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sabato 22 aprile 2017

I 150 ANNI DE LA STAMPA IN UN DOCUMENTARIO E OTTO ARTICOLI


L'assassinio di Falcone, l'idea di socialismo e democrazia di Michail Gorbaciov, il viaggio di Domenico Quirico su una barca insieme a un centinaio di disperati in fuga dalla Tunisia. Ma anche la figura di Gheddafi, il pensiero di Norberto Bobbio sulla guerra "giusta" del Golfo, il ruolo della Democrazia Cristiana nella politica italiana, il ricordo di Primo Levi della vigilia della Seconda Guerra Mondiale e l'Oscar vinto da Benigni con La Vita è Bella nel marzo del 1999. 

Otto articoli che La Stampa, quotidiano di Torino fondato nel 1867, ha scelto per celebrare i suoi 150 anni, raccogliendoli nel documentario 150 ANNI LA STAMPA - Il futuro è quotidiano, andato in onda mercoledì 19 aprile su Sky Arteraccontando un giornalismo a 360° che ha visto la collaborazione di importanti personaggi che hanno fatto la storia politica e culturale, non solo del nostro Paese. Otto articoli di otto grandi firme che potete trovare e leggere qui

Articoli reinterpretati da importanti personaggi nostrani del mondo dello spettacolo, da Giacomo Poretti e Teresa Mannino ad Alessandro Preziosi e Giuseppe Cederna, da Lunetta Savino e Fabio Troiano a Marco Paolini e Neri Marcorè. Pezzi usciti sulle edizioni cartacee de La Stampa in questi 150 anni e dai quali trasuda pathos, storia e giornalismo, per otto articoli da leggere tutti d'un fiato, in una sorta di edizione speciale del quotidiano torinese.


martedì 10 maggio 2016

BRAND JOURNALISM: AZIENDE E BRAND FRA COMUNICAZIONE E INFORMAZIONE

Photo Credit: LinkedIn

“Chi fa comunicazione aziendale non fa giornalismo”. Una frase sintetica ma piena di significato quella pronunciata da Marco Bardazzi (@marcobardazzi), direttore della comunicazione esterna di Eni, lo scorso 3 maggio durante l’incontro La comunicazione è una bella storia. Il cane a sei zampe nell’era digitale, tenutosi in Cattolica presso la sede di Largo Gemelli. 

Bardazzi è stato protagonista del racconto della comunicazione del colosso energetico illustrando quelli che sono i cardini di un nuovo modo di comunicare (e fare comunicazione) nell’era del web 2.0 e dei contenuti condivisi. Filo rosso di questa comunicazione è lo storytelling, strumento utile non solo per raccontare storie ma soprattutto per produrre contenuti attorno ai quali creare una community a cui parlare. Creare valore, fiducia e fidelizzazione con il cliente/utente è l’obiettivo che muove oggi le aziende e la loro comunicazione in questo senso viene sempre più ad intrecciarsi con il fare informazione tipico del giornalismo. Ma, come detto all’inizio di questo post, la comunicazione aziendale non è giornalismo. Quindi com’è che queste due realtà interagiscono fra loro? La risposta sta in quello che viene chiamato brand journalism

Dare una definizione precisa di brand journalism è probabilmente impossibile, dato il continuo mutamento del settore digital. Ma è sicuramente utile partire da alcune parole chiave: brand, giornalismo, content, informazioni. Per capire cosa sia il brand journalism si può partire da quello che è il suo obiettivo: essere fonte per il pubblico di riferimento di un’azienda. Il brand crea contenuti da fornire al proprio pubblico attraverso la “comunicazione narrata” dello storytelling per trasmettere informazioni in maniera disintermediata e indipendente. Si crea così un processo di self-building reputation evitando il pericolo che la propria reputazione sia esclusivamente nelle mani dei mezzi di informazione tradizionali e terze parti. 

Rimanendo nell’universo Eni è esemplare il caso Eni vs Report, che ha visto l’azienda sapersi (magistralmente) difendere dall’inchiesta giornalistica del programma condotto da Milena Gabanelli (tempo fa ne avevo parlato in questo post sul blog The Bottom Up). Il brand journalism permette quindi all’azienda di produrre contenuti non solo in grado di creare awareness ma anche in grado di essere strumenti per gestire casi di crisis management e brand reputation. In questo senso i metodi tipici del mondo giornalistico nel reperire fonti e informazioni vengono sfruttati dall’azienda per divenire punto di riferimento per il proprio pubblico di riferimento creando un rapporto diretto con il cliente/utente in maniera disintermediata e per parlare direttamente con i propri stakeholders. Nel caso specifico di Eni il background giornalistico di Bardazzi - che ha lavorato a La Stampa e all’ANSA - così come quello di Daniele Chieffi (@DanieleChieffi) - attualmente Head of Web Media Relations, Social Media management and Reputation Monitoring Eni con un passato al quotidiano La Repubblica - sono stati quel valore in più che ha permesso all’azienda di sapersi raccontare in un contesto mediatico di crisi, fornendo contenuti ben strutturati su Twitter e sul proprio sito creando una narrazione alternativa, coerente e di risposta a quella di Report. 

Sempre rimanendo in Eni, un altro esempio di brand journalism e di creazione di contenuti è stato il “buongiorno” quotidiano dato da Chieffi nelle cinque giornate del Festival Internazionale del Giornalismo, consueto appuntamento che si tiene ogni anno a Perugia nel mese di aprile. Numeri, curiosità e andamenti del Festival sono stati snocciolati in brevi video da Eni (in collaborazione con l’agenzia di comunicazione Doing), con tanto di interviste ad esperti del settore per approfondire quello che è oggi il rapporto fra comunicazione e informazione. Un esempio di storytelling ribattezzato #energytelling e veicolato attraverso i canali social di Eni e la piattaforma di storytelling Eniday



Ricapitolando nella comunicazione 2.0 il brand journalism permette quindi alle aziende di essere un punto di riferimento per il proprio pubblico di utenti e di stakeholders, verso i quali vengono prodotti contenuti che possano essere di valore. Quello che cambia rispetto al giornalismo puro è il ruolo: le aziende non possono (e non devono) essere dei watchdogs ma dei player che informano su ciò che le riguarda, diventando in qualche modo editori di sé stessi. Sta cambiando quindi la comunicazione aziendale e il modo di rapportarsi all’esterno verso portatori di interessi, clienti e media tradizionali mainstream, con i brand che hanno in questo senso uno spazio sempre maggiore per raccontarsi e trasmettere il proprio valore e il proprio punto di vista  attraverso gli strumenti del giornalismo e dello storytelling


Photo Credit: Virtual14

martedì 30 giugno 2015

DOPO QUASI UN ANNO L'UNITÀ TORNA IN EDICOLA

È passato quasi un anno da quel 30 luglio 2014 quando L'Unità, storico quotidiano di sinistra, chiuse i battenti dopo mesi di crisi nelle vendite e negli introiti pubblicitari che portarono la società editoriale in liquidazione. 

Oggi, 30 giugno 2015, a 11 mesi di distanza è possibile ritrovare in edicola L'Unità, rinnovata nella struttura e anche nel logo, che vede l'apostrofo a tinte verdi. Il titolo con il quale apre la sua nuova era il quotidiano è #AntimafiaCapitale, con articoli dedicati al racconto della corruzione nella Capitale. Ecco la prima battaglia del nuovo quotidiano quindi, che dedica spazio anche alla crisi economica della Grecia e alla nuova Enciclica di Papa Francesco, che verrà pubblicata integralmente dal quotidiano a puntate. 

Photo Credit: www.unita.tv


Il sessantenne Erasmo de Angelis - in passato giornalista Rai e del Manifesto, presidente della società di servizi idrici toscana Publiacqua e sottosegretario ai Trasporti del governo Letta.  - è il nuovo direttore. Anche la proprietà è cambiato: il PD ha una quota di minoranza mentre quella di maggioranza è nelle mani dei costruttori della famiglia Pessina. Anche il sito è rinnovato con un altro dominio: www.unita.tv

Photo Credit: www.unita.tv


Queste le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha dato il bentornato al quotidiano: 

"Il ritorno in edicola de l’Unità è una bella notizia per il pluralismo dell’informazione. Il mercato editoriale è profondamente cambiato in questi anni: il diverso panorama culturale e politico, il mutamento delle abitudini dei lettori, le trasformazioni tecnologiche intervenute, mentre chiedono innovazione non alterano, tuttavia, la necessità di inventiva, creatività, professionalità degli operatori dell’informazione. 
L’Unità è una testata con una grande storia: vi auguro di saperla onorare con analogo impegno e passione civile. La nostra democrazia ha bisogno che la pluralità degli interessi e degli ideali si esprima apertamente, e che il confronto sia rispettoso e leale. 
La testimonianza dei fatti di cui ciascuna testata intende essere strumento non è né comoda né scomoda bensì semplicemente servizio alla verità. 
Il mercato è terreno di verifica con i lettori e con l’opinione pubblica della fondatezza di una impresa, e ci sentiamo tutti più liberi quando i diversi punti di vista possono esprimersi nel modo più compiuto. Mi auguro riuscirete a svolgere con successo il compito che vi siete assunti, a beneficio non solo di una parte ma della qualità dell’intero dibattito pubblico". 

Anche il Segretario del PD e Presidente del Consiglio Matteo Renzi in un editoriale ha dato il bentornato a L'Unità: 

"Cari compagni e amici del Pd,
da domani l’Unità torna in edicola. Era un mio impegno personale, oggi è una promessa mantenuta.
Ha poco senso oggi piangere sul latte versato (e sui tanti denari versati). Purtroppo le vicende del passato non si possono sistemare. Ma il futuro è nelle nostre mani. E allora abbiamo lavorato con passione – grazie innanzitutto al tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, alla proprietà, al direttore Erasmo d’Angelis – per riportare in edicola questa testata gloriosa. Per darle un futuro. Perché la nostalgia è un sentimento nobile, ma costruire la speranza è ancora più bello.
Non sarà solo l’Unità cartacea. Ma anche il sito, la web-tv (l’Unità.tv prende il posto di YouDem), le feste che già dallo scorso anno sono tornate a chiamarsi Festa dell’Unità. Abbiamo bisogno di un partito che rafforzi i suoi ideali ma anche la sua organizzazione. La discussione partito liquido-partito solido non ha senso: ormai la differenza è tra un partito organizzato bene e uno organizzato male. E noi dobbiamo migliorare a Roma, come in ciascuno dei circoli.
Ho chiesto che l’Unità sia uno spazio di libertà, di confronto, di discussione. Che ci aiuti a raccontare l’Italia bella, quella che non si arrende, quella dei tantissimi circoli che fanno iniziative di livello, quella del volontariato e dell’associazionismo. L’Unità che vuol bene all’Italia.
Vorrei che gli iscritti e i circoli la sentissero come loro patrimonio. Non solo dando una mano sia negli abbonamenti che nella diffusione alle feste. Ma anche partecipando. Scrivendo, commentando, criticando, proponendo.
L’abbiamo riportata in edicola. Adesso tocca a tutti noi averne cura.
Conto, come sempre, sul vostro impegno
Grazie


Matteo"

Infine anche il web riaccoglie il giornale di sinistra attraverso l'hashtag #BentornataUnità, fra i trend topics su Twitter


LO SCIOPERO DEI GIORNALISTI DELL'ANSA

È finito ieri, lunedì 29 giugno, alle ore 7 lo sciopero proclamato dai giornalisti dell'ANSA (Agenzia Nazionale Stampa Associata) in data 25 giugno. Questo il comunicato:

"Da questa mattina (29 giugno 2015 ndr) sono riprese le trasmissioni di tutti i notiziari dell'ANSA e l'aggiornamento del sito ansa.it, sospesi fino alle 7 di oggi per uno sciopero dei giornalisti proclamato dal Cdr nell'ambito di una vertenza aziendale". 

Photo Credit: ansa.it


Le ragioni di tale sciopero erano state rese note dal Cdr tramite un documento ufficiale nel quale si poteva leggere la contrarietà dei giornalisti al piano di tagli presentato dall'azienda, così come un fermo disaccordo nei confronti dello strumento dei contratti di solidarietà, definito "inaccettabile", in quanto "danneggerebbe in modo irreparabile ampiezza della copertura e qualità del notiziario, quindi il ruolo stesso di dorsale del sistema dell'informazione nel Paese e di garanzia di pluralismo e democrazia come testimoniato anche dalle numerose, immediate e trasversali testimonianze di solidarietà spontanea ricevute". 

Altre questioni poste in essere mediante lo sciopero sono state la stabilizzazione dei contratti a tempo determinato, la verifica dei conti dell'azienda e la salvaguardia della redazione e dei suoi componenti. Ferma quindi l'opposizione ai tagli del budget relativi alla redazione e ai suoi collaboratori, con tanto di richiesta dell'apertura di una "vertenza nazionale con la FNSI ed a proseguire nella linea della massima visibilità anche con iniziative pubbliche". A rischio un altro giorno di sciopero per la giornata di domani, mercoledì primo luglio, nel caso di richieste non ascoltate dall'Assemblea. 

Photo Credit: Wikipedia 


Lo sciopero di un'agenzia di informazione importante come l'ANSA - la prima in Italia e la quinta nel mondo - riporta all'attenzione dell'opinione pubblica il problema della crisi del giornalismo. Una crisi che non è solo economica ma anche culturale: ai tagli redazionali e alla chiusura degli uffici di corrispondenza si deve infatti aggiungere una accelerazione sempre più costante dei flussi di notizie e di informazioni che vanno a discapito dell'analisi giornalistica e dell'approfondimento, in un contesto mediale nel quale ogni utente - mediante il web - cerca sempre più contenuti personalizzati e fruibili velocemente. 


È in corso un cambiamento sostanziale nel modo di fare informazione nel quale è ancora necessario trovare uno status quo per tutti gli organi informativi, fermo restando che il lettore è il perno sul quale deve poggiare l'informazione. 

venerdì 10 aprile 2015

GIORNALISMO SOCIAL

“Guadagnarsi la fiducia del lettore dicendo sempre la verità; chiedere scusa quando si sbaglia; scrivere con un linguaggio semplice”. Queste sono le regole individuate da Indro Montanelli per descrivere correttamente quello che dovrebbe essere il giornalismo.
Gli assunti elencati da uno dei più grandi giornalisti italiani sembrano essere di forte attualità e, molto probabilmente, saranno i cardini attorno ai quali continuerà a ruotare il futuro del giornalismo. Un futuro che per alcuni pare incerto, per altri invece molto chiaro e semplice, forti di presunte previsioni etiche ed economiche sullo stato di una professione attualmente in crisi o quantomeno in forte cambiamento.
Per cercare di capire su quali binari si sta incanalando il giornalismo e quale sarà la prossima tappa del suo viaggio, bisogna prima partire da ciò che sta cambiando nell’esercizio di tale professione e da quei fattori che ne stanno sancendo il cambiamento, dalla crisi economica al ruolo della pubblicità, dall’etica del giornalismo fino allo sviluppo tecnologico e al ruolo della Rete.

La crisi economica e il ruolo della pubblicità

Uno dei fattori caratterizzanti della professione giornalistica nella nostra società è sicuramente la crisi economica. Essa sta mettendo a dura prova la società, il mondo del lavoro a vari livelli e quindi anche quello giornalistico ne sta risentendo. Gli organi di informazione sono costretti ad esempio a chiudere gli uffici di corrispondenza all’estero perché non in grado di sostenerne i costi, affidando ad un corrispondente aree geografiche molto vaste da coprire, con una conseguente impossibilità di fornire notizie approfondite in maniera adeguata. Ecco che così diminuiscono le redazioni, non solo all’estero: esse vengono accorpate oppure ridotte sensibilmente, con la conseguenza di un aumento della tendenza a rivolgersi a giornalisti freelance in grado di fornire collaborazioni occasionali non gravando eccessivamente sui bilanci degli organi di informazione attraverso contratti vincolanti. Ciò comporta anche una ridefinizione della figura del giornalista stesso: paradossalmente infatti si rischierà in futuro di avere maggiori difficoltà a trovare lavoro da giornalisti professionisti piuttosto che da giornalisti pubblicisti proprio a causa dei vincoli contrattuali che i primi impongono attraverso il loro status
Photo credit: pixabay.com

La crisi di risorse economiche comporta anche una riduzione fisica dei giornali: non solo nel numero minore di copie vendute – fatto dovuto anche ad una sempre più scarsa propensione alla lettura, soprattutto in Italia – ma anche nella grandezza dei giornali stessi. Molti quotidiani infatti stanno adottando il formato tabloid, che consente di risparmiare carta e inchiostro – in Italia Il Foglio è invece rimasto fedele ad un formato grande – e stanno optando per figure non a colori, in bianco e nero, soprattutto per quanto riguarda i giornali locali che spesso non possono permettersi grandi risorse e che sono quindi anche maggiormente soggetti a tagli economici e redazionali.
In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la pubblicità. Quella su carta non è più una garanzia e maggiori ricavi sono garantiti attraverso gli abbonati secondo il modello del paywall – utilizzato ad esempio dal New York Times - secondo il quale non è possibile accedere ai contenuti di un sito web senza aver prima effettuato una sottoscrizione retribuita. La pubblicità sul web non è ancora in grado di sopperire al crollo della pubblicità su carta -  tornata nel 2012 ai livelli degli anni Cinquanta – ma, come sostenuto da Gleen Greenwald, ex giornalista del Guardian e Premio Pulitzer 2014, il problema è che oggi le notizie sono sempre più accessibili gratuitamente: per questo è necessario trovare un modello di business basato sul contributo dei lettori, al fine di proporre un tipo di giornalismo unico e originale in grado di attrarne l’attenzione. Ecco che il lettore viene ad essere sempre di più al centro del mondo dell’informazione, in quanto i suoi interessi sono il motore del flusso di informazioni in circolo e in costante aumento. Ciò spiega come Bezos e Omidyar, esponenti di due colossi come Amazon e eBay, abbiano deciso di entrare nel mondo dell’editoria – il primo ha acquistato il Washington Post e il secondo ha affidato a Greenwald First Look Media, un progetto di giornalismo indipendente – inserendosi in un flusso continuo di informazioni che richiede sempre più servizi per il pubblico, indipendentemente dalla difficile situazione economica in cui versano i media e l’editoria.

Un nuovo giornalismo che ruota attorno al lettore

“Go where the audiance is”. È questa la massima che sembra muovere e dominare il mondo dell’informazione e della comunicazione oggi, in particolare con l’avvento delle nuove tecnologie, dei social network e dell’universo 2.0.
Come in ogni mercato un’offerta si formula anche in base alla domanda del pubblico e ciò vale anche per l’informazione. Il flusso continuo e sempre più veloce di contenuti ha accentuato questa logica, portando gli organi di informazione a chiedersi sempre più spesso quali siano gli interessi del pubblico e come sfruttarli al meglio: una volta individuato un pubblico già definito in base ad uno o più interessi sarà infatti più facile ampliare la propria portata creando un seguito e conseguentemente profitti. L’informazione è sempre più differenziata e personalizzata in base ai molteplici interessi del pubblico, sempre più abituato a scegliersi le notizie, che a loro volta scelgono il lettore i cui interessi sono registrati da Google e da Facebook, la cui pubblicità è precisa e mirata grazie ai Big Data.
Gianni Riotta, giornalista de La Stampa, ha parlato di una società – la nostra – che sta vivendo il passaggio dal Secolo delle Masse – il Novecento – al Secolo dell’Individuo, nel quale non è più importante fare una comunicazione di massa rivolta ad un pubblico generalista, ma al contrario una comunicazione personal, rivolta ad un pubblico di individui differenti gli uni dagli altri. Il giornalismo quindi deve produrre un’informazione in grado di rivolgersi a individui e non più a masse, adattando le sue risorse a questa logica. È in questo senso significativa la crisi delle homepage dei siti di informazione: sempre Riotta sottolinea come esse siano state a lungo scambiate per le prime pagine dei giornali cartacei, con la tradizionale impostazione della gerarchia delle notizie che vede le più importanti nel taglio alto e quelle secondarie nel taglio basso. In realtà le homepage non consistono per niente alle prime pagine: i lettori cercano sempre di più una specifica notizia attraverso i motori di ricerca e non una gerarchia di notizie, venendo così reindirizzati su di esse attraverso i social network e Google. Su questa impostazione il New York Times ha ristrutturato il suo sito Internet, concependolo come un archivio da cui l’utente può attingere andando oltre la ricerca iniziale e creando così una catena di click all’interno della quale inserire la pubblicità grazie anche ai social network – il sito è stato infatti anche pensato per essere facilmente visitabile su smartphone e tablet.
Il fatto che i lettori arrivino alle notizie tramite i social e Google è sintomo che la crisi delle homepage è anche la causa di una disintermediazione nella quale i giornali non fungono più da mediatori fra il pubblico e le notizie: molti giornalisti lasciano le loro testate di riferimento e si mettono in proprio attraverso blog e altri progetti, come il caso Greenwald-eBay insegna. 
Photo credit: Flickr

Nascono così progetti come BuzzFeed, soggetto mediatico in forte espansione che abbina contenuti virali e contenuti più di spessore, secondo una strategia che vede soft news e hard news attrarre pubblici differenti ma complementari. BuzzFeed rappresenta un nuovo stile di giornalismo i cui contenuti sono sponsorizzati in collaborazione con il lettore e il cui linguaggio – quello del web – risulta attraente: i video virali attraggono utenti ai quali, una volta conquistati, si possono vendere anche contenuti seri.

Il giornalismo di domani

Quale sarà il domani dell’informazione? Questa domanda assilla giornalisti, editori e addetti ai lavori, riempiendo articoli di giornale e creando un ampio dibattito nell’opinione pubblica. Sapere con certezza cosa sarà il giornalismo domani è impossibile: l’evoluzione tecnologica e quella della società corrono sempre più freneticamente e non ci permettono di fare previsioni esatte. Possiamo però immaginare, grazie a ciò che il giornalismo è oggi, quali potranno essere i possibili sviluppi.
I lettori sono sempre più coinvolti nel processo di news making grazie ai loro interessi ma anche attraverso una partecipazione attiva e diretta. Pensiamo ad esempio alle trasmissioni televisive, dai talk show politici ai reality, dai programmi di intrattenimento a quelli sportivi: esse sono sempre più connesse alla Rete e ai social, attraverso hashtag che permettono la partecipazione dei telespettatori e che diventano uno strumento di misura del successo e del gradimento della trasmissione, rispondendo alla domanda Cosa pensa la Rete?  e dando così voce all’opinione pubblica. Si crea così un giornalismo social – la cui massima espressione è la trasmissione di Rai3 Gazebo – nel quale è centrale l’engagement, ossia l’insieme delle interazioni che si creano con i lettori dalle quali i media ottengono feedback preziosissimi e dal quale si crea una sorta di native journalism che permette agli utenti di costruire e raccontare una notizia attraverso i social e lo storytelling. Il citizen journalism, il giornalismo fatto dai cittadini attraverso articoli postati su blog e social e video caricati su YouTube, è un fenomeno in forte espansione – pensiamo alla Primavera araba – che cambia il modo di conoscere e raccontare gli eventi: i media tradizionali (tv, stampa, radio) non hanno più l’esclusiva delle notizie e può capitare che un semplice cittadino sia più tempestivo di un giornalista nello scovare e raccontare una notizia. Essi sono così costretti a rimanere al passo, utilizzando i social: Twitter come strumento di rassegna stampa, Facebook come strumento di marketing, YouTube e Instagram come agganci per raggiungere i più giovani.
La mole di Big Data derivanti dal web 2.0 crea un data journalism che si intreccia al giornalismo tradizionale formando un giornalismo a 360° nel quale una notizia viene continuamente aggiornata e impreziosita di dettagli in pochissimo tempo attraverso strumenti quali il fact-checking, il live-blogging e il live-tweetting. Si ottengono così diversi punti di vista di uno stesso evento, con un rischio però molto importante: creare un mare di notizie incontrollabili e non verificabili causando smarrimento e confusione nel lettore.
Le informazioni sono sempre più veloci e quindi servono strumenti all’altezza: Internet permette di raccogliere e organizzare una grande quantità di contenuti, formando una memoria storica raccontata attraverso timeline, infografiche, gallerie fotografiche e video – pensiamo al MediaLab de La Stampa - che diventano espressione di una necessaria convergenza tecnologica e mediatica in grado di semplificare il lavoro e che viene facilmente trasmessa attraverso i social – basti pensare a BBC News che sul profilo Instagram posta dei brevi video in stile servizio da telegiornale.
Uno dei rischi dovuti a questo flusso frenetico di informazioni è quello di trascurare la verifica delle notizie in una corsa allo scoop che va a discapito della buona informazione. Aspettare di dare una notizia per verificarne la veridicità è e rimane una delle regole fondamentali del giornalismo e dovrà esserlo anche in futuro – se avete qualche dubbio guardatevi la serie televisiva The Newsroom del celebre sceneggiatore e produttore televisivo Aaron Sorkin. Compito del giornalismo è infatti quello di informare e ciò è possibile solo cercando la verità. L’arduo compito che lo aspetta è conservare questo principio, sempre più difficile da attuare in un mondo che va sempre più veloce, che ha sempre più strumenti a disposizione e dove dare sempre al pubblico ciò che vuole può abbassare la qualità dell’informazione e oltrepassare i limiti deontologici.
La crisi del giornalismo non è solo economica ma è anche sociale e culturale: essa rispecchia una crisi della società tradizionale, una competizione fra giornalismo super partes e giornalismo soggettivo e un’informazione standard, uguale per tutti, che non basta più. 
Photo credit: Flickr

La professione del giornalista si sta evolvendo in quella che potrebbe essere definita figura del giornalista 2.0: una figura in grado di saper scrivere un pezzo ma anche girare e montare un video, sintetizzare in un tweet, postare riflessioni e considerazioni su un blog e raccontare eventi su Storify dando delle vere e proprie notizie digitali e multimediali. Il tutto però senza dimenticarsi alcune semplici regole tradizionali: dire la verità, correggere gli errori, farsi comprendere.