islamico, un centro moderato ma attentamente seguito, e in generale sono state alzate le misure di vigilanza su tutto il territorio. C'è inevitabilmente da parte delle forze dell'ordine e delle Prefetture una particolare attenzione a quello che è l'evolversi della situazione perché lo scenario è talmente mutevole e complesso – dato anche il Giubileo a Roma – da meritare la giusta attenzione. La realtà di Pordenone è diversa da quella di località a maggior rischio, come Roma appunto e Milano, con il Duomo e la Scala come obiettivi sensibili. Per fortuna non si notano nella nostra città fenomeni di insofferenza e sospetto nei confronti di queste presenze straniere e questo è importante per ciò che riguarda l'accoglienza e l'integrazione. E in questo senso ci teniamo a prevenire frizioni e problematiche al fine di armonizzare il più possibile la presenza degli stranieri con la giusta e necessaria attenzione alle esigenze delle collettività locali che li ospitano.  

Per quanto riguarda le ondate di profughi possiamo dire che sia un fenomeno per il quale è impossibile fare stime e previsioni precise. Qual è la situazione attuale di Pordenone, ad esempio in riferimento ai richiedenti asilo?

Leggendo i giornali sembra che sia un disastro ma in realtà non è così. In questo momento (19 novembre, ndr) Pordenone sta ospitando 530 richiedenti asilo, ossia quei soggetti per i quali è stata avviata una procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato e che sono in attesa di essere convocati dalla Commissione di Gorizia, ovvero essendo stata rigettata la prima istanza sono in attesa del pronunciamento da parte del Tribunale di Trieste. Per queste persone abbiamo deciso di seguire il principio dell'accoglienza diffusa: vengono distribuiti, per quanto possibile, sul territorio in piccoli gruppi e possiamo dire di esserci riusciti al 90%. La struttura più numerosa è l'hotel Antares di Piancavallo, la cui capienza permetterebbe di ospitare anche 200 persone ma volendo noi garantire una presenza il più possibile distribuita ci siamo fermati alla soglia di 70. Gli ultimi arrivi dalla rotta balcanica ci hanno fatto aumentare la presenza a 100 persone in attesa di distribuirli sul territorio.

Quali sono le misure attualmente previste per l'accoglienza?

Il Friuli e Pordenone nell'ultimo periodo hanno come priorità quella di accogliere i migranti provenienti dalla rotta balcanica - principalmente afghani, pakistani e iracheni – mentre prima c'era anche l'emergenza Mare Nostrum. A livello nazionale è stata decisa una ripartizione dei profughi in base a delle quote regionali e al Friuli spetta il 2,19% del totale, quota che naturalmente subisce l'effetto dei continui nuovi arrivi. E la nostra regione, data la sua posizione geografica, ha stabilmente un numero di arrivi tale da dover chiedere la redistribuzione in altre regioni: questo è avvenuto anche la settimana scorsa (metà novembre, ndr) quando circa 200 richiedenti asilo sono stati spostati in altre località, 10 dei quali da Pordenone verso Terni. In generale quindi tutte le province stanno affrontando questa situazione di emergenza coordinata dal Ministero dell'Interno. Secondo le stime di questa estate dovremmo raggiungere una quota di 650 richiedenti asilo: all'inizio dell'estate eravamo a 220 mentre ora siamo già a 530.

Quali sono le strutture a disposizione? Sono sufficienti per la prima accoglienza?

Non è una ricerca facile quella delle strutture – nonostante il principio dell'accoglienza diffusa che di fatto garantisce una collaborazione fra lo Stato e le amministrazioni locali - perché i Comuni quasi mai riescono a proporre delle soluzioni tramite strutture proprie. L'ideale sarebbe una situazione nella quale le Prefetture si interfacciano con i Comuni che gestiscono l'accoglienza con le proprie strutture ovviamente con i costi a carico dello Stato. Ciò è difficile da realizzare e quindi la ricerca avviene tramite strutture private, che possono essere gli appartamenti, gli alberghi e i B&B non più utilizzati come tali. Ovviamente veniamo ad interagire anche con delle cooperative – abbiamo fatto un bando proprio quest'estate – per gestire quest'accoglienza integrata, come prevede la normativa, che parla non solo di vitto e alloggio ma anche di accompagnamento legale, assistenza sanitaria e apprendimento della lingua. In generale, dati anche purtroppo i tempi lunghi per concludere l'iter, si cerca di garantire un inserimento – anche attraverso la mediazione linguistica – nella comunità che accoglie queste persone, quasi tutte con un'età inferiore ai 30 anni. Le strutture a disposizione sono circa 25, distribuite su tutto il territorio provinciale - da Pordenone a Maniago, fino a Sacile, Aviano, Fanna, Cavasso, Tramonti di Sopra e Pravisdomini – e in aumento di giorno in giorno. Sicuramente stiamo lavorando per creare una serie di soluzioni che evitino situazioni di emergenza come quella che si era creata al parco San Valentino e che devo dire è stata risolta adeguatamente grazie anche all'intervento del Comune e del Sindaco Pedrotti, con i quali c'è un'ottima collaborazione: l'aver sistemato in questo periodo 530 profughi lo testimonia.

Per quanto riguarda Pordenone si è parlato ultimamente di un tramonto del capannone in Comina e invece della sede dell'Acli di Cordenons come di una possibile opzione per l'accoglienza.

Fino a poco tempo fa i profughi arrivavano a Gorizia e a Trieste e ci venivano mandati per alleggerire e distribuire meglio l'accoglienza. Aumentando il flusso ne risente anche Pordenone e la tendopoli del San Valentino ne è il risultato: se arrivano due profughi si può trovare una sistemazione, se ne arrivano dieci in una volta la cosa è più difficile. Per questo motivo si sta cercando una struttura in grado di aumentare nell'immediatezza la capacità di accoglienza e sistemazione di queste persone. Erano stati individuati quindi due capannoni: quello della Comina e appunto la struttura di Cordenons. Quello della Comina purtroppo presenta delle problematiche dovute sia alla sua collocazione – si trova all'interno di un complesso industriale e quindi in contiguità con altri spazi – sia per questioni di sicurezza, ma non è un'ipotesi abbandonata definitivamente. Per quanto riguarda la struttura di Cordenons c'è invece una valutazione che definirei a buon punto. La collaborazione con le cooperative ci ha portato a vagliare anche altre possibilità sul territorio della provincia: ovviamente c'è bisogno di tempo perché bisogna anche individuare chi poi deve gestire l'accoglienza in queste strutture.

Per quanto riguarda invece l'hub alla Caserma Monti?

Anche in questo caso c'è un iter in corso, tra l'altro non facile perché dovendo intervenire su un manufatto vecchio è forse più complicato che non rifarlo nuovo, ma questa è la situazione. In questi giorni (19 novembre, ndr) si stanno completando gli atti per poi indire il bando di gara da parte della Protezione Civile per l'affidamento dei lavori. Ci sono questioni da risolvere relative essenzialmente alla struttura in sé, come le condotte idriche e fognarie, ma siamo in dirittura d'arrivo: per dicembre si dovrebbe conoscere la ditta alla quale saranno affidati i lavori che dovrebbero durare almeno tre mesi e quindi l'inverno dovremo affrontarlo purtroppo senza la Monti.

Quali sono i rapporti di collaborazione con le associazioni di immigrati che si occupano di immigrazione?

Ci sono numerose comunità con le quali la Prefettura si interfaccia quotidianamente sia per quanto riguarda gli aspetti legati alla cittadinanza sia per quanto riguarda le procedure di inserimento lavorativo. Ci sono poi una serie di associazioni di tipo solidaristico – sia di cittadini stranieri che di cittadini italiani – che si occupano di ciò che riguarda il supporto ai migranti e devo dire che ormai si è creata una sorta di sinergia fra questi soggetti e la Prefettura, sia con l'Ufficio cittadinanza sia con l'Ufficio stranieri. I rapporti con queste associazioni sono quindi positivi, se pensiamo poi soprattutto alle ultime ondate di richiedenti asilo.

A proposito di integrazione: passando nello specifico al nostro territorio, quali sono le comunità straniere più numerose?

Le comunità straniere non comunitarie sono nell'ordine quella albanese con quasi 5000 componenti, poi quella ghanese con 2300, quella indiana con 1394, quella ucraina con 1271, quella moldava con 817, quella del Bangladesh con 717 e infine quelle macedoni e cinesi che sono le più piccole. Per quanto riguarda invece i comunitari i più numerosi sono i cittadini rumeni. Possiamo certamente dire che Pordenone è una città con una grande tradizione di integrazione e nonostante una popolazione straniera molto elevata la comunità pordenonese è sempre stata molto accogliente.

Quali sono i tempi attuali di conferimento della cittadinanza italiana?

Sicuramente per quanto riguarda la cittadinanza – sia in caso di residenza ininterrotta per dieci anni in Italia, sia in caso di matrimonio con cittadino italiano - i tempi non sono brevi anche se rispetto al passato la situazione è migliorata molto: la legge prevede 730 giorni per la conclusione del procedimento. Per quanto riguarda la concessione della cittadinanza per matrimonio abbiamo una tempistica di 18 mesi in media, mentre per quanto riguarda la cittadinanza per la maturazione della residenza i tempi sono un po' più lunghi e si aggirano attorno ai 3 anni.

In caso di regolamentazione dell'acquisizione della cittadinanza tramite ius soli (proposta di legge approvata alla Camera e in discussione al Senato), cosa cambierà rispetto all'attuale legge (n.° 91, 5 febbraio 1992) basato invece sullo ius sanguinis?

In caso di regolamentazione in base allo ius soli per chi è nato in Italia ci sarebbe presumibilmente un'accelerazione nelle tempistiche che favorirebbe anche il processo di integrazione e quindi il sentirsi parte integrante di una comunità al di là del semplice essere destinatari di diritti e doveri. Gli attuali tempi – necessari ad una verifica dei requisiti del richiedente la cittadinanza - sicuramente non favoriscono invece questo aspetto perché oggettivamente tre anni sono tanti. Lo ius soli permetterebbe accertamenti più semplici accorciando i tempi – ricordiamo che la normativa parla di ius soli temperato nel senso che almeno uno dei genitori deve essere in possesso di regolare permesso di soggiorno – ma c'è anche un aspetto più culturale relativo ad un naturale processo di integrazione sociale e anche ad una regolare frequentazione scolastica. E infatti in questo senso si parla di ius culturae. Infine ritengo che ci sarebbe così anche la possibilità di dare una risposta immediata a quelle generazioni di persone nate in Italia - che obiettivamente mal comprenderebbero tempistiche attualmente così lunghe – magari aiutandole in questo modo anche ad inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così perfettamente.

ARTICOLO PUBBLICATO NEL NUMERO DI DICEMBRE DELLA RIVISTA EVENTI 

martedì 15 dicembre 2015

DIGNITÀ PIÙ CHE INDIGNAZIONE ALLA IX EDIZIONE DE "LA LEV A PORDENONE"


Giustizia, misericordia, giovani e cultura. Queste le parole chiave per descrivere la IX edizione dell’evento culturale «La Libreria Editrice Vaticana a Pordenone. Ascoltare, leggere, crescere» che si è tenuto nella città friulana dal 17 al 29 ottobre 2015. Una rassegna ormai diventata abituale e che vede la LEV in sintonia con la cittadinanza pordenonese attraverso una sensibilizzazione in grado di toccare diverse tematiche legate all’attualità grazie anche alla presenza di ospiti illustri.
Se l’anno scorso la rassegna era stata impreziosita dalla presenza di p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica, e dal card. W. Kasper, presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, quest’anno Pordenone ha potuto accogliere, fra i tanti ospiti, personaggi del calibro di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e già ministro della Giustizia e il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.
Il tema della giustizia è stato affrontato da Flick nel corso di alcuni appuntamenti in occasione dei quali l’ex guardiasigilli ha incontrato gli studenti del territorio spiegando loro il concetto di dignità presente nella Costituzione e denunciando un luogo comune oggi imperante: quello di essere spesso indignati verso qualcosa senza poi riconoscere la dignità nei confronti delle persone fragili ed emarginate.
Giovanni Maria Flick, ex Ministro della Giustizia

In merito al concetto di corruzione l’ex ministro della Giustizia – che nel corso della rassegna ha anche presentato il suo libro Elogio della dignità (pubblicato per i tipi della LEV) – ha posto l’accento su una urgente necessità di semplificazione delle leggi accompagnata da un recupero del senso di legalità: «Solo così, grazie anche a una efficace prevenzione, sarà possibile combattere la corruzione» – ha detto.

La parola «misericordia», perno del Giubileo indetto da papa Francesco a partire dal prossimo 8 dicembre, è risuonata in uno dei momenti più caratterizzanti della rassegna, con la consegna della corona del rosario inviata da Bergoglio a ciascuno dei 70 detenuti del Carcere di Pordenone. Per Flick «la detenzione ormai non può essere l’unica pena» e citando la Costituzione ha poi ribadito come «la permanenza nel carcere per le persone deve avere una reale finalità educativa».
No a una comunicazione autistica
Per don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, si deve superare il luogo comune che le pene severe siano sinonimo di tranquillità e sicurezza per la popolazione e proprio per questo ha dichiarato che il Governo più che destinare tutte le risorse disponibili a ristrutturare le carceri deve pensare anche a finanziare le iniziative alternative. Su questa linea anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità nuova e cappellano del Carcere minorile Beccaria di Milano, che ha annunciato un progetto – in programma dal prossimo gennaio – di fornire un salario minimo di reinserimento da destinare ai giovani poveri che escono dal Beccaria per evitare che ritornino a delinquere.
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera
La IX edizione della LEV a Pordenone ha avuto un particolare occhio di riguardo per i giovani: oltre agli incontri con Flick, infatti, erano in programma altri due appuntamenti molto importanti con don Ciotti e con il card. Ravasi. In un teatro comunale gremito da oltre 500 persone – in occasione del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco – don Ciotti ha lanciato un messaggio eloquente ai giovani, invitandoli ad «avere coraggio perché la vita, specialmente in questo momento, ci chiede di osare». Non poteva mancare poi un riferimento al pericolo della corruzione e dell’illegalità: «È necessario mantenere alta la guardia perché le mafie sono ancora più forti in questo periodo di crisi finanziaria. Bisogna educare i giovani a essere buoni cristiani e onesti cittadini, perché le mafie vivono e crescono in mezzo a noi, cambiano, penetrano e hanno continuità nel cambiamento arrivando ovunque facendo affari».



Card. Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio consiglio della cultura 
Il linguaggio e la religione sono stati invece i punti toccati dal card. Ravasi che ha ricordato agli studenti l’importanza del dialogo nella ricerca di una fede autentica e non dettata dall’indifferenza e da un «autismo della comunicazione» che possono avere inevitabilmente il fondamentalismo come risultato. Ravasi ha anche tenuto una lectio magistralis presso il duomo di Pordenone dal titolo «La Bibbia: un libro di ieri e di oggi», nella quale ha definito il testo sacro «cuore della comunità credente» e «grande codice della cultura occidentale». La rassegna ha avuto anche per quest’edizione un grande successo con un’affluenza di pubblico intorno alle 5.000 persone, grazie anche a tanti altri appuntamenti che hanno permesso d’approfondire tematiche quali la sanità pubblica e privata nel rispetto della persona, l’enciclica Laudato si’ di Francesco e il diritto al cibo come diritto umano fondamentale nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa. 

Grande soddisfazione per don Giuseppe Costa, direttore della LEV: «Il successo di questa IX edizione è la dimostrazione che la formula adottata dagli organizzatori è incoraggiante e dà inoltre forti motivazioni per proseguire nel percorso intrapreso». Il curatore dell’evento Sandro Sandrin, pensando già all’organizzazione della X edizione in programma per l’ottobre 2016, ha lanciato l’idea di allargare la presenza ormai acquisita della LEV e di ospiti significativi del mondo cattolico a esponenti dell’«editoria religiosa a livello internazionale».


ARTICOLO PUBBLICATO IN "IL REGNO - ATTUALITÀ N.10/2015"

martedì 22 settembre 2015

TRATTOLIBERO, UN GRUPPO DI SCRITTURA CREATIVA FRA MULTILINGUISMO E CREATIVITÀ

Tre le raccolte di racconti prodotte dal gruppo: “I Seminatori di storie”, “Anchora Spero di Meglio” e “Inpaziente attesa”.



Un Tratto unico ma Libero nato da Pordenonelegge

Medici, giornalisti, attori, critici, tesorieri, artisti, studenti. Il tutto mescolato con una grande passione per la scrittura. Cosa potrà mai uscire fuori da un mix del genere? La risposta è semplice: il Trattolibero. Vi starete domandando cosa mai sarà questo Trattolibero, questa parola che rimanda a qualcosa di sconfinato, indipendente e forse anche un po’ anarchico. Di libero, appunto. Ebbene il Trattolibero è un gruppo di scrittura creativa e in quanto tale libera. Una sorta di piccola grande famiglia composta dagli elementi più diversi tra loro che riescono però a creare un’armonia (quasi) perfetta mettendo insieme il genio bizzarro di diverse personalità. Personalità sciolte l’una dall’altra e slegate da catene dogmatiche che vengono così a creare nel loro insieme un Tratto unico, ma Libero. Lo so deve essere una cosa complicata detta così ma è più semplice di quanto sembri: in sostanza siamo undici persone appartenenti a culture, lingue e professioni diverse e fra le più varie che condividono la passione per la scrittura attraverso esperienze, mentalità e opinioni differenti fra loro che però creano un insieme ricco di conoscenze. Da tutto ciò sfociano così fiumi di idee alle volte difficili da domare ma entusiasmanti, come quando cavalchi un’onda e il tuo dovere è solo quello di saperti lasciare trasportare senza avere la presunzione di dominare: “Quant’è bella giovinezza,/ che si fugge tuttavia!/ Chi vuol essere lieto sia:/ di doman non c’è certezza” direbbe Gianfranco - il critico del gruppo, colui che legge ogni nostro progetto in cantiere verso il successo e la fama di scrittori affermati dispensando critiche e consigli degni di un lettore incallito – citando un certo Lorenzo De’ Medici.

Ecco, il Trattolibero è nato così, da un insieme di idee piccole come gocce che però poi sono diventate un fiume in piena. Un fiume le cui sorgenti sono undici menti originali e uniche nel loro genere che si sono incontrate nel marzo del 2011 grazie al corso di scrittura creativa organizzato da Pordenonelegge in collaborazione con il Consorzio Universitario di Pordenone: un vero e proprio Laboratorio sulla Narrazione guidato dai curatori di pordenonelegge.it – il consueto festival del libro che anima la nostra città nel mese di settembre – Gian Mario Villalta e Alberto Garlini, dispensatori di dritte e consigli su come modellare fino alla perfezione il talento e la passione per la scrittura per poi - chissà - scrivere un giorno un romanzo di successo. Le prime gocce a comporre questo fiume sono state le numerose serie di esercizi che i nostri maestri ci assegnavano per casa, come dei veri e propri scolaretti alle prese con tabelline e poesie da imparare: leggevamo in classe i nostri racconti portando alla luce il nostro modo di scrivere, il nostro stile, la nostra personalità. Abbiamo così iniziato a conoscerci, a darci consigli a vicenda e anche a criticarci quando necessario: e proprio le critiche sono gli aspetti che uno scrittore apprezza di più, perché esce da sé stesso, dal suo punto di vista e dal suo egoismo – perché diciamocelo, chi ama scrivere è anche almeno un po’ permaloso e geloso del proprio lavoro. Ma questa armonia non andava persa e così, una volta terminate le lezioni al corso di scrittura, abbiamo deciso di continuare a incontrarci per poter condividere opinioni, punti di vista, critiche e apprezzamenti sui nostri scritti, i nostri progetti e la nostra comune passione per la parola scritta. Come conferma Anna, che fra un incontro e l’altro del Trattolibero è riuscita anche a diventare mamma per ben due volte: “Succede di passeggiare per il centro di Pordenone e di essere attratto da una locandina con un disegno di Snoopy. E succede che ti ritrovi a leggere di un corso di scrittura creativa, e poi non sai bene come ma ti ritrovi iscritto, al corso, e finisce pure che ci si inventa un dopo, che ci si trova a scrivere insieme, e non sai bene come sia partito il tutto, ma questo è quello a cui si è arrivati. E da cui partiamo…”.

Il Numero Zero: "I Seminatori di storie"

Undici corsari di parole riuniti al Caffè Letterario davanti a un prosecco

Non ci restava che scegliere il nostro covo da corsari di parole, il luogo di ritrovo stabilito che potesse essere espressione dell’identità del gruppo che andava formandosi. Così la scelta è caduta sul Caffè Letterario in Piazza della Motta, nel quale abbiamo avuto il piacere di incontrarci una volta al mese per condividere le nostre idee e che è stato – nel marzo 2012 - teatro della presentazione della nostra prima raccolta di racconti dal titolo “I Seminatori di storie”. Già, perché ad un certo punto ci siamo detti: “Ok, ci incontriamo, parliamo dei nostri racconti e dei nostri progetti, chiacchieriamo serenamente davanti a un prosecco e delle patatine, ma perché non andiamo oltre?”. Idee su idee, gocce su gocce e il nostro fiume cominciava ad ingrossarsi e il Trattolibero cominciava a gattonare. Ecco che abbiamo deciso così di fare un gioco: individuati cinque temi -  #IlRestare, #IlVestitoNero, #AlleCorde, #DonneInnamorate e #IlBivio - abbiamo sorteggiato quattro coppie e un terzetto, dove il primo di ogni coppia ha scritto un racconto a partire dal tema che gli era stato assegnato e il secondo ha tentato di replicare al racconto del primo tenendo fede al tema e cambiando il punto di vista. Ed è così che è nato il Numero Zero del Trattolibero, una raccolta di racconti che ha celebrato il primo compleanno del gruppo e nella quale il piacere di scrivere ci ha portati a mettere nero su bianco una parte di noi, condividendola poi con parenti e amici. Un piccolo successo per chi riesce a creare qualcosa attraverso l’aiuto reciproco, la collaborazione, l’impegno e la passione, per poi trasmettere un messaggio a chi ti guarda dall’esterno. E il messaggio è semplice: scrivere è prima di tutto un piacere e un divertimento, una passione che ha come fine quello di comunicare sé stessi e non quello di diventare per forza romanzieri in cima alle classifiche dei best seller – certo, se un domani qualcuno di noi dovesse riuscirci, champagne per tutti! – ma soprattutto qualcosa che fa bene a sé stessi, come dice Patrizia, buttatasi fra l’altro nell’avventura universitaria con la matematica: “Hai presente quando ti dicono che ingrassare è come mettere una corazza protettiva? Beh, leggere è una corazza ancora più potente. E scrivere è una dieta molto efficace! Trattolibero è stata ed è la mia dieta, il menù che ha sciolto il grasso protettivo e cacciato i radicali liberi. È una freschissima misticanza multilingue dove ognuno ha messo la sua fogliolina raccolta dal cespo personale di idee, pensieri e sentimenti, diversi ma comuni”.


La scrittura come amica e compagna di vita

Con questo spirito il Trattolibero è andato avanti, passando dal gattonare al muovere i primi passi in piedi. Uno spirito mosso essenzialmente dalla scrittura, una sorta di amica e compagna di vita che ha accompagnato molti di noi sin dall’infanzia, come racconta Sabrina: “Sua madre racconta che, da bambina, Sabrina scriveva spesso i suoi pensierini un po’ ovunque, persino sui sacchetti di carta del pane fresco. Poi un giorno, alle scuole elementari, la maestra le assegnò il seguente tema: che cosa vedo quando guardo fuori dalla finestra della mia cameretta. Dallo scenario apparentemente insignificante in cui i suoi familiari scorgevano soltanto un anonimo muro divisorio di cemento, lei trasse una descrizione di otto facciate scritte fitte fitte. E da lì tutto ebbe inizio”. Inutile dire che la piccola Sabrina adesso è diventata una giornalista e riempie pagine e pagine per Il Gazzettino parlando di cronaca, cultura e spettacoli. Ma non è stata solo Sabrina a crescere con carta e penna. Anche Carlos, il nostro dottore sudamericano nativo della splendida Argentina, ha avuto sin da piccolo un rapporto stretto con la scrittura: “Il mio scrivere è una cosa che, dall’infanzia in Patagonia, un maestro, figlio d’italiani mi lasciò come eredità: <<Quel che rimane scritto non è più tuo, è per gli altri, che così possono condividere i tuoi pensieri, i tuoi ricordi, i tuoi sogni e le tue esperienze>>”. Sentir parlare Carlos - magari mentre legge un suo scritto - è sempre qualcosa di affascinante, con il suo accento argentino che inevitabilmente ti porta a navigare con la mente verso quel Sudamerica tanto ricco di bellezza e curiosità. E lo stesso accade quando ascolti l’italiano addolcito e levigato di Rosa María, messicana che si definisce “una tessitrice di racconti che pensa e sente in due lingue” e per la quale “Trattolibero è diventato la bussola che mi guida alla finestra infinita dalla quale guardare il mondo aldilà del visibile e con parole alate far diventare possibile l'impossibile, tangibile l'intangibile, percettibile l'impercettibile e verosimile l'inverosimile, in modo che lo sguardo dei due universi paralleli che veleggiano dentro me coesista con la realtà. Ancora riecheggia alle mie spalle la megalopoli di Città del Messico e allo stesso tempo fluisce in me, come le calme acque di un fiume di poesia, l'Italia gentile che mi ospita. Vedo Trattolibero come la sorgente dalla quale abbeverare con acqua di vita l'erg del mio cuore italomessicano, dolcemente ancorato e coraggiosamente galleggiante tra il vecchio ed il nuovo continente”.



“Anchora Spero di Meglio”: undici racconti su un dettaglio architettonico della nostra città

"Ancora Spero di Meglio - Racconti dell'Architrave" 
Con questa ricchezza culturale abbiamo cercato di fare un passo in più, con l’obiettivo di contribuire a raccontare il nostro territorio, la città in cui viviamo, nella quale siamo nati o che ci ospita da anni. Così abbiamo dato vita ad una seconda raccolta di racconti dal titolo “Anchora Spero di Meglio” - presentata nel febbraio 2013 al PnBox – ispirandoci a un dettaglio architettonico della nostra città: una scritta – Anchora Spero di Meglio - incisa su un’architrave al numero civico 48 di corso Vittorio Emanuele, dove nel 1674 fu costruito un ospizio con annessi chiesa e oratorio e in seguito diventato sede delle prime scuole pubbliche di Pordenone, che ne adottarono l’iscrizione a proprio motto. Una scritta ben visibile e nella quale ci imbattiamo spesso quando passeggiamo per i portici del nostro centro storico ma alla quale probabilmente non facciamo quasi mai caso, presi dai nostri pensieri, dalle vetrine dei negozi o dalla fretta: ecco abbiamo deciso allora di renderla più visibile questa scritta, inserendola in undici racconti ad essa ispirati e che hanno la missione di darle diverse interpretazioni per capire, in fondo, come e perché è importante sperare sempre di meglio nella vita. Abbiamo così dato sfogo alla nostra fantasia, ai nostri sogni e alle nostre speranze, cercando di legare il tutto attraverso questa scritta così bella e viva. In fondo è stato un modo per conoscere ancora di più sé stessi, affidando ancora una volta alle parole scritte l’arduo compito di raccontarsi, come dice la nostra poliedrica organizzatrice Chiara: “La mia vita è un’opera incompiuta come tante. Scriverla? … Perché no!”. A volte scrivere serve a fare il punto della situazione e il quadro della propria vita, ma non è sempre facile. Allora le parole scritte nel silenzio servono a non disperderle nel rumore, a saperle leggere e poi ascoltare. Per chi ama scrivere questo serve anche a sognare e in fondo è quello che cerchiamo di fare noi privilegiati membri di questo gruppo di corsari sognatori: “Il Trattolibero mi permette di entrare nel mondo di quelli che sognano”. Parola di Yigal, primario di Anestesia presso l’ospedale di Pordenone e fresco autore del libro “Una vita qualunque” (Giuntina, 294 pagine, 15 euro), nel quale ricostruisce le memorie del padre Mitia Leykin tra le due guerre mondiali e l’Olocausto.



Trattolibero a Pordenonelegge: “Raccontiamo il dolore”. Dolore e più dolor, se tace

"Inpaziente attesa" - illustrazione a cura di Glenda Sburelin
Ma non finisce qui. Goccia su goccia, idea su idea, il Trattolibero ha gattonato, si è alzato in piedi, ha camminato ed è tornato da dove era partito: Pordenonelegge. Da lì abbiamo cominciato e lì siamo tornati, stavolta in veste d’autori. In occasione della XIV edizione di Pordenonelegge infatti il Trattolibero ha presentato la sua terza raccolta di racconti dal titolo “Inpaziente attesa”, all’interno del Congresso nazionale dell’Area culturale Dolore della Società Italiana di Anestesia, riunito a Pordenone nei giorni del festival. Il titolo dell’evento era “Raccontiamo il dolore”. Dolore è più dolor, se tace -  citando un celebre verso di Giovanni Pascoli – e riassumeva il tentativo di raccontare il dolore fisico attraverso brevi racconti, nei quali ancora una volta siamo stati chiamati a misurarci con noi stessi, con le nostre esperienze e con le nostre interpretazioni della realtà – in questo caso della realtà del dolore, una bestia con la quale ogni uomo deve fare i conti prima o poi nella vita, ma che può essere esorcizzata espellendola fuori, anche attraverso la scrittura. Durante l’evento, come per le presentazioni dei primi due numeri, abbiamo letto al pubblico degli estratti di ogni racconto, il tutto accompagnato dalla musica e dalle sue note. I Camerieri italiani - ensamble di musicisti pordenonesi che si propongono di rileggere in modo inedito i classici della canzone italiana dagli anni '50 fino ad oggi – hanno accompagnato musicalmente con il loro straordinario repertorio le letture dei nostri brani, affidate per l’occasione all’estro e all’interpretazione del nostro attore Luca, che ermeticamente spiega così la natura del nostro gruppo: “Ingannati da un annuncio con su scritto <<la casa editrice Priscilla cerca inediti, anche racconti brevi>>, ci siamo ritrovati nel giorno di San Pacomio, nei pressi di un convento francescano. Monaci scrivani dell’era digitale comunichiamo attraverso un gruppo Google e durante i nostri incontri offriamo libagioni in sacrificio al Grande Editor, che un giorno ci pubblicherà tutti”. Eh sì, perché in attesa che il Grande Editor goda del talento di ognuno di noi, continuiamo a sfornare idee raccogliendole in un blog, che non poteva che chiamarsi Trattolibero (trattolibero.altervista.org). 

Musica e scrittura: un binomio fantastico fra note e parole scritte

Tornando alla musica: essa è sempre stata centrale nel Trattolibero, come fonte di ispirazione per molti di noi ma anche occasione di relax nella lettura, oltre che sottofondo fondamentale nella presentazione dei nostri scritti, grazie ai repertori di Nicolas Rosan, del maestro Gianni Fassetta e dei prima citati Camerieri italiani, che con la loro musica hanno dato ritmo ed emotività alle nostre catene di parole scritte su carta. Un binomio fantastico e perfettamente complementare quello fra musica e scrittura, dove l’una esalta l’altra reciprocamente: e in fondo la musica è fatta di parole e note scritte, così come la scrittura di parole legate da armonia e musicalità. Scrivere una storia o scrivere una canzone in fin dei conti è sempre una forma di narrazione, che sia tramite un racconto o tramite la musica. E scrivere è dare forma ai propri pensieri, conoscere sé stessi dall’esterno scoprendo i pregi e i difetti che i nostri occhi non riescono a vedere. Scrivere è saper dare consistenza alle proprie emozioni attraverso le parole, liberarsi dei pesi che non sappiamo sopportare, esprimere le gioie che non sappiamo contenere: in poche parole scrivere è lasciar parlare una parte di sé stessi.



Trattolibero: un gruppo eterogeneo e multilingue tenuto insieme da un filo di lettere ed idee

E scrivere è lo strumento del quale mi sto servendo per raccontare – a voi che state leggendo – la storia del Trattolibero, un gruppo di scrittura e di scrittori che sta continuando a imparare, giorno dopo giorno, a vivere la realtà e a interpretarla attraverso l’arte della scrittura, cavalcando liberamente la cresta dell’onda aspettando pazientemente e serenamente la prossima, goccia dopo goccia, idea dopo idea. Il tutto con spontaneità, naturalezza e con la voglia di confrontarsi, come dice la nostra grafica Laura, terza classificata al Premio Letterario Nazionale "Per le Antiche Vie" con il racconto “Il Creativo”: La cosa bella di questo gruppo è stata la naturalezza della sua formazione. La serendipità mette lo zampino in questo genere di esperienze: se le cerchi di proposito non le trovi. Non è facile scrivere e leggere insieme agli altri, a volte le parole riflettono come un prisma le tue mille sfaccettature, le peggiori e le migliori. Bisogna prendersi la responsabilità del confronto e non mentire a sé stessi, ma questo mette in luce le diversità e crea collegamenti fra le generazioni. Non è poco”.


Questo breve excursus del nostro gruppo mi ha visto narratore di tanti ricordi che ne tracciano l’identità e la bellezza, in un collage di pensieri che esprimono la personalità di persone tanto diverse quanto appassionate alla scrittura. Ma non posso non concludere con le parole scritte ancora da Rosa Marìa e che in fondo sono le parole di tutti noi: “Eterogeneo e multilingue, Trattolibero siamo tutti ed uno solo... a volte lontani tra di noi ma collegati da un filo di lettere ed idee, così diversi ma uguali nella passione della scrittura che un venturoso giorno ci unì in quest'avventura”.



ARTICOLO USCITO PER IL NUMERO DI SETTEMBRE DELLA RIVISTA "EVENTI" DI PORDENONE.