sabato 25 ottobre 2014

LIBRERIA EDITRICE VATICANA A PORDENONE

Ad un mese dalla conclusione di Pordenonelegge, Pordenone ha ospitato un'altra rassegna culturale molto interessante legata al libro: si è infatti oggi conclusa la VIII edizione de La Libreria Editrice Vaticana a Pordenone, quest'anno dal titolo Ascoltare, leggere, crescere. Una serie di incontri che hanno interessato la città e dintorni attraverso incontri con esperti della comunicazione vaticana, esponenti del clero e membri della Chiesa cattolica: uno degli incontri più importanti è stato quello che ha visto il Duomo ospitare il Card. Kasper, uno dei protagonisti principali del Sinodo straordinario sulla famiglia, il quale ha parlato, nel corso di una conversazione con il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, dal titolo "La famiglia nell'amore coniugale", delle dinamiche che hanno mosso i lavori dei padri sinodali durante i dibattiti circa tematiche delicate quali la Comunione ai divorziati e ai risposati, la questione omosessualità e la crisi della famiglia e della società. Kasper ha trattato aspetti teologici ma anche sociali e culturali, non dimenticando di sottolineare come la famiglia sia espressione dell'amore del Vangelo ma soprattutto come i diritti ad essa relativi debbano essere tutelati non solo dalla Chiesa ma anche dallo Stato. Le polemiche circa la presunta divisione dei vescovi sono state sgonfiate dal teologo tedesco, che ha ribadito come "la Chiesa non sia uno Stato totalitario e che le opinioni diverse sono normali", come evidenziato anche da Papa Francesco. Pontefice che è stato il leit motiv della rassegna, con alcuni incontri dedicati al suo Pontificato, dal rapporto con i predecessori nel segno della continuità alla sua dirompente comunicazione, approfondita da relatori del calibro di Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, di Angelo Scelzo, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede, e di Massimo Enrico Milone, responsabile di Rai Vaticano: una comunicazione in continuità con Giovanni Paolo II per quanto riguarda la forza comunicativa dei gesti simbolici, ma anche con Benedetto XVI per quanto riguarda l'apertura al web.
Ma anche i temi etici sono stati protagonisti dell'edizione, dalla "Responsabilità dell'uomo davanti alla vita"al "Diritto del minore alla bigenitorialità", passando per "Lo sport come strumento e via per la pace e la valorizzazione di ogni persona umana, con la partecipazione di grandi figure come  il giornalista Italo Cucci, il direttore della LEV don Giuseppe Costa e l'attore Moni Ovadia. 
Una rassegna densa di eventi e di argomenti, nella quale il libro "presuppone la disponibilità anche materiale di porsi in un atteggiamento di ascolto, di curiosità e meditazione". E allora forza, ascoltiamo, leggiamo e cresciamo, proprio come esorta Papa Francesco nella sua cultura dell'incontro incentrata sul dialogo e la comprensione.  

mercoledì 15 ottobre 2014

SERBIA VS ALBANIA: POLITICA PIÙ CHE CALCIO


41 minuti. Tanto è durata la sfida fra Serbia e Albania, valevole per le qualificazioni agli Europei del 2016. Al lancio di fumogeni in campo l'arbitro inglese Atkinson ha sospeso la partita, sul risultato di parità di 0 a 0. Ma ad alzare la già tesa situazione ci ha pensato un drone con attaccata la bandiera della Grande Albania con raffigurata l'immagine di un leader degli indipendentisti kosovari ucciso nel '98 dalle milizie serbe, la scritta Authochtonos e la data 1912 ad indicare la rivolta albanese in Kosovo. In campo la rissa fra i giocatori delle due nazionali è scoppiata quando il serbo Mitrovic ha strappato il vessillo, provocando la dura reazione dei giocatori albanesi. All'escalation di tensione in campo è seguita quella sugli spalti, dai quali sono volati oggetti - fra i quali seggiolini - e altri fumogeni, costringendo le due squadre a rientrare negli spogliatoi (qui il video). La partita è finita quindi qui, con i giocatori albanesi che non hanno accettato l'invito dell'arbitro a riprendere il gioco, data la non sussistenza delle condizioni  adatte per ricominciare la gara. Quello che ha sorpreso - ma forse non troppo - è stata la presenza in campo di Bogdanov, l'ultras serbo arrestato nel 2010 a Genova per i disordini di Italia vs Serbia, noto come Ivan il Terribile

Bogdanov scende in campo (immagine de La Stampa)
L'ultras sarebbe sceso in campo per trattare e far valere le sue posizioni politiche. Politica che purtroppo si è ancora una volta mischiata al calcio e allo sport, snaturandone la bellezza. La partita fra le due nazionali è diventata purtroppo non il terreno di gioco di un confronto sportivo ma il terreno di uno scontro ideologico e nazionalista fra due Paesi storicamente in conflitto per questioni di indipendenza territoriale ed etnica, tanto che l'ingresso allo stadio era vietato ai tifosi albanesi, essendo permesso l'accesso solo ai possessori del passaporto serbo. Secondo le ultime indiscrezioni il drone sarebbe stato pilotato dall'interno dello stadio da Orfi Rama, fratello del primo ministro albanese, il quale sarebbe già stato arrestato dalle autorità locali. Insomma, un'altra brutta pagina di politica che si impone sullo sport aizzando i nazionalismi di Paesi che ancora hanno vivo il ricordo delle recenti guerre per l'autoaffermazione e l'indipendenza. 

L'attaccante serbo Mitrovic strappa la bandiera attaccata al drone,
provocando la reazione degli albanesi (foto Sky Sport)



martedì 14 ottobre 2014

IL CALCIO DI OGGI INZUPPATO DI CRITICHE

Italia vs Azerbaijan 2 a 1 e Malta vs Italia 0 a 1. Due vittorie che si aggiungono a quella in Norvegia per 2 a 0 e che mandano la Nazionale italiana in testa al girone H insieme alla Croazia (prima per differenza reti). Italia a punteggio pieno con tre vittorie in tre partite nella corsa alle qualificazioni per Euro2016, alle quali si aggiunge la vittoria per 2 a 0 in amichevole contro l'Olanda per l'esordio di Conte sulla panchina italiana: un segnale sicuramente positivo dopo la debacle del Mondiale in Brasile di appena qualche mese fa. Ma la Nazionale di Conte non ha per niente brillato, questo è doveroso dirlo: solo un gol di scarto nelle vittorie contro due squadre non certo irresistibili, diciamo le più facili del girone. Un po’ fuori luogo è però la pioggia di critiche che sta piovendo sulla Nazionale, accusata di essere lenta, impacciata, poco fluida nella manovra e capace solo di sfruttare le palle inattive e quindi il gioco aereo. Sono critiche che ci stanno e che hanno sicuramente del vero: nelle ultime due partite i gol sono venuti da calci d’angolo, come testimoniano i due colpi di testa vincenti di Chiellini contro gli azeri e il tap-in lesto di Pellè su respinta del portiere contro Malta. Sorge però spontanea una domanda: di che Nazionale si parlerebbe oggi se le tre traverse e i due pali colpiti nel corso delle due partite fossero stati invece gol? Se Italia vs Azerbaijan fosse finita 3 a 0 (dato che il gol degli azeri è stato un autogol di Chiellini) e Malta vs Italia 0 a 5 (o quantomeno con più di un gol di scarto), si parlerebbe di una Nazionale impacciata e inconcludente in attacco? Probabilmente no. Si descriverebbe una squadra in grado di imporsi sull’avversario a suon di gol e solidità difensiva. Certo, con i se e con i ma tutto è possibile e opinabile. Quello che preme dire è che bisognerebbe iniziare a smettere di dar fiato a continue critiche: non è pensabile ritrovarsi una Nazionale votata al calcio spettacolo ad appena tre mesi da un Mondiale disastroso (il secondo consecutivo), con tanto di cambio del c.t., dello staff e di molti giocatori. Dopotutto c'è anche chi sta peggio di noi, basti pensare alla Spagna e all'Olanda. Lasciamo tempo a Conte per lavorare: dopo il Brasile si è auspicato un cambio di rotta e più fiducia ai giovani. Conte lo sta facendo, ma nulla viene dal nulla. Quindi basta pressioni mediatiche e più fiducia e… tifo!


#ForzaAzzurri!

venerdì 3 ottobre 2014

LA CONTINUITÀ PASTORALE DI BERGOGLIO, RATZINGER E WOJTYLA

Oggi, grazie a Papa Francesco, la Chiesa Cattolica sta vivendo un momento di grazia, sia per quanto riguarda il recupero di credibilità agli occhi dell'opinione pubblica dopo i vari scandali, da quelli finanziari dello IOR a Vatileaks, sia per quanto riguarda l'aspetto pastorale, con il recupero di fedeli in un momento storico molto difficile per la fede cristiana, sempre più stretta all'interno di una società secolarizzata e globalizzata. Per questo Francesco è stato definito "rivoluzionario", una sorta di super-eroe in grado di attrarre simpatia e benevolenza riportando la gente in chiesa. Sì, è vero. Francesco ha risvegliato il senso di appartenenza alla fede cristiana, l'attenzione verso i poveri, la necessità di riscoprire la quotidianità attraverso la semplicità. Ma è lui stesso a rifiutare l'appellativo di super-eroe, o di super-Pope, sottolineando come al centro sia fondamentale mettere Cristo e non l'uomo: "Sono un peccatore cui Dio ha guardato", ha dichiarato Francesco nell'intervista/dialogo con Scalfari, fondatore del quotidiano Repubblica. Una frase che denota l'umiltà del Pontefice argentino, che non cerca gloria né privilegi, ma la povertà di chi è in difficoltà per incontrare Cristo, per portare la gente a Lui. Vivere a Santa Marta, in mezzo alla gente, è per Francesco "una necessità, per motivi psicologici", così come rinunciare a privilegi e lussi. Ma attenzione: questa umiltà non deve essere considerata una novità assoluta per la Chiesa! Francesco non ha portato l'umiltà e la povertà in Vaticano, ma l'ha solo rispolverata, l'ha risvegliata dal sonno in cui era caduta negli ultimi tempi. Francesco, più che un rivoluzionario, è forse più un riformatore, più attento a ricordare quali sono i cardini su cui vive la Chiesa, piuttosto che portare una rivoluzione, la quale richiederebbe buttare giù tutto per ricostruire da capo. Francesco sta operando in continuità con Benedetto XVI e con Giovanni Paolo II, semplicemente in maniera diversa in quanto ogni Papa, come ogni uomo, è diverso da un altro, ha carismi propri che si adattano alle necessità del tempo in cui la Chiesa vive. L'umiltà di Francesco è il prolungamento dell'umiltà di Benedetto, coraggioso nelle sua rinuncia al Pontificato in quanto umile nel riconoscere i suoi limiti fisici. Umiltà, quest'ultima, che è il prolungamento di quella di Wojtyla, umile nel sapersi mostrare sofferente nella malattia, comunicando attraverso di essa la sofferenza di Cristo. Sofferenza fisica che ha accompagnato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, portandoli sì a scelte diverse (uno a continuare il suo Magistero, l'altro a rinunciarci) ma con un obiettivo comune: il bene della Chiesa. Bene della Chiesa che adesso è l'obiettivo di Francesco, portando avanti l'opera di riforma già iniziata da Benedetto XVI (a discapito delle critiche faziose di media e lobby), il quale portò avanti a sua volta l'opera di riforma di Giovanni Paolo II. Francesco oggi parla di una Chiesa umile e povera, paragonandola ad un "ospedale da campo" nel quale è necessario curare tutti senza distinzioni di razza, genere, orientamento sessuale o status sociale: in questo senso Francesco parla spesso di giustizia, ma anche di perdono. Un perdono che è più forte del giudizio e del pregiudizio, che non deve dimenticare il torto ma semplicemente guarirlo. Un perdono tanto predicato da Francesco e che non trova esempi migliori se non nei suoi due predecessori, capaci di perdonare un attentato alla propria vita, come fece Giovanni Paolo II con Alì Agca, e un tradimento, come fece Benedetto XVI con il suo maggiordomo personale, Paolo Gabriele. Umiltà e perdono non sono quindi delle novità portate da Francesco, ma sono solo cardini della Chiesa rispolverati e ricordati attraverso gli esempi di Woityla e Ratzinger, ma soprattutto in una continuità pastorale con essi. Per il bene della Chiesa. 



Immagine tratta da www.traditio.com 

giovedì 17 luglio 2014

I MISTERIOSI COLLOQUI FRA SCALFARI E PAPA FRANCESCO


Il 14 luglio 2014 padre Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, attraverso una nota comparsa sul sito www.news.va, uno dei canali ufficiali della Santa Sede, ha precisato come le parole attribuite da Eugenio Scalfari a papa Francesco in un articolo comparso su La Repubblica il 13 luglio fossero frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite”. Una presa di distanza da quella che è stata diffusa come intervista da parte dei media e da Repubblica: Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”. Parole dure da parte di Lombardi, che non si è nemmeno risparmiato di alludere a possibili manipolazioni di senso: “Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente - le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura…Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?”. Di certo è facilmente intuibile come il colloquio fra Scalfari e il Pontefice non sia stato gradito in Vaticano nei termini coi quali è stato riportato: i virgolettati utilizzati dal fondatore di Repubblica hanno infastidito la Santa Sede in quanto attribuivano al papa frasi particolarmente delicate su temi quali la pedofilia e il celibato dei preti, come precisato da p. Lombardi nella nota. Ma soprattutto in Vaticano non hanno gradito tale “intervista” perché già infastiditi da un recente precedente: il dialogo-intervista avvenuto sempre fra Scalfari e Bergoglio. Era il primo ottobre del 2013 quando sul quotidiano La Repubblica comparve la lunga intervista rilasciata dal Pontefice al noto giornalista: un colloquio che sanciva il dialogo fra credenti e non credenti, emblema della cultura dell'incontro professata da Francesco. Eppure anche in quella occasione i virgolettati attribuiti da Scalfari al papa argentino furono oggetto di polemiche e precisazioni da parte di Lombardi, tanto che l'intervista fu poi cancellata dal sito web ufficiale della Santa Sede. Scalfari si giustificò sostenendo che in cinquant'anni di interviste non si era mai servito né di appunti né di registrazioni nella redazione degli articoli, affidandosi semplicemente alla sua memoria attraverso la quale ricostruire gli incontri. Inoltre il giornalista sostiene di aver avuto anche l'autorizzazione esplicita sia da parte di mons. Xuereb, segretario di Francesco, sia dal Pontefice stesso. Le due (presunte) interviste hanno scatenato un acceso dibattito, nel quale sono fioccate critiche a Scalfari (in particolare da Antonio Socci) e anche allo stesso Francesco, colpevole secondo alcuni di essere troppo aperto a posizioni progressiste. Senza entrare nel merito delle frasi attribuite al papa e senza questionare sulla onestà del fondatore di Repubblica, quello che lascia perplessi è l'operato giornalistico di Scalfari. È davvero possibile affidarsi completamente alla propria memoria nella strutturazione di un articolo piuttosto che di una intervista? Quello che dovrebbe caratterizzare l'operato di un giornalista è la narrazione completa e oggettiva dei fatti, lasciando all'interpretazione e ai commenti personali uno spazio relativo, per non influenzare in alcun modo il lettore, in modo da permettergli la formulazione di un pensiero proprio. Scalfari a dire il vero non parla mai esplicitamente di interviste ma di colloqui con il Pontefice: il problema è che poi negli articoli comparsi su Repubblica la struttura utilizzata è quella delle interviste. È possibile dunque attribuire all'intervistato delle frasi senza essere sicuri della loro veridicità? Questo dovrebbe essere il primo passo in ogni lavoro giornalistico: confermare e citare le fonti per evitare equivoci e fraintendimenti. Si sa, la memoria umana è facilmente fallibile e di breve durata: a meno che Scalfari non sia un drone dalla memoria infallibile, gli sarebbe più utile servirsi di un registratore o di appunti, quantomeno per avere delle prove tangibili in caso di necessità. Dispiace che un noto giornalista, fondatore di uno dei quotidiani più letti e venduti in Italia, sia protagonista di una vicenda che si poteva benissimo evitare, ma soprattutto dispiace che un evento di grande portata, come il dialogo fra la massima autorità della Chiesa cattolica e un noto ateo convinto, sia stato sminuito e oscurato da polemiche, smentite e note ufficiali. 

Immagine presa da formiche.net

Una lancia in favore di Leo


Prima il tormentone era: meglio Maradona o Pelé? Oggi è: meglio Maradona, Pelé o... Messi? Il fantasista del Barcellona, vincitore di numerosi titoli fra campionati e coppe con i blaugrana, è ormai costantemente al centro dei dibattiti calcistici sui re del pallone. Leo oggi ha 27 anni e ha già vinto tutto da un pezzo: Liga, Champions League, Copa del Rey, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Mondiale per Club, Scarpa d'Oro, Pallone d'Oro. E siccome vincere tutto già quando hai poco più di vent'anni ti porta sopra a tutto e tutti, la sfida non può essere che provare a rivincere quello che hai già vinto, battere record di gol, di presenze, diventare capitano della Nazionale argentina e competere costantemente con quel furbacchione di Cristiano Ronaldo, che non perde occasione per pizzicarsi col fuoriclasse argentino. Ecco, una cosa manca però a Leo: vincere con la Nazionale. In carriera, come detto, ha già vinto tutto, anche più di Maradona, eroe nazionale ancora venerato come una divinità. Il problema è che per consacrarsi definitivamente come una divinità al pari del Pibe, Leo deve portare la sua Nazionale sul tetto del Mondo. Solo questo gli permetterà di poter superare Maradona. La finale con la Germania era l'occasione di una vita, ma è andata male. Leo non ha brillato, o meglio, essendo ormai tutti abituati alle sue giocate e ai suoi dribbling, ciò che per un giocatore normale sarebbe straordinario, per lui ormai è ordinaria amministrazione: tutti si aspettano sempre di più. Ed ecco che una prestazione normale della Pulce diventa invece una prestazione pessima: ci sta, è il gioco del calcio e dei media che hanno bisogno di parlare dei grandi campioni. Ma allo stesso tempo non ci sta per niente: attaccare Messi, mettendo persino in dubbio il suo talento, è qualcosa di insensato. Sono attacchi gratuiti, che non rendono giustizia ad un giocatore che ha incantato il mondo dimostrando sul campo il suo valore. La Fifa ha consegnato a Messi il Pallone d'Oro del Mondiale, sollevando numerose critiche, dato la prestazione pessima (o normale, a seconda dei punti di vista) di Leo in finale. Sono critiche giuste e legittime, dato che il premio sarebbe potuto benissimo andare ad esempio a James Rodriguez, capocannoniere della competizione con sei gol, davanti a Mueller (5) e allo stesso Messi (4). Questo conferma forse come nel calcio, e soprattutto nella Fifa guidata ormai da troppo tempo da Blatter, ci siano dinamiche e pressioni politiche che devono soddisfare gli interessi particolari di qualcuno. In tal senso è curioso come la stessa Fifa abbia escluso l'argentino dalla top 11 dei Mondiali: ma scusate, non era stato il miglior giocatore ai Mondiali? Detto questo è giusto spezzare una lancia in favore di Messi: viene accusato di non essere stato decisivo in questo Mondiale e di non aver portato l'Argentina a vincere un titolo che manca dagli anni Settanta. Come se fosse solo colpa sua. Nessuno dice che è stata tutta l'Argentina a non brillare e non solo Messi: Higuain ha fatto un solo gol, anche se bello e decisivo contro il Belgio ai quarti, Palacio zero, così come Aguero e Lavezzi. Nessuno dice che Sabella ha lasciato a casa uno come Tevez, così come nessuno dice che se l'Argentina è arrivata dove è arrivata, lo deve proprio a Messi e a nessun altro: un gol alla Bosnia, due alle Nigeria e uno all'Iran, tutti decisivi, belli e fondamentali per la vittoria, senza contare che il gol allo scadere dei supplementari di Di Maria contro la Svizzera agli ottavi, nasce da una serpentina di Leo, che serve al compagno un assist al bacio. La colpa di Leo è stata quella di fermarsi lì, una volta arrivate le partite più importanti, e questo certamente non gli fa meritare fino in fondo il premio di miglior giocatore del torneo. Ma questo non gli può certo togliere il suo talento e il suo essere un campione in un calcio fatto più da modelli e calciatori-immagine che da uomini di sport.  

Immagine presa da www.lastampa.it 

mercoledì 16 luglio 2014

UN MONDIALE STRANO


Germania vs Argentina: 0 a 0. Come per gli altri turni eliminatori durante i Mondiali in Brasile anche la finale del torneo si decide ai supplementari. Il pareggio sembra essere l'esito della sfida, ma Goetze al 113' trafigge Romero regalando la Coppa del Mondo alla Germania, con tanto di esultanza della cancelliera Merkel in tribuna (e poi negli spogliatoi). Una Germania forte e straripante a tratti (chiedere al povero Brasile, spazzato via con un 7 a 1 eclatante), la quale ha dimostrato di essere superiore alle altre “grandi” del calcio. Una Germania che ci raggiunge a quota 4 Mondiali nell'albo d'oro, uno in meno del Brasile, il quale esce da questa competizione psicologicamente distrutto. Un Mondiale che doveva essere vinto dalla squadra di Scolari, dopo le innumerevoli proteste per le spese sostenute dal governo nell'organizzazione della competizione (proteste già cominciate l'anno scorso durante la Confederations Cup), sfociate in scioperi dei mezzi pubblici, tafferugli e boicottaggi: la vittoria non era solo una questione sportiva e di prestigio, ma anche e soprattutto una questione politica, sociale e purtroppo, di ordine pubblico (non a caso dopo la sconfitta in semifinale non sono mancati gli scontri). Un esito che purtroppo era prevedibile, data la qualità scarsa della rosa del Brasile, la quale, paradossalmente, spiccava di più nel reparto difensivo che in quello offensivo, grazie ai vari Julio Cesar, Thiago Silva, David Luiz, Marcelo, Maicon e Dani Alves. Eppure è bastata la squalifica di Thiago Silva per far crollare il reparto difensivo contro la Germania. Un Brasile scarso, il quale non è riuscito ancora a sostituire degnamente la generazione di grandi campioni che gli hanno permesso di vincere i Mondiali del 2002 in Corea e Giappone: Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Emerson, Roberto Carlos, Cafù, giusto per citarne alcuni, oggi sostituiti da Bernard, Fred, Jo e Hulk. Un Brasile aggrappato a Neymar, giocatore di grande talento ma forse considerato un fenomeno troppo presto, quasi fosse un dio, tanto da attaccare mediaticamente il colombiano Zuniga, colpevole, secondo i brasiliani, di aver deliberatamente abbattuto il giocatore del Barcellona: in realtà un semplice fallo, non cattivo, è stato ingigantito più del dovuto, quando a parti inverse, niente di tutto ciò sarebbe accaduto. È stato un Mondiale strano, che probabilmente non ha entusiasmato molto: è forse il segno che il calcio sta diventando sempre meno uno sport e sempre più una questione di soldi, marketing e pubblicità; insomma, sempre meno gioco e sempre più apparenza e fronzoli. Abbiamo visto per la prima volta lo spry col quale l'arbitro segnava la posizione del punto di battuta delle punizioni e il limite delle barriere, snaturando forse quello che è il bello del calcio: astuzia, strategia e un po' di malizia. Abbiamo visto per la prima volta la moviola in campo, in occasione del secondo gol della Francia contro l'Honduras, dove le immagini hanno confermato che la palla aveva oltrepassato la linea, con tanto di proiezione sui maxischermi dello stadio: in questo caso un fatto positivo, dopo la clamorosa svista in occasione della sfida Inghilterra vs Germania ai Mondiali del 2010, quando la terna arbitrale si perse clamorosamente un evidente gol di Lampard. É stato un Mondiale strano e sorprendente, con le clamorose e inaspettate qualificazioni agli ottavi di Costa Rica e Grecia, con le entusiasmanti prestazioni di Messico, Colombia e Cile, ma soprattutto con le deludenti eliminazioni di Italia, Spagna e Inghilterra. Ovviamente non si può non ricordare che uno degli eventi più sorprendenti è stato sicuramente il morso di Suarez a Chiellini, il quale gli è costato una bella squalifica data la sua recidività (ah, sorge spontaneo chiedersi: perché nessuna moviola in campo in questo caso?). Ma è stato anche un Mondiale con delle note positive, come il record di gol totali nella competizione del tedesco Klose (16, contro i 15 del Fenomeno Ronaldo), l'esplosione del talentuoso James Rodriguez, fantasista colombiano del Monaco, e la sorpresa Belgio, Nazionale piena di giovani talenti. Insomma, è stato un Mondiale nel quale è successo di tutto e di più, ma nel quale pochi si sono divertiti per davvero, a parte i tedeschi che oltre a dettar legge economicamente e politicamente, ora la dettano pure calcisticamente, grazie ad un campionato nazionale fatto di squadre sane nei conti, con stadi di proprietà sempre pieni e impianti all'avanguardia. La Germania, a differenza dell'Italia, è l'esempio di un Paese che ha saputo investire nel calcio. E intanto la Merkel balla, canta ed esulta coi giocatori, mentre il resto del mondo torna a casa a testa bassa.