Domenica 1° gennaio è andato in onda, in prima serata su Rai3, il documentario "Un Selfie con Il Papa" (che potete guardare a questo link). Un documentario realizzato dal regista Michele Truglio, che ho avuto il piacere di intervistare per il periodico Il Regno e che mi ha raccontato di un progetto inedito il cui obiettivo era quello di conoscere Papa Francesco da una prospettiva diversa. Una sorta di spostamento dell'obiettivo nel quale a fare da filtro su un personaggio rivoluzionario come Bergoglio sono gli occhi della gente.
La gente comune, con le difficoltà della vita di tutti i giorni, con i sogni per il domani e la speranza del bene. Insomma, di tutto quello che proprio il Papa cerca di parlare nelle sue omelie a Santa Marta, nelle sue visite pastorali, nei suoi incontri occasionali e tramite le sue preghiere.
Un documentario tutto da scoprire e che permette davvero di far sentire la vicinanza del Papa come "uno di noi", disposto com'è a scambiare una parola, a baciare e benedire un bambino, a regalare una carezza e un sorriso. E perché no, anche a concedere un selfie.
Giustizia, misericordia, giovani e cultura. Queste le parole chiave per descrivere la IX edizione dell’evento culturale «La Libreria Editrice Vaticana a Pordenone. Ascoltare, leggere, crescere» che si è tenuto nella città friulana dal 17 al 29 ottobre 2015. Una rassegna ormai diventata abituale e che vede la LEV in sintonia con la cittadinanza pordenonese attraverso una sensibilizzazione in grado di toccare diverse tematiche legate all’attualità grazie anche alla presenza di ospiti illustri.
Se l’anno scorso la rassegna era stata impreziosita dalla presenza di p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica, e dal card. W. Kasper, presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, quest’anno Pordenone ha potuto accogliere, fra i tanti ospiti, personaggi del calibro di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e già ministro della Giustizia e il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.
Il tema della giustizia è stato affrontato da Flick nel corso di alcuni appuntamenti in occasione dei quali l’ex guardiasigilli ha incontrato gli studenti del territorio spiegando loro il concetto di dignità presente nella Costituzione e denunciando un luogo comune oggi imperante: quello di essere spesso indignati verso qualcosa senza poi riconoscere la dignità nei confronti delle persone fragili ed emarginate.
Giovanni Maria Flick, ex Ministro della Giustizia
In merito al concetto di corruzione l’ex ministro della Giustizia – che nel corso della rassegna ha anche presentato il suo libro Elogio della dignità (pubblicato per i tipi della LEV) – ha posto l’accento su una urgente necessità di semplificazione delle leggi accompagnata da un recupero del senso di legalità: «Solo così, grazie anche a una efficace prevenzione, sarà possibile combattere la corruzione» – ha detto.
La parola «misericordia», perno del Giubileo indetto da papa Francesco a partire dal prossimo 8 dicembre, è risuonata in uno dei momenti più caratterizzanti della rassegna, con la consegna della corona del rosario inviata da Bergoglio a ciascuno dei 70 detenuti del Carcere di Pordenone. Per Flick «la detenzione ormai non può essere l’unica pena» e citando la Costituzione ha poi ribadito come «la permanenza nel carcere per le persone deve avere una reale finalità educativa».
No a una comunicazione autistica
Per don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, si deve superare il luogo comune che le pene severe siano sinonimo di tranquillità e sicurezza per la popolazione e proprio per questo ha dichiarato che il Governo più che destinare tutte le risorse disponibili a ristrutturare le carceri deve pensare anche a finanziare le iniziative alternative. Su questa linea anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità nuova e cappellano del Carcere minorile Beccaria di Milano, che ha annunciato un progetto – in programma dal prossimo gennaio – di fornire un salario minimo di reinserimento da destinare ai giovani poveri che escono dal Beccaria per evitare che ritornino a delinquere.
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera
La IX edizione della LEV a Pordenone ha avuto un particolare occhio di riguardo per i giovani: oltre agli incontri con Flick, infatti, erano in programma altri due appuntamenti molto importanti con don Ciotti e con il card. Ravasi. In un teatro comunale gremito da oltre 500 persone – in occasione del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco – don Ciotti ha lanciato un messaggio eloquente ai giovani, invitandoli ad «avere coraggio perché la vita, specialmente in questo momento, ci chiede di osare». Non poteva mancare poi un riferimento al pericolo della corruzione e dell’illegalità: «È necessario mantenere alta la guardia perché le mafie sono ancora più forti in questo periodo di crisi finanziaria. Bisogna educare i giovani a essere buoni cristiani e onesti cittadini, perché le mafie vivono e crescono in mezzo a noi, cambiano, penetrano e hanno continuità nel cambiamento arrivando ovunque facendo affari».
Card. Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio consiglio della cultura
Il linguaggio e la religione sono stati invece i punti toccati dal card. Ravasi che ha ricordato agli studenti l’importanza del dialogo nella ricerca di una fede autentica e non dettata dall’indifferenza e da un «autismo della comunicazione» che possono avere inevitabilmente il fondamentalismo come risultato. Ravasi ha anche tenuto una lectio magistralis presso il duomo di Pordenone dal titolo «La Bibbia: un libro di ieri e di oggi», nella quale ha definito il testo sacro «cuore della comunità credente» e «grande codice della cultura occidentale». La rassegna ha avuto anche per quest’edizione un grande successo con un’affluenza di pubblico intorno alle 5.000 persone, grazie anche a tanti altri appuntamenti che hanno permesso d’approfondire tematiche quali la sanità pubblica e privata nel rispetto della persona, l’enciclica Laudato si’ di Francesco e il diritto al cibo come diritto umano fondamentale nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa.
Grande soddisfazione per don Giuseppe Costa, direttore della LEV: «Il successo di questa IX edizione è la dimostrazione che la formula adottata dagli organizzatori è incoraggiante e dà inoltre forti motivazioni per proseguire nel percorso intrapreso». Il curatore dell’evento Sandro Sandrin, pensando già all’organizzazione della X edizione in programma per l’ottobre 2016, ha lanciato l’idea di allargare la presenza ormai acquisita della LEV e di ospiti significativi del mondo cattolico a esponenti dell’«editoria religiosa a livello internazionale».
"In Gesù Cristo il nuovo umanesimo": questo il titolo del 5°
Convegno ecclesiale nazionale cominciato ieri a Firenze e che durerà
fino a venerdì 13 novembre. E nella giornata di oggi il tema
dell'umanesimo ha visto il prezioso contributo niente meno che di
Papa Francesco, arrivato nella città toscana per incontrare la
Chiesa italiana.
Un
incontro i cui contenuti possono essere riassunti nel discorso tenuto
dal Papa presso il Duomo di Firenze e che può essere definito un
capolavoro di comunicazione per la densità di immagini che Bergoglio
ha utilizzato per mandare messaggi chiari e precisi non solo alla
Chiesa ma al mondo cattolico intero. E come sua abitudine tre sono
state le immagini che Bergoglio ha voluto utilizzare per raccontare
la sua idea di "Chiesa in uscita e pastorale": l'immagine
di don Camillo e Peppone, la storia di un vescovo che è sorretto
dalla gente in tram e infine l'immagine della medaglia spezzata a
metà fra madre e figlio.
DON
CAMILLO E PEPPONE. La citazione dei celebri personaggi popolari
inventati da Guareschi ha subito provocato gli applausi della platea
alla quale stava parlando Francesco, richiamando una concezione
popolare del rapporto fra Chiesa e popolo: "Mi colpisce come
nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca
alla evidente vicinanza con la gente. [...] Vicinanza alla gente e
preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare,
umile, generoso, lieto". Ed è attraverso questa immagine
che Francesco ha ribadito un concetto già esposto quel 13 marzo 2013
nel giorno della sua elezione: "Popolo e pastori insieme! Ai
vescovi chiedo di essere pastori".
Immagine da ilsussidiario.net
IL
VESCOVO SORRETTO DALLA GENTE. Ed è da questa immagine di buon
pastore che Francesco racconta un aneddoto: "Di
recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò
all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più
dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si
appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre
la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua
gente".
LA
MEDAGLIA SPEZZATA A META'. E poi un'altra immagine presa dalla storia
popolare: “Siamo
qui a Firenze, città della bellezza. Quanta bellezza in questa città
è stata messa a servizio della carità! Penso allo Spedale
degli Innocenti, ad esempio. Una delle prime architetture
rinascimentali è stata creata per il servizio di bambini abbandonati
e madri disperate. Spesso queste mamme lasciavano, insieme ai
neonati, delle medaglie spezzate a metà, con le quali speravano,
presentando l’altra metà, di poter riconoscere i propri figli in
tempi migliori. Ecco, dobbiamo immaginare che i nostri poveri abbiano
una medaglia spezzata. Noi abbiamo l’altra metà. La Chiesa madre
ha l’altra metà della medaglia di tutti e riconosce tutti i suoi
figli abbandonati, oppressi, affaticati. Il Signore ha versato il suo
sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”.
Tre immagini di umanesimo che nascono
però da tre sentimenti, sui quali il cristiano è chiamato a
riflettere con la sguardo fisso a Cristo, l'Ecce Homo. Umiltà,
disinteresse e beatitudine sono i perni sui quali Bergoglio basa la
sua idea di Chiesa ed è qui che si rivolge alla Chiesa italiana:
“Non dobbiamo essere ossessionati dal potere. […] Preferisco
una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le
strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità
di aggrapparsi alle proprie sicurezze”. Tre sentimenti che per
sbocciare devono vincere due tentazioni precise individuate da
Bergoglio, quella del pelagianesimo e quella dello gnosticismo: “La
dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare
domande, dubbi, interrogativi ma è viva, sa inquietare, animare. […]
Il fascino dello gnosticismo è quello di una fede rinchiusa nel
soggettivismo dove il soggetto rimane chiuso nell'immanenza della sua
ragione o dei suoi sentimenti”.
Ed è qui che Francesco ribadisce un
tema a lui caro: il dialogo e la cultura dell'incontro. “Vi
raccomando in maniera speciale la capacità di incontro. Dialogare
non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria fetta
della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene
comune per tutti. […] La società italiana si costruisce quando le
sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo
costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile,
quella artistica, quella tecnologica, quella economia, quella
politica e quella dei media... La Chiesa sia fermento di dialogo, di
incontro, di unità”.
Infine un appello ai giovani: “Superate
l'apatia e siate costruttori dell'Italia! Dovunque voi siate non
costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.
Ancora
una volta, seguendo una tradizione della quale mi sento onorato, il
Segretario Generale delle Nazioni Unite ha invitato il Papa a
rivolgersi a questa onorevole assemblea delle nazioni. A mio nome e a
nome di tutta la comunità cattolica, Signor Ban Ki-moon, desidero
esprimerLe la più sincera e cordiale riconoscenza; La ringrazio
anche per le Sue gentili parole. Saluto inoltre i Capi di Stato e di
Governo qui presenti, gli Ambasciatori, i diplomatici e i funzionari
politici e tecnici che li accompagnano, il personale delle Nazioni
Unite impegnato in questa 70.ma Sessione dell’Assemblea Generale,
il personale di tutti i programmi e agenzie della famiglia dell’ONU
e tutti coloro che in un modo o nell’altro partecipano a questa
riunione. Tramite voi saluto anche i cittadini di tutte le nazioni
rappresentate a questo incontro. Grazie per gli sforzi di tutti e di
ciascuno per il bene dell’umanità.
Questa
è la quinta volta che un Papa visita le Nazioni Unite. Lo
hanno fatto i miei predecessori Paolo VI nel 1965, Giovanni Paolo II
nel 1979 e nel 1995 e il mio immediato predecessore, oggi Papa
emerito Benedetto XVI, nel 2008. Tutti costoro non hanno risparmiato
espressioni di riconoscimento per l’Organizzazione, considerandola
la risposta giuridica e politica adeguata al momento storico,
caratterizzato dal superamento delle distanze e delle frontiere ad
opera della tecnologia e, apparentemente, di qualsiasi limite
naturale all’affermazione del potere. Una risposta imprescindibile
dal momento che il potere tecnologico, nelle mani di ideologie
nazionalistiche o falsamente universalistiche, è capace di produrre
tremende atrocità. Non posso che associarmi all’apprezzamento dei
miei predecessori, riaffermando l’importanza che la Chiesa
Cattolica riconosce a questa istituzione e le speranze che ripone
nelle sue attività.
La
storia della comunità organizzata degli Stati,
rappresentata dalle Nazioni Unite, che festeggia in questi giorni il
suo 70° anniversario, è una storia di importanti successi comuni,
in un periodo di inusitata accelerazione degli avvenimenti. Senza
pretendere di essere esaustivo, si può menzionare la codificazione e
lo sviluppo del diritto internazionale, la costruzione della
normativa internazionale dei diritti umani, il perfezionamento del
diritto umanitario, la soluzione di molti conflitti e operazioni di
pace e di riconciliazione, e tante altre acquisizioni in tutti i
settori della proiezione internazionale delle attività umane. Tutte
queste realizzazioni sono luci che contrastano l’oscurità del
disordine causato dalle ambizioni incontrollate e dagli egoismi
collettivi. È sicuro che, benché siano molti i gravi problemi non
risolti, è però evidente che se fosse mancata tutta quell’attività
internazionale, l’umanità avrebbe potuto non sopravvivere all’uso
incontrollato delle sue stesse potenzialità. Ciascuno di questi
progressi politici, giuridici e tecnici rappresenta un percorso di
concretizzazione dell’ideale della fraternità umana e un mezzo per
la sua maggiore realizzazione. Rendo perciò omaggio a tutti gli
uomini e le donne che hanno servito con lealtà e sacrificio l’intera
umanità in questi 70 anni. In particolare, desidero ricordare oggi
coloro che hanno dato la lorovita per la pace e la riconciliazione
dei popoli, a partire da Dag Hammarskjöld fino ai moltissimi
funzionari di ogni grado, caduti nelle missioni umanitarie di pace e
di riconciliazione.
L’esperienza
di questi 70 anni, al
di là di tutto quanto è stato conseguito, dimostra che la riforma e
l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso
l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione,
una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni.
Tale necessità di una maggiore equità, vale in special modo per gli
organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di
Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi
specificamente creati per affrontare le crisi economiche. Questo
aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei
confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari
internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile
dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a
sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso,
sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà,
esclusione e dipendenza.
Il
compito delle Nazioni Unite, a
partire dai postulati del Preambolo e dei primi articoli della sua
Carta costituzionale, può essere visto come lo sviluppo e la
promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è
requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità
universale. In questo contesto, è opportuno ricordare che la
limitazione del potere è un’idea implicita nel concetto di
diritto. Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di
giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può
considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i
diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La
distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare,
tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di
un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli
interessi, realizza la limitazione del potere. Oggi il panorama
mondiale ci presenta, tuttavia, molti falsi diritti, e – nello
stesso tempo – ampi settori senza protezione, vittime piuttosto di
un cattivo esercizio del potere: l’ambiente naturale e il vasto
mondo di donne e uomini esclusi. Due settori intimamente uniti tra
loro, che le relazioni politiche ed economiche preponderanti hanno
trasformato in parti fragili della realtà. Per questo è necessario
affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione
dell’ambiente e ponendo termine all’esclusione.
Anzitutto
occorre affermare che
esiste un vero “diritto dell’ambiente” per una duplice ragione.
In primo luogo perché come esseri umani facciamo parte
dell’ambiente. Viviamo in comunione con esso, perché l’ambiente
stesso comporta limiti etici che l’azione umana deve riconoscere e
rispettare. L’uomo, anche quando è dotato di «capacità senza
precedenti» che «mostrano una singolarità che trascende l’ambito
fisico e biologico» (Enc. Laudato sì, 81), è al tempo stesso una
porzione di tale ambiente. Possiede un corpo formato da elementi
fisici, chimici e biologici, e può sopravvivere e svilupparsi
solamente se l’ambiente ecologico gli è favorevole. Qualsiasi
danno all’ambiente, pertanto, è un danno all’umanità. In
secondo luogo, perché ciascuna creatura, specialmente gli esseri
viventi, ha un valore in sé stessa, di esistenza, di vita, di
bellezza e di interdipendenza con le altre creature. Noi cristiani,
insieme alle altre religioni monoteiste, crediamo che l’universo
proviene da una decisione d’amore del Creatore, che permette
all’uomo di servirsi rispettosamente della creazione per il bene
dei suoi simili e per la gloria del Creatore, senza però abusarne e
tanto meno essendo autorizzato a distruggerla. Per tutte le credenze
religiose l’ambiente è un bene fondamentale (cfr ibid., 81).
L’abuso
e la distruzione dell’ambiente,
allo stesso tempo, sono associati ad un inarrestabile processo di
esclusione. In effetti, una brama egoistica e illimitata di potere e
di benessere materiale, conduce tanto ad abusare dei mezzi materiali
disponibili quanto ad escludere i deboli e i meno abili, sia per il
fatto di avere abilità diverse (portatori di handicap), sia perché
sono privi delle conoscenze e degli strumenti tecnici adeguati o
possiedono un’insufficiente capacità di decisione politica.
L’esclusione economica e sociale è una negazione totale della
fraternità umana e un gravissimo attentato ai diritti umani e
all’ambiente. I più poveri sono quelli che soffrono maggiormente
questi attentati per un triplice, grave motivo: sono scartati dalla
società, sono nel medesimo tempo obbligati a vivere di scarti e
devono soffrire ingiustamente le conseguenze dell’abuso
dell’ambiente. Questi fenomeni costituiscono oggi la tanto diffusa
e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”.
La
drammaticità di tutta questa situazione di esclusione e di inequità,
con le sue chiare conseguenze, mi porta, insieme a tutto il popolo
cristiano e a tanti altri, a prendere coscienza anche della mia grave
responsabilità al riguardo, per cui alzo la mia voce, insieme a
quella di tutti coloro che aspirano a soluzioni urgenti ed efficaci.
L’adozione dell’ “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”
durante ilVertice mondiale che inizierà oggi stesso, è un
importante segno di speranza. Confido anche che la Conferenza di
Parigi sul cambiamento climatico raggiunga accordi fondamentali ed
effettivi.
Non
sono sufficienti, tuttavia, gli impegni assunti solennemente,
anche quando costituiscono un passo necessario verso la soluzione dei
problemi. La definizione classica di giustizia alla quale ho fatto
riferimento anteriormente contiene come elemento essenziale una
volontà costante e perpetua: Iustitia est constans et perpetua
voluntas ius suum cuique tribuendi. Il mondo chiede con forza a tutti
i governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di
passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare
l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno
dell’esclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze
di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani,
sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato,
compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e
crimine internazionale organizzato. È tale l’ordine di grandezza
di queste situazioni e il numero di vite innocenti coinvolte, che
dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo
declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo
aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella
lotta contro tutti questi flagelli.
La
molteplicità e complessità dei problemi richiede
di avvalersi di strumenti tecnici di misurazione. Questo, però,
comporta un duplice pericolo: limitarsi all’esercizio burocratico
di redigere lunghe enumerazioni di buoni propositi – mete,
obiettivi e indicatori statistici –, o credere che un’unica
soluzione teorica e aprioristica darà risposta a tutte le sfide. Non
bisogna perdere di vista, in nessun momento, che l’azione politica
ed economica, è efficace solo quando è concepita come un’attività
prudenziale, guidata da un concetto perenne di giustizia e che tiene
sempre presente che, prima e aldilà di piani e programmi, ci sono
donne e uomini concreti, uguali ai governanti, che vivono, lottano e
soffrono, e che molte volte si vedono obbligati a vivere miseramente,
privati di qualsiasi diritto.
Affinché
questi uomini e donne concreti possano
sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere
degni attori del loro stesso destino. Lo sviluppo umano integrale e
il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti.
Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna
famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta
relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità
umana – amici, comunità, villaggi e comuni, scuole, imprese e
sindacati, province, nazioni, ecc. Questo suppone ed esige il diritto
all’istruzione – anche per le bambine (escluse in alcuni luoghi)
– che si assicura in primo luogo rispettando e rafforzando il
diritto primario della famiglia a educare e il diritto delle Chiese e
delle altre aggregazioni sociali a sostenere e collaborare con le
famiglie nell’educazione delle loro figlie e dei loro figli.
L’educazione, così concepita, è la base per la realizzazione
dell’Agenda 2030 e per il risanamento dell’ambiente.
Al
tempo stesso, i governanti devono fare tutto il possibile affinché
tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per
rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una
famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale.
Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro
e terra; e un nome a livello spirituale: libertà dello spirito, che
comprende la libertà religiosa, il diritto all’educazione e gli
altri diritti civili.
Per
tutte queste ragioni, la
misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento
della nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo,
pratico e immeditato, per tutti, ai beni materiali e spirituali
indispensabili: abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente
remunerato, alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà
religiosa e, più in generale, libertà dello spirito ed educazione.
Nello stesso tempo, questi pilastri dello sviluppo umano integrale
hanno un fondamento comune, che è il diritto alla vita, e, in senso
ancora più ampio, quello che potremmo chiamare il diritto
all’esistenza della stessa natura umana.
La
crisi ecologica, insieme
alla distruzione di buona parte della biodiversità, può mettere in
pericolo l’esistenza stessa della specie umana. Le nefaste
conseguenze di un irresponsabile malgoverno dell’economia mondiale,
guidato unicamente dall’ambizione di guadagno e di potere, devono
costituire un appello a una severa riflessione sull’uomo: «L’uomo
non si crea da solo. È spirito e volontà, però anche natura»
(BENEDETTO XVI, Discorso al Parlamento della Repubblica Federale di
Germania, 22 settembre 2011; citato in Enc. Laudato sì, 6). La
creazione si vede pregiudicata «dove noi stessi siamo l’ultima
istanza [...]. E lo spreco della creazione inizia dove non
riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto
noi stessi» (ID., Incontro con il Clero della Diocesi di
Bolzano-Bressanone, 6agosto 2008, citato ibid.). Perciò, la difesa
dell’ambiente e la lotta contro l’esclusione esigono il
riconoscimento di una legge morale inscritta nella stessa natura
umana, che comprende la distinzione naturale tra uomo e donna (cfr
Enc. Laudato sì, 155) e il rispetto assoluto della vita in tutte le
sue fasi e dimensioni (cfr ibid., 123; 136).
Senza
il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili
e senza l’immediata attuazione di quei pilastri dello sviluppo
umano integrale, l’ideale di «salvare le future generazioni dal
flagello della guerra» (Carta delle Nazioni Unite, Preambolo) e di
«promuovere il progresso sociale e un più elevato livello di vita
all’interno di una più ampia libertà» (ibid.) corre il rischio
di diventare un miraggio irraggiungibile o, peggio ancora, parole
vuote che servono come scusa per qualsiasi abuso e corruzione, o per
promuovere una colonizzazione ideologica mediante l’imposizione di
modelli e stili di vita anomali estranei all’identità dei popoli
e, in ultima analisi, irresponsabili. La guerra è la negazione di
tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si
vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre
proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le
nazioni e tra i popoli.
A
tal fine bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e
l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e
all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera
norma giuridica fondamentale. L’esperienza dei 70 anni di esistenza
delle Nazioni Unite, in generale, e in particolare l’esperienza dei
primi 15 anni del terzo millennio, mostrano tanto l’efficacia della
piena applicazione delle norme internazionali come l’inefficacia
del loro mancato adempimento. Se si rispetta e si applica la Carta
delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini,
come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno
strumento per mascherare intenzioni ambigue, si ottengono risultati
di pace. Quando, al contrario, si confonde la norma con un semplice
strumento da utilizzare quando risulta favorevole e da eludere quando
non lo è, si apre un vero vaso di Pandora di forze incontrollabili,
che danneggiano gravemente le popolazioni inermi, l’ambiente
culturale, e anche l’ambiente biologico.
Il
Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni
Unite indicano
le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la
soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni
amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste
affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente
alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di
massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto
basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e
potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e
costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni
Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla
sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari,
applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella
lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi
strumenti. Il recente accordo sulla questione nucleare in una regione
sensibile dell’Asia e del Medio Oriente, è una prova delle
possibilità della buona volontà politica e del diritto, coltivati
con sincerità, pazienza e costanza. Formulo i miei voti perché
questo accordo sia duraturo ed efficace e dia i frutti sperati con la
collaborazione di tutte le parti coinvolte.
In
tal senso, non mancano gravi prove delle
conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati
tra i membri della comunità internazionale. Per questo, seppure
desiderando di non avere la necessità di farlo, non posso non
reiterare i miei ripetuti appelli in relazione alla dolorosa
situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri
Paesi africani, dove i cristiani, insieme ad altri gruppi culturali o
etnici e anche con quella parte dei membri della religione
maggioritaria che non vuole lasciarsi coinvolgere dall’odio e dalla
pazzia, sono stati obbligati ad essere testimoni della distruzione
dei loro luoghi di culto, del loro patrimonio culturale e religioso,
delle loro case ed averi e sono stati posti nell’alternativa di
fuggire o di pagare l’adesione al bene e alla pace con la loro
stessa vita o con la schiavitù.
Queste
realtà devono costituire un serio appello ad
un esame di coscienza di coloro che hanno la responsabilità della
conduzione degli affari internazionali. Non solo nei casi di
persecuzione religiosa o culturale, ma in ogni situazione di
conflitto, come in Ucraina, in Siria, in Iraq, in Libia, nel
Sud-Sudan e nella regione dei Grandi Laghi, prima degli interessi di
parte, pur se legittimi, ci sono volti concreti. Nelle guerre e nei
conflitti ci sono persone, nostri fratelli e sorelle, uomini e donne,
giovani e anziani, bambini ebambine che piangono, soffrono e muoiono.
Esseri umani che diventano materiale di scarto mentre non si fa altro
che enumerare problemi, strategie e discussioni. Come ho chiesto al
Segretario Generale delle Nazioni Unite nella mia lettera del 9
agosto 2014, «la più elementare comprensione della dignità umana
[obbliga] la comunità internazionale, in particolare attraverso le
norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto il
possibile per fermare e prevenire ulteriori sistematiche violenze
contro le minoranze etniche e religiose» e per proteggere le
popolazioni innocenti.
In
questa medesima linea vorrei citare un altro tipo di conflittualità,
non sempre così esplicitata ma che silenziosamente comporta la morte
di milioni di persone. Molte delle nostre società vivono un altro
tipo di guerra con il fenomeno del narcotraffico. Una guerra
“sopportata” e debolmente combattuta. Il narcotraffico per sua
stessa natura si accompagna alla tratta delle persone, al riciclaggio
di denaro, al traffico di armi, allo sfruttamento infantile e al
altre forme di corruzione. Corruzione che è penetrata nei diversi
livelli della vita sociale, politica, militare, artistica e
religiosa, generando, in molti casi, una struttura parallela che
mette in pericolo la credibilità delle nostre istituzioni.
Ho
iniziato questo intervento ricordando le visite dei
miei predecessori. Ora vorrei, in modo particolare, che le mie parole
fossero come una continuazione delle parole finali del discorso di
Paolo VI, pronunciate quasi esattamente 50 anni or sono, ma di
perenne valore. «È l’ora in cui si impone una sosta, un momento
di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare,
cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro
destino comune. Mai come oggi [...] si è reso necessario l’appello
alla coscienza morale dell’uomo [poiché] il pericolo non viene né
dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi
risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità»
(Discorso ai Rappresentanti degli Stati, 4 ottobre 1965). Tra le
altre cose, senza dubbio, la genialità umana, ben applicata, aiuterà
a risolvere le gravi sfide del degrado ecologico e dell’esclusione.
Proseguo con le parole di Paolo VI: «Il pericolo vero sta nell’uomo,
padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle
più alte conquiste!» (ibid.).
La
casa comune di tutti gli uomini deve
continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità
universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di
ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani, dei
bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli
abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili perché li si
considera nient’altro che numeri di questa o quella statistica. La
casa comune di tutti gli uomini deve edificarsi anche sulla
comprensione di una certa sacralità della natura creata.
Tale
comprensione e rispetto esigono un grado superiore di saggezza,
che accetti la trascendenza, rinunci alla costruzione di una élite
onnipotente e comprenda che il senso pieno della vita individuale e
collettiva si trova nel servizio disinteressato verso gli altri e
nell’uso prudente e rispettoso della creazione, per il bene comune
. Ripetendo le parole di Paolo VI, «l’edificio della moderna
civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di
sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo» (ibid.). Il
Gaucho Martin Fierro, un classico della letteratura della mia terra
natale, canta: “I fratelli siano uniti perché questa è la prima
legge. Abbiano una vera unione in qualsiasi tempo, perché se
litigano tra di loro li divoreranno quelli di fuori”.
Il
mondo contemporaneo apparentemente connesso,
sperimenta una crescente e consistente e continua frammentazione
sociale che pone in pericolo «ogni fondamento della vita sociale» e
pertanto «finisce col metterci l’uno contro l’altro per
difendere i propri interessi» (Enc. Laudato sì, 229).
Il
tempo presente ci invita a privilegiare azioni che
possano generare nuovi dinamismi nella società e che portino frutto
in importanti e positivi avvenimenti storici (cfr Esort. ap.
Evangelii gaudium, 223). Non possiamo permetterci di rimandare
“alcune agende” al futuro. Il futuro ci chiede decisioni critiche
e globali di fronte ai conflitti mondiali che aumentano il numero
degli esclusi e dei bisognosi.
La
lodevole costruzione giuridica internazionale dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite e di tutte le sue realizzazioni, migliorabile
come qualunque altra opera umana e, al tempo stesso, necessaria, può
essere pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future.
Lo sarà se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte
interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio
del bene comune. Chiedo a Dio Onnipotente che sia così, e vi
assicuro il mio appoggio, la mia preghiera e l’appoggio e le
preghiere di tutti i fedeli della Chiesa Cattolica, affinché questa
Istituzione, tutti i suoi Stati membri e ciascuno dei suoi
funzionari, renda sempre un servizio efficace all’umanità, un
servizio rispettoso della diversità e che sappia potenziare, per il
bene comune, il meglio di ciascun popolo e di ciascun cittadino.
La
benedizione dell’Altissimo, la
pace e la prosperità a tutti voi e a tutti i vostri popoli. Grazie"
"Signor
Vicepresidente, Signor Presidente della Camera dei Rappresentanti,
Onorevoli Membri del Congresso, Cari Amici, Sono molto grato per il
vostro invito a rivolgermi a questa Assemblea Plenaria del Congresso
nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”. Mi piace pensare
che la ragione di ciò sia il fatto che io pure sono un figlio di
questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e
verso il quale condividiamo una comune responsabilità. Ogni figlio o
figlia di una determinata nazione ha una missione, una responsabilità
personale e sociale.
La
vostra propria responsabilità come membri del Congresso è di
permettere a questo Paese, grazie alla vostra attività legislativa,
di crescere come nazione. Voi siete il volto di questo popolo, i suoi
rappresentanti. Voi siete chiamati a salvaguardare e a garantire la
dignità dei vostri concittadini nell’instancabile ed esigente
perseguimento del bene comune, che è il fine di ogni politica. Una
società politica dura nel tempo quando si sforza, come vocazione, di
soddisfare i bisogni comuni stimolando la crescita di tutti i suoi
membri, specialmente quelli in situazione di maggiore vulnerabilità
o rischio. L’attività legislativa è sempre basata sulla cura
delle persone. A questo siete stati invitati, chiamati e convocati da
coloro che vi hanno eletto. Il vostro è un lavoro che mi fa
riflettere sulla figura di Mosè, per due aspetti. Da una parte il
patriarca e legislatore del popolo d’Israele simbolizza il bisogno
dei popoli di mantenere vivo il loro senso di unità con gli
strumenti di una giusta legislazione. Dall’altra, la figura di Mosè
ci conduce direttamente a Dio e quindi alla dignità trascendente
dell’essere umano. Mosè ci offre una buona sintesi del vostro
lavoro: a voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della
legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto
umano. Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi,
all’intero popolo degli Stati Uniti.
Qui,
insieme con i suoi rappresentanti, vorrei cogliere questa opportunità
per dialogare con le molte migliaia di uomini e di donne che si
sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di
portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e –
un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie
famiglie. Sono uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di
pagare le tasse, ma, nel modo discreto che li caratterizza,
sostengono la vita della società. Generano solidarietà con le loro
attività e creano organizzazioni che danno una mano a chi ha più
bisogno. Vorrei anche entrare in dialogo con le numerose persone
anziane che sono un deposito di saggezza forgiata dall’esperienza e
che cercano in molti modi, specialmente attraverso il lavoro
volontario, di condividere le loro storie e le loro esperienze. So
che molti di loro sono pensionati, ma ancora attivi, e continuano a
darsi da fare per costruire questo Paese. Desidero anche dialogare
con tutti quei giovani che si impegnano per realizzare le loro grandi
e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e
che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato
dell’immaturità di tanti adulti.
Vorrei
dialogare con tutti voi, e desidero farlo attraverso la memoria
storica del vostro popolo. La mia visita capita in un momento in cui
uomini e donne di buona volontà stanno celebrando gli anniversari di
alcuni grandi Americani. Nonostante la complessità della storia e la
realtà della debolezza umana, questi uomini e donne, con tutte le
loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e
sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di
costruire un futuro migliore. Hanno dato forma a valori fondamentali
che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un
popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e
conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per
andare avanti e farlo con dignità. Questi uomini e donne ci offrono
una possibilità di guardare e di interpretare la realtà.
Nell’onorare la loro memoria, siamo stimolati, anche in mezzo a
conflitti, nella concretezza del vivere quotidiano, ad attingere
dalle nostre più profonde riserve culturali. Vorrei menzionare
quattro di questi Americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King,
Dorothy Day e Thomas Merton.
Quest’anno
ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del
Presidente Abraham Lincoln, il custode della libertà, che ha
instancabilmente lavorato perché “questa nazione, con la
protezione di Dio, potesse avere una nuova nascita di libertà”.
Costruire un futuro di libertà richiede amore per il bene comune e
collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà. Siamo
tutti pienamente consapevoli, ed anche profondamente preoccupati, per
la inquietante l’odierna situazione sociale e politica del mondo.
Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e
brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione.
Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno
individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo
essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo,
tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato
equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una
religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si
salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà
intellettuale e le libertà individuali.
Ma
c’è un’altra tentazione da cui dobbiamo guardarci: il
semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se
preferite, giusti e peccatori. Il mondo contemporaneo, con le sue
ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle,
richiede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe
dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere
liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il
nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli
assassini è il modo migliore di prendere il loro posto. Questo è
qualcosa che voi, come popolo, rifiutate. La nostra, invece,
dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di
giustizia. Ci è chiesto di fare appello al coraggio e
all’intelligenza per risolvere le molte crisi economiche e
geopolitiche di oggi. Perfino in un mondo sviluppato, gli effetti di
strutture e azioni ingiuste sono fin troppo evidenti. I nostri sforzi
devono puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere
gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei
popoli. Dobbiamo andare avanti insieme, come uno solo, in uno spirito
rinnovato di fraternità e di solidarietà, collaborando
generosamente per il bene comune. Le sfide che oggi affrontiamo,
richiedono un rinnovamento di questo spirito di collaborazione, che
ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti. La
complessità, la gravità e l’urgenza di queste sfide esigono che
noi impieghiamo le nostre risorse e i nostri talenti, e che ci
decidiamo a sostenerci vicendevolmente, con rispetto per le nostre
differenze e per le nostre convinzioni di coscienza.
In
questa terra, le varie denominazioni religiose hanno contribuito
grandemente a costruire e a rafforzare la società. È importante che
oggi, come nel passato, la voce della fede continui ad essere
ascoltata, perché è una voce di fraternità e di amore, che cerca
di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società. Tale
cooperazione è una potente risorsa nella battaglia per eliminare le
nuove forme globali di schiavitù, nate da gravi ingiustizie le quali
possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme
di consenso sociale. Penso qui alla storia politica degli Stati
Uniti, dove la democrazia è profondamente radicata nello spirito del
popolo americano. Qualsiasi attività politica deve servire e
promuovere il bene della persona umana ed essere basata sul rispetto
per la dignità di ciascuno. “Consideriamo queste verità come per
sé evidenti, cioè che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono
dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra
questi ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della
felicità” (Dichiarazione di Indipendenza, 4 luglio 1776). Se la
politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne
consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e
della finanza. Politica è, invece, espressione del nostro
insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter
costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità
che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella
giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua
vita sociale. Non sottovaluto le difficoltà che questo comporta, ma
vi incoraggio in questo sforzo.
Penso
anche alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a
Montgomery cinquant’anni fa come parte della campagna per
conseguire il suo “sogno” di pieni diritti civili e politici per
gli Afro-Americani. Quel sogno continua ad ispirarci. Mi rallegro che
l’America continui ad essere, per molti, una terra di “sogni”.
Sogni che conducono all’azione, alla partecipazione, all’impegno.
Sogni che risvegliano ciò che di più profondo e di più vero si
trova nella vita delle persone. Negli ultimi secoli, milioni di
persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno
di costruire un futuro in libertà. Noi, gente di questo continente,
non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta
eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo
che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati. Tragicamente, i
diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati
sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni, dal cuore della
democrazia americana, desidero riaffermare la mia più profonda stima
e considerazione. Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e
violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del
presente. Tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella,
non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato. Dobbiamo
decidere ora di vivere il più nobilmente e giustamente possibile,
così come educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al
loro “prossimo” e a tutto quanto ci circonda. Costruire una
nazione ci chiede di riconoscere che dobbiamo costantemente
relazionarci agli altri, rifiutando una mentalità di ostilità per
poterne adottare una di reciproca sussidiarietà, in uno sforzo
costante di fare del nostro meglio. Ho fiducia che possiamo farlo.
Il
nostro mondo sta fronteggiando una crisi di rifugiati di proporzioni
tali che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Questa realtà ci pone davanti grandi sfide e molte dure decisioni.
Anche in questo continente, migliaia di persone sono spinte a
viaggiare verso il Nord in cerca di migliori opportunità. Non è ciò
che volevamo per i nostri figli? Non dobbiamo lasciarci spaventare
dal loro numero, ma piuttosto vederle come persone, guardando i loro
volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che
possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre
umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi
comune: scartare chiunque si dimostri problematico. Ricordiamo la
Regola d’Oro: «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri
facessero a te» (Mt 7,12). Questa norma ci indica una chiara
direzione. Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione
con cui vorremmo essere trattati. Cerchiamo per gli altri le stesse
possibilità che cerchiamo per noi stessi. Aiutiamo gli altri a
crescere, come vorremmo essere aiutati noi stessi. In una parola, se
vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se
vogliamo opportunità, provvediamo opportunità. La misura che usiamo
per gli altri sarà la misura che il tempo userà per noi.
La
Regola d’Oro ci mette anche di fronte alla nostra responsabilità
di proteggere e difendere la vita umana in ogni fase del suo
sviluppo. Questa convinzione mi ha portato, fin dall’inizio del mio
ministero, a sostenere a vari livelli l’abolizione globale della
pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal
momento che ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una
inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla
riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini.
Recentemente i miei fratelli Vescovi qui negli Stati Uniti hanno
rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io
non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono
convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere
la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione. In
questi tempi in cui le preoccupazioni sociali sono così importanti,
non posso mancare di menzionare la serva di Dio Dorothy Day, che ha
fondato il Catholic Worker Movement. Il suo impegno sociale, la sua
passione per la giustizia e per la causa degli oppressi, erano
ispirati dal Vangelo, dalla sua fede e dall’esempio dei santi.
Quanto
cammino è stato fatto in questo campo in tante parti del mondo!
Quanto è stato fatto in questi primi anni del terzo millennio per
far uscire la gente dalla povertà estrema! So che voi condividete la
mia convinzione che va fatto ancora molto di più, e che in tempi di
crisi e di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di
solidarietà globale. Allo stesso tempo desidero incoraggiarvi a non
dimenticare tutte quelle persone intorno a noi, intrappolate nel
cerchio della povertà. Anche a loro c’è bisogno di dare speranza.
La lotta contro la povertà e la fame dev’essere combattuta
costantemente su molti fronti, specialmente nelle sue cause. So che
molti americani oggi, come in passato, stanno lavorando per
affrontare questo problema. Va da sé che parte di questo grande
sforzo sta nella creazione e distribuzione della ricchezza. Il
corretto uso delle risorse naturali, l’appropriata applicazione
della tecnologia e la capacità di ben orientare lo spirito
imprenditoriale, sono elementi essenziali di un’economia che cerca
di essere moderna, inclusiva e sostenibile.
«L’attività
imprenditoriale, che è una nobile vocazione, orientata a produrre
ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo
molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue
attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di
lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune»
(Enc. Laudato si’, 129). Questo bene comune include anche la terra,
tema centrale dell’Enciclica che ho recentemente scritto, per
«entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune»
(ibid., 3). «Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti,
perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci
riguardano e ci toccano tutti» (ibid., 14). Nell’Enciclica Laudato
si’ esorto ad uno sforzo coraggioso e responsabile per «cambiare
rotta» (ibid., 61) ed evitare gli effetti più seri del degrado
ambientale causato dall’attività umana. Sono convinto che possiamo
fare la differenza e non ho dubbi che gli Stati Uniti - e questo
Congresso – hanno un ruolo importante da giocare. Ora è il momento
di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura
della cura» (ibid., 231) e «un approccio integrale per combattere
la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso
tempo per prendersi cura della natura» (ibid., 139). Abbiamo la
libertà necessaria per limitare e orientare la tecnologia (cfr
ibid., 112), per individuare modi intelligenti di «orientare,
coltivare e limitare il nostro potere» (ibid., 78) e mettere la
tecnologia «al servizio di un altro tipo di progresso, più sano,
più umano, più sociale e più integrale» (ibid., 112). Al
riguardo, ho fiducia che le istituzioni americane di ricerca e
accademiche potranno dare un contributo vitale negli anni a venire.
Un
secolo fa, all’inizio della Grande Guerra, che il Papa Benedetto XV
definì “inutile strage”, nasceva un altro straordinario
Americano: il monaco cistercense Thomas Merton. Egli resta una fonte
di ispirazione spirituale e una guida per molte persone. Nella sua
autobiografia scrisse: “Sono venuto nel mondo. Libero per natura,
immagine di Dio, ero tuttavia prigioniero della mia stessa violenza e
del mio egoismo, a immagine del mondo in cui ero nato. Quel mondo era
il ritratto dell’Inferno, pieno di uomini come me, che amano Dio,
eppure lo odiano; nati per amarlo, ma che vivono nella paura di
disperati e contradittori desideri”. Merton era anzitutto uomo di
preghiera, un pensatore che ha sfidato le certezze di questo tempo e
ha aperto nuovi orizzonti per le anime e per la Chiesa. Egli fu anche
uomo di dialogo, un promotore di pace tra popoli e religioni. In
questa prospettiva di dialogo, vorrei riconoscere gli sforzi fatti
nei mesi recenti per cercare di superare le storiche differenze
legate a dolorosi episodi del passato. È mio dovere costruire ponti
e aiutare ogni uomo e donna, in ogni possibile modo, a fare lo
stesso. Quando nazioni che erano state in disaccordo riprendono la
via del dialogo – un dialogo che potrebbe essere stato interrotto
per le ragioni più valide – nuove opportunità si aprono per
tutti. Questo ha richiesto, e richiede, coraggio e audacia, che non
vuol dire irresponsabilità. Un buon leader politico è uno che,
tenendo presenti gli interessi di tutti, coglie il momento con
spirito di apertura e senso pratico. Un buon leader politico opta
sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» (Esort. ap.
Evangelii gaudium, 222-223).
Essere
al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente
determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti
conflitti armati in tutto il mondo. Qui dobbiamo chiederci: perché
armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere
indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta,
come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è
intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo
vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il
problema e fermare il commercio di armi. Tre figli e una figlia di
questa terra, quattro individui e quattro sogni: Lincoln, libertà;
Martin Luther King, libertà nella pluralità e non-esclusione;
Dorothy Day, giustizia sociale e diritti delle persone; e Thomas
Merton, capacità di dialogo e di apertura a Dio. Quattro
rappresentanti del Popolo americano. Terminerò la mia visita nella
vostra terra a Filadelfia, dove prenderò parte all’Incontro
Mondiale delle Famiglie. È mio desiderio che durante tutta la mia
visita la famiglia sia un tema ricorrente. Quanto essenziale è stata
la famiglia nella costruzione di questo Paese! E quanto merita ancora
il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento! Eppure non posso
nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata,
forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno.
Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la
base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre
l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita
familiare.
In
particolare, vorrei richiamare l’attenzione su quei membri della
famiglia che sono i più vulnerabili, i giovani. Per molti di loro si
profila un futuro pieno di tante possibilità, ma molti altri
sembrano disorientati e senza meta, intrappolati in un labirinto
senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione. I loro
problemi sono i nostri problemi. Non possiamo evitarli. È necessario
affrontarli insieme, parlarne e cercare soluzioni efficaci piuttosto
che restare impantanati nelle discussioni. A rischio di banalizzare,
potremmo dire che viviamo in una cultura che spinge i giovani a non
formare una famiglia, perché mancano loro possibilità per il
futuro. Ma questa stessa cultura presenta ad altri così tante
opzioni che anch’essi sono dissuasi dal formare una famiglia. Una
nazione può essere considerata grande quando difende la libertà,
come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla
gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e
sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per
la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con
il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e
semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton. In queste
note ho cercato di presentare alcune delle ricchezze del vostro
patrimonio culturale, dello spirito del popolo americano. Il mio
auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere,
in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e
dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare.
Dio benedica l’America!"
"La Terra è ferita, serve una conversione ecologica". Con queste parole è
possibile sintetizzare il senso e i contenuti della nuova Enciclica di Papa
Francesco - dal titolo Laudato si' - nella quale il Pontefice
argentino parla del Creato e di come esso sia in serio pericolo ai giorni
nostri. Un pericolo che riguarda diversi aspetti, dalle crisi strettamente
ambientali e naturali fino alla crisi antropologica dell'uomo. Sì, perché è
bene ricordare che anche l'uomo fa parte del Creato, e le problematiche che lo
affliggono - dalla povertà alla fame, dallo sfruttamento alla corruzione - non
minano solo l'uomo stesso ma anche la società nella quale vive e
conseguentemente proprio la natura stessa. Non a caso Francesco cita la Genesi
e parla di Vangelo della Creazione.
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CRISI AMBIENTALE E ANTROPOLOGICA
L'Enciclica del Papa è
composta da 6 capitoli e 246 paragrafi ed è un forte contributo alla Dottrina
Sociale della Chiesa, come sottolineato dal vaticanista de La Stampa Andrea
Tornielli su Vatican Insider. Il titolo è un chiaro
riferimento al modello di S. Francesco - il Santo dal quale tra l'altro
Bergoglio ha preso il nome - e pone al centro un aspetto fondamentale: amare il
Creato in tutte le sue forme. Un amore che deve essere secondo le parole del
Papa rispettoso della natura e dell'uomo, salvaguardandone la salute: ecco che
Francesco sottolinea le minacce della crisi ambientale e della crisi
antropologica, appellandosi a governi e istituzioni politiche per una
difesa forte e decisa della natura.
BISOGNO DI GIUSTIZIA SOCIALE
Una difesa che deve
mettere al centro una riflessione critica su tutto ciò che regola - purtroppo
molto spesso malamente - la nostra società, a partire da un'economia che non
rispetta l'uomo: il Papa sottolinea come ci sia bisogno di giustizia sociale,
opponendosi fermamente a forme di consumismo sfrenato e falsi modelli di
sviluppo. Bergoglio condanna i Paesi ricchi e sviluppati che non rispettano il
loro dovere di aiutare e sostenere i Paesi poveri e in via di sviluppo, al
contrario sfruttandoli mettendo al primo posto un profitto economico che mina
la moralità dell'uomo. Una moralità bistrattata su diversi piani, dalla
corruzione politica in favore degli interessi di pochi - in particolare lobby e
gruppi di pressione - fino agli interessi strettamente economici legati
all'aborto, all'eutanasia e alla sperimentazione embrionale.
BISOGNO DI UNA CONVERSIONE ECOLOGICA SU PIÙ FRONTI
Quando Papa Francesco
parla di conversione ecologica non si riferisce solo ad una maggiore
attenzione alle problematiche legate all'ambiente, come lo scioglimento dei
ghiacciai, le emissioni di gas serra, il surriscaldamento globale e la
deforestazione, ma ad una ecologia sociale, culturale ed umana che difenda
l'uomo e la sua natura, a partire dalle differenze sessuali dell'essere maschio
o femmina e quindi della sua identità. Ma anche e soprattutto i poveri e gli
emarginati, i malati e i disoccupati, sottolineando ancora una volta come il
lavoro sia fonte ed espressione di dignità.
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COME AGIRE?
Francesco propone alcune direttive per agire, a partire dalla
richiesta di legislazioni che salvaguardino l'ambiente, in particolare
riferendosi al grandissimo male delle guerre scatenate per il controllo delle
risorse scarseggianti. Ma anche un'agricoltura sostenibile e diversificata,
promozione di forme rinnovabili di energia, abbandono delle tecnologie basate
su combustibili fossili, più impegno della politica e dei vertici mondiali,
istituzioni più forti e indipendenti, maggiori cooperative e politiche
che garantiscano un'autosufficienza locale e infine maggiori studi sugli
impatti ambientali.
NO ALLA POLITICA SOTTOMESSA ALLA FINANZA E ALL'ECONOMIA!
Aspetto importante
dell'Enciclica è la condanna del potere smisurato della finanza e
dell'economia, che spesso e volentieri regola le legislazioni normative dei
Paesi e delle istituzioni transnazionali finendo per far prevalere gli
interessi di pochi a discapito del bene globale: ecco che Francesco si scaglia
contro i poteri forti della finanza e contro le logiche di sottomissione della
politica all'economia, esprimendo la necessità di nuove abitudini e di nuovi
stili di vita in quella che è una sfida educativa per la nostra società.
Parole che ribadiscono
quanto già affermato dal Papa nel corso del suo Pontificato, in particolare per
quanto riguarda la lotta al relativismo, al consumismo ossessivo, alla
globalizzazione dell'indifferenza e all'ideologia gender: tutti aspetti che
minano l'uomo, la sua identità, la sua dignità e moralità, creando una perdita
di riferimenti e di caos che si ripercuote sulla società, perché "Quando
non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione
umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –,
difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è
connesso".