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mercoledì 12 luglio 2017

BREVE GUIDA SU DOVE E COME INFORMARSI PER COMBATTERE LE FAKE NEWS


L’informazione dei nostri giorni è sempre più influenzata dal dibattito sulle fake news, quelle notizie false e/o appositamente create ad hoc per far passare un determinato messaggio, a discapito di quella che molti amano definire verità dei fatti. Un fenomeno che sta sempre più caratterizzando i social network, in particolare Facebook, diventati ormai arena di dibattiti di ogni genere e megafono di notizie che, purtroppo, spesso e volentieri seguono la logica del telefono senza fili. E proprio il classico risultato di questa logica, dove l’ultimo ricevitore del messaggio apprende un contenuto assai lontano da quello reale, ha portato Facebook a cominciare la sua battaglia alle fake news, con l’obiettivo di rendere l’ambiente social uno spazio di fruizione di una informazione sana e non manipolata. 
Ma il dibattito sulle fake news è l’occasione per parlare anche di un altro discorso, ossia quello inerente a come dovremmo informarci, quotidianamente, per non cadere in questa trappola. Certamente i social network, sui quali gli stessi mezzi di informazione stanno puntando molto (dagli Instant Articles alla produzione di contenuti video), sono un canale fondamentale nella ricezione delle notizie, visto il molto tempo che ogni giorno spendiamo scorrendo il dito sullo schermo del nostro smartphone. Ma è importante sottolineare come i social e tutto ciò che riguarda il web (edizioni online e app comprese) non abbiano sancito – quantomeno per il momento – la morte dell’informazione sui media tradizionali. Nonostante dirette live e stories su Facebook e Instagram (a proposito, a riguardo del social network fotografico sarebbe interessante raccontare il ruolo sempre più importante che sta assumendo nel mondo giornalistico), leggiamo infatti ancora i giornali, ascoltiamo la radio e guardiamo la televisione. Insomma, forse i media tradizionali staranno assumendo un ruolo diverso nel panorama comunicativo, ma certamente non sono morti e hanno ancora molto da dire. 
Per questo motivo sono ancora da considerare in quella che potremmo definire dieta dell’informazione, ossia il nostro modo quotidiano di apprendere le notizie. Ovviamente non esiste una dieta universale valida per tutti: ognuno definirà la sua in base ai suoi interessi. Quello che deve essere un punto di partenza consigliabile è però cercare di apprendere da più fonti possibili. Personalmente cerco di integrare l’informazione online con l’informazione offline.

INFORMAZIONE ONLINE
L’app dell’ANSA è un’ottima fonte per avere un panorama a 360° delle ultime notizie, grazie a un mix fra lanci d’agenzia, gallery fotografiche e brevi tg di un minuto (mediamente tre volte al giorno). 
Immediatezza delle notizie garantita anche da Twitter, che permette non solo di avere una rassegna stampa live (ovviamente in base ai following) ma anche di suddividerla per categorie grazie alle liste. 
In questo senso un ottimo strumento possono indubbiamente essere gli alert di Google, in grado di raccogliere tutti gli articoli relativi a un determinato argomento, con una raccolta di notizie direttamente al proprio account. E qui c’è da sottolineare un punto di forza di questo strumento: avere la possibilità di confrontare la stessa notizia tramite fonti e approfondimenti diversi. Ah beh, ovviamente non abusatene, se non volete avere un’invasione di mail! 
A completare gli strumenti online, anche gli Instant Articles di Facebook, una funzione in grado di caricare gli articoli delle più importanti testate internazionali tramite il social di Zuckerberg senza passare dal browser. Insomma, tramite essi è possibile fruire degli articoli di alcune testate editoriali direttamente dalla App Mobile di Facebook. Uno strumento che ha spinto ancora di più Facebook verso la sua progressiva trasformazione in piattaforma editoriale (e qui si aprirebbe un discorso interessante come le dirette live in stile diretta televisiva). 



INFORMAZIONE OFFLINE
Ma passiamo ora all’informazione offline. Qui il discorso cambia, perché più che parlare di strumenti, si parla di linee editoriali che sono una scelta puramente soggettiva. Quindi non si può dire altro se non consigliare di leggere un quotidiano o un periodico cartaceo. Voi direte, ma la stessa informazione su carta o su web è la stessa cosa! E invece non esattamente. Il web ha portato a una velocità delle notizie tale che esse sono in costante aggiornamento, diventando paradossalmente quasi subito vecchie. Questa è la logica dell’online, alla quale si contrappone quella tradizionale dell’offline, dove la notizia si sta trasformando sempre più in un contenuto di approfondimento, che quasi dà per scontati i semplici fatti, ormai tendenzialmente appresi sul web. Per questo leggere quotidiani e periodici ci permette di conoscere una notizia già appresa dai social con sfumature diverse, con un taglio più analitico. 
Infine, i telegiornali. La televisione ha ancora un ruolo importante, sposta opinioni, crea tendenze, è la base di quei format che oggi abitano il web. È tutto tranne che morta. E sì, il telegiornale rappresenta la miglior sintesi dell’informazione e dell’informare. Personalmente ritengo TG La7 e SkyTG24 i più completi e imparziali, ma ognuno potrà farsi la sua idea. Senza dimenticare la radio, altro universo mediale tutt’altro che finito e che merita sempre il suo spazio (almeno in macchina resiste ancora!). 




Queste, in sostanza, le basi per una informazione abbastanza completa. Dico abbastanza perché quella perfetta non esiste, ci vorrebbero confronti e approfondimenti che con la velocità della comunicazione odierna sarebbero impossibili da raggiungere. Ma chissà che un giorno non ci arriveremo. 

martedì 10 maggio 2016

BRAND JOURNALISM: AZIENDE E BRAND FRA COMUNICAZIONE E INFORMAZIONE

Photo Credit: LinkedIn

“Chi fa comunicazione aziendale non fa giornalismo”. Una frase sintetica ma piena di significato quella pronunciata da Marco Bardazzi (@marcobardazzi), direttore della comunicazione esterna di Eni, lo scorso 3 maggio durante l’incontro La comunicazione è una bella storia. Il cane a sei zampe nell’era digitale, tenutosi in Cattolica presso la sede di Largo Gemelli. 

Bardazzi è stato protagonista del racconto della comunicazione del colosso energetico illustrando quelli che sono i cardini di un nuovo modo di comunicare (e fare comunicazione) nell’era del web 2.0 e dei contenuti condivisi. Filo rosso di questa comunicazione è lo storytelling, strumento utile non solo per raccontare storie ma soprattutto per produrre contenuti attorno ai quali creare una community a cui parlare. Creare valore, fiducia e fidelizzazione con il cliente/utente è l’obiettivo che muove oggi le aziende e la loro comunicazione in questo senso viene sempre più ad intrecciarsi con il fare informazione tipico del giornalismo. Ma, come detto all’inizio di questo post, la comunicazione aziendale non è giornalismo. Quindi com’è che queste due realtà interagiscono fra loro? La risposta sta in quello che viene chiamato brand journalism

Dare una definizione precisa di brand journalism è probabilmente impossibile, dato il continuo mutamento del settore digital. Ma è sicuramente utile partire da alcune parole chiave: brand, giornalismo, content, informazioni. Per capire cosa sia il brand journalism si può partire da quello che è il suo obiettivo: essere fonte per il pubblico di riferimento di un’azienda. Il brand crea contenuti da fornire al proprio pubblico attraverso la “comunicazione narrata” dello storytelling per trasmettere informazioni in maniera disintermediata e indipendente. Si crea così un processo di self-building reputation evitando il pericolo che la propria reputazione sia esclusivamente nelle mani dei mezzi di informazione tradizionali e terze parti. 

Rimanendo nell’universo Eni è esemplare il caso Eni vs Report, che ha visto l’azienda sapersi (magistralmente) difendere dall’inchiesta giornalistica del programma condotto da Milena Gabanelli (tempo fa ne avevo parlato in questo post sul blog The Bottom Up). Il brand journalism permette quindi all’azienda di produrre contenuti non solo in grado di creare awareness ma anche in grado di essere strumenti per gestire casi di crisis management e brand reputation. In questo senso i metodi tipici del mondo giornalistico nel reperire fonti e informazioni vengono sfruttati dall’azienda per divenire punto di riferimento per il proprio pubblico di riferimento creando un rapporto diretto con il cliente/utente in maniera disintermediata e per parlare direttamente con i propri stakeholders. Nel caso specifico di Eni il background giornalistico di Bardazzi - che ha lavorato a La Stampa e all’ANSA - così come quello di Daniele Chieffi (@DanieleChieffi) - attualmente Head of Web Media Relations, Social Media management and Reputation Monitoring Eni con un passato al quotidiano La Repubblica - sono stati quel valore in più che ha permesso all’azienda di sapersi raccontare in un contesto mediatico di crisi, fornendo contenuti ben strutturati su Twitter e sul proprio sito creando una narrazione alternativa, coerente e di risposta a quella di Report. 

Sempre rimanendo in Eni, un altro esempio di brand journalism e di creazione di contenuti è stato il “buongiorno” quotidiano dato da Chieffi nelle cinque giornate del Festival Internazionale del Giornalismo, consueto appuntamento che si tiene ogni anno a Perugia nel mese di aprile. Numeri, curiosità e andamenti del Festival sono stati snocciolati in brevi video da Eni (in collaborazione con l’agenzia di comunicazione Doing), con tanto di interviste ad esperti del settore per approfondire quello che è oggi il rapporto fra comunicazione e informazione. Un esempio di storytelling ribattezzato #energytelling e veicolato attraverso i canali social di Eni e la piattaforma di storytelling Eniday



Ricapitolando nella comunicazione 2.0 il brand journalism permette quindi alle aziende di essere un punto di riferimento per il proprio pubblico di utenti e di stakeholders, verso i quali vengono prodotti contenuti che possano essere di valore. Quello che cambia rispetto al giornalismo puro è il ruolo: le aziende non possono (e non devono) essere dei watchdogs ma dei player che informano su ciò che le riguarda, diventando in qualche modo editori di sé stessi. Sta cambiando quindi la comunicazione aziendale e il modo di rapportarsi all’esterno verso portatori di interessi, clienti e media tradizionali mainstream, con i brand che hanno in questo senso uno spazio sempre maggiore per raccontarsi e trasmettere il proprio valore e il proprio punto di vista  attraverso gli strumenti del giornalismo e dello storytelling


Photo Credit: Virtual14

venerdì 16 ottobre 2015

"TUTTO È CONNESSO". ALLA CATTOLICA SI DISCUTE SUL RUOLO DEI MEDIA DIGITALI

"Tutto è connesso. Comunicazione e media digitali per un umanesimo integrato e integrante". Questo il titolo dell'incontro del 9 e 10 ottobre andato di scena alla Cattolica di Milano in occasione dell'incontro in presenza di Anicec, il corso online per gli Animatori della Comunicazione e della Cultura organizzato dall'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI e proprio dall'Università Cattolica del Sacro Cuore. Una full immersion di due giorni nella quale molteplici sono stati gli spunti d'analisi e di riflessioni che i corsisti di Anicec hanno potuto affrontare, dal ruolo che i media digitali si stanno conquistando all'interno del panorama mediatico e sociale fino al ruolo che l'uomo e la società stessa devono assumere nei confronti dei cosiddetti new media.



La prima giornata ha visto don Ivan Maffeis, direttore dell'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. mons. Claudio Giuliodori, Assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica, il prof. Francesco Botturri, Prorettore dell'Università Cattolica e la prof.ssa Chiara Giaccardi, direttore scientifico del corso ANICEC e responsabile del sito www.firenze2015.it animare la tavola rotonda all'interno della quale si è parlato delle prospettive presenti e future che la comunicazione è chiamata ad affrontare con l'avvento di Internet e del web 2.0, prima di una rapida visita al Padiglione Zero e a quelli della Caritas e della Santa Sede all'interno di Expo.

Don Ivan Maffeis ha sottolineato l'importanza di saper interpretare l'abbondanza di dati che in certi contesti può comportare l'espandersi di una cultura frammentata che non garantisce approfondimento e unità. Concetto elaborato partendo da una considerazione del prof. Botturi che ha ricordato l'importanza di promuovere una cultura dell'abitare il nostro tempo argomentandola attraverso tre provocazioni: 1) La comunicazione sociale è operatrice di connessione? 2) È possibile comunicare la verità? 3) È possibile un pudore ecclesiale? Oggi ciò che è oggetto della comunicazione è disponibile a tutti creando una sorta di universalizzazione nella quale ciò che non è invece disponibile finisce per non esistere, creando isolamento, esclusione ed autoreferenzialità. Inoltre una massa di informazioni non crea necessariamente conoscenza, aspetto che più volte risalta nella nostra società, dove la notizia selezionata e confezionata diventa un prodotto da vendere al pubblico anche a discapito della realtà delle cose. Infine altro aspetto non certo meno importante è il pericolo di violare la riservatezza della vita privata in nome di una eccessiva resa pubblica attraverso una condivisione sregolata di contenuti e informazioni.

Mons. Giuliodori ha posto altre quattro domande come spunto di riflessione: 1) Come vive la Chiesa italiana il tema della connessione? 2) Quali vantaggi e svantaggi nella iperconnessione? 3) Quale senso per la connessione? Quale direzione per la comunicazione? Il punto di partenza è sicuramente la necessità di sfruttare le tecnologie del tempo per evangelizzare nel mondo attraverso una connessione interna alla comunità ecclesiale e una connessione esterna con il resto della comunità in cui viviamo. Il tutto attraverso la ricerca di quella cultura dell'incontro promossa da Papa Francesco nella quale è importante saper dialogare e nella quale i media contribuiscono fortemente a creare e formare l'opinino pubblica. È quindi importante saper sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie senza dimenticare che la connettività non deve tramutarsi in una iperconnessione dannosa all'essere umano. Bisogna cioè trovare un equilibrio nella connessione secondo il quale è importante saper anche essere disconnessi quando necessario! La connessione non deve quindi generare consenso attraverso la pubblicità in un processo secondo il quale gli input comunicativi diventano business e interesse economico: solo saper mantenere un senso vero delle cose permetterà di comunicare efficacemente, dando alla comunicazione stessa una direzione giusta.



E in questo senso la prof.ssa Giaccardi ha ribadito come la connessione non sia una prodotto della tecnologia in quanto prima del livello tecnologico domina il livello ontologico e antropologico della comunicazione. C'è cioè un primato della dimensione antropologica che permette di alimentare la cultura dell'incontro accrescendo la connessione fra gli uomini, tenendo a mente che prima di ogni mezzo di comunicazione viene l'uomo stesso. Il rischio è quello di una ideologia dilagante che deve essere combattuta da una fondamentale consapevolezza del limite, da una dimensione dell'umanesimo e da una integrazione di linguaggi che siano testimonianza e partecipazione attiva raccontando storie ed esperienze nel quale si predilige il dare rispetto al consumare.

Infine la seconda giornata ha visto la lezione del prof. Daniele Chieffi, Head of Web Media Relations, Social Media management and Reputation Monitoring di ENI, nella quale si è entrati nel mondo delle relazioni professionali all'interno del digitale cercando di capire come i social media hanno cambiato il modo di comunicare e come tali cambiamenti hanno cambiato le strutture organizzative di aziende e istituzioni. Il tutto anche attraverso un'esercitazione pratica all'interno dell'"Officina digitale" come campo di allenamento nell'ideazione di un piano strategico di digital communication.

Tanti gli argomenti su cui riflettere e ancora di più gli aspetti da scoprire e approfondire per una comunicazione sempre più incentrata sulla connessione ma senza dimenticare l'uomo come perno di una sana comunicazione.

martedì 9 giugno 2015

COMUNISMO 2.0

Sul sito del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo è uscito due giorni fa - domenica 7 giugno 2015 - un post dal titolo "Regole per uso facebook ed ogni altro social-network.". Leggendo le direttive date dal partito - in quello che si potrebbe definire un vero e proprio Manifesto 2.0 - viene da riflettere a proposito della libertà d'espressione che tanto dovrebbe essere cara ad un partito di (estrema) sinistra. Il post esordisce così: 

"La natura dei social-network spinge oggettivamente all’individualismo e alle peggiori performance di protagonismo. Serve quindi regolamentare il loro uso, seguendo le ispirazioni della dottrina leninista dell’organizzazione. Le discussioni  politiche vanno fatte dentro le strutture del Partito. I pareri e le elaborazioni dei singoli compagni andranno ad arricchire la linea elaborata collettivamente" 



Sostanzialmente non si può esprimere un parere personale sui social a meno che esso non sia approvato dall'apparato. Una concezione alquanto ideologica di politica e di partito che rimanda - con le dovute misure - ad un totalitarismo partitico che non ammetteva idee diverse perché difficilmente controllabili: una sorta di "tutti uniti, tutti insieme, tutti compatti" nel quale dialogo, confronto interno e pluralismo vengono meno, schiavi dell'ideologia del pensiero unico. Tanto da dover dare anche la propria password alla Direzione Centrale, alla faccia della libertà e della privacy. 

Queste le direttive approvate all’unanimità al CC del 6 maggio 2015: 

1) È fatto assoluto divieto a ogni iscritto al Partito (tanto più se dirigente) a fare considerazioni e analisi politiche generali autonome.
2) Queste spettano solo all’account nazionale, a quello del segretario generale, a quello del Ful e del Fronte della Gioventù Comunista.
3) È inoltre vietato ‘taggare’ altri membri del Partito sempre su questioni politiche, storiche, filosofiche e culturali.
4) È invece auspicabile che i membri del Partito e del CC promuovano, condividano e tagghino i post degli organi nazionali.
5) È fatto assoluto divieto ad usare bandiere o simboli del Partito nell’immagine del proprio account personale. Le bandiere ed i simboli del Partito sono esclusivamente rappresentate negli account di Partito ad ogni livello (da quello centrale sino a quello di cellula).
 6) Le stesse modalità di comportamento spettano, a cascata, per i militanti e dirigenti a livello regionale e di federazione.
7) Tutti gli account di Partito (da quelli regionali a quelli della singola cellula) devono comunicare riservatamente alla Direzione Centrale (nella persona del Coordinatore) la password.
8) La pubblicazione di fotografie e filmati di manifestazioni del Partito devono esser improntate alla massima efficacia propagandistica e consapevolezza politica dell’evento.

9) Qualunque violazione verrà da ora in poi deferita alla CCCG.

Regole che tra l'altro poco hanno a che fare con la natura dei social network, il cui fine è quello di creare una rete di opinioni differenti nella quale ognuno è libero di esprimere le proprie idee rendendole disponibili agli altri utenti. Magari leggersi qualcosa di Orwell non farebbe male...  

venerdì 10 aprile 2015

GIORNALISMO SOCIAL

“Guadagnarsi la fiducia del lettore dicendo sempre la verità; chiedere scusa quando si sbaglia; scrivere con un linguaggio semplice”. Queste sono le regole individuate da Indro Montanelli per descrivere correttamente quello che dovrebbe essere il giornalismo.
Gli assunti elencati da uno dei più grandi giornalisti italiani sembrano essere di forte attualità e, molto probabilmente, saranno i cardini attorno ai quali continuerà a ruotare il futuro del giornalismo. Un futuro che per alcuni pare incerto, per altri invece molto chiaro e semplice, forti di presunte previsioni etiche ed economiche sullo stato di una professione attualmente in crisi o quantomeno in forte cambiamento.
Per cercare di capire su quali binari si sta incanalando il giornalismo e quale sarà la prossima tappa del suo viaggio, bisogna prima partire da ciò che sta cambiando nell’esercizio di tale professione e da quei fattori che ne stanno sancendo il cambiamento, dalla crisi economica al ruolo della pubblicità, dall’etica del giornalismo fino allo sviluppo tecnologico e al ruolo della Rete.

La crisi economica e il ruolo della pubblicità

Uno dei fattori caratterizzanti della professione giornalistica nella nostra società è sicuramente la crisi economica. Essa sta mettendo a dura prova la società, il mondo del lavoro a vari livelli e quindi anche quello giornalistico ne sta risentendo. Gli organi di informazione sono costretti ad esempio a chiudere gli uffici di corrispondenza all’estero perché non in grado di sostenerne i costi, affidando ad un corrispondente aree geografiche molto vaste da coprire, con una conseguente impossibilità di fornire notizie approfondite in maniera adeguata. Ecco che così diminuiscono le redazioni, non solo all’estero: esse vengono accorpate oppure ridotte sensibilmente, con la conseguenza di un aumento della tendenza a rivolgersi a giornalisti freelance in grado di fornire collaborazioni occasionali non gravando eccessivamente sui bilanci degli organi di informazione attraverso contratti vincolanti. Ciò comporta anche una ridefinizione della figura del giornalista stesso: paradossalmente infatti si rischierà in futuro di avere maggiori difficoltà a trovare lavoro da giornalisti professionisti piuttosto che da giornalisti pubblicisti proprio a causa dei vincoli contrattuali che i primi impongono attraverso il loro status
Photo credit: pixabay.com

La crisi di risorse economiche comporta anche una riduzione fisica dei giornali: non solo nel numero minore di copie vendute – fatto dovuto anche ad una sempre più scarsa propensione alla lettura, soprattutto in Italia – ma anche nella grandezza dei giornali stessi. Molti quotidiani infatti stanno adottando il formato tabloid, che consente di risparmiare carta e inchiostro – in Italia Il Foglio è invece rimasto fedele ad un formato grande – e stanno optando per figure non a colori, in bianco e nero, soprattutto per quanto riguarda i giornali locali che spesso non possono permettersi grandi risorse e che sono quindi anche maggiormente soggetti a tagli economici e redazionali.
In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la pubblicità. Quella su carta non è più una garanzia e maggiori ricavi sono garantiti attraverso gli abbonati secondo il modello del paywall – utilizzato ad esempio dal New York Times - secondo il quale non è possibile accedere ai contenuti di un sito web senza aver prima effettuato una sottoscrizione retribuita. La pubblicità sul web non è ancora in grado di sopperire al crollo della pubblicità su carta -  tornata nel 2012 ai livelli degli anni Cinquanta – ma, come sostenuto da Gleen Greenwald, ex giornalista del Guardian e Premio Pulitzer 2014, il problema è che oggi le notizie sono sempre più accessibili gratuitamente: per questo è necessario trovare un modello di business basato sul contributo dei lettori, al fine di proporre un tipo di giornalismo unico e originale in grado di attrarne l’attenzione. Ecco che il lettore viene ad essere sempre di più al centro del mondo dell’informazione, in quanto i suoi interessi sono il motore del flusso di informazioni in circolo e in costante aumento. Ciò spiega come Bezos e Omidyar, esponenti di due colossi come Amazon e eBay, abbiano deciso di entrare nel mondo dell’editoria – il primo ha acquistato il Washington Post e il secondo ha affidato a Greenwald First Look Media, un progetto di giornalismo indipendente – inserendosi in un flusso continuo di informazioni che richiede sempre più servizi per il pubblico, indipendentemente dalla difficile situazione economica in cui versano i media e l’editoria.

Un nuovo giornalismo che ruota attorno al lettore

“Go where the audiance is”. È questa la massima che sembra muovere e dominare il mondo dell’informazione e della comunicazione oggi, in particolare con l’avvento delle nuove tecnologie, dei social network e dell’universo 2.0.
Come in ogni mercato un’offerta si formula anche in base alla domanda del pubblico e ciò vale anche per l’informazione. Il flusso continuo e sempre più veloce di contenuti ha accentuato questa logica, portando gli organi di informazione a chiedersi sempre più spesso quali siano gli interessi del pubblico e come sfruttarli al meglio: una volta individuato un pubblico già definito in base ad uno o più interessi sarà infatti più facile ampliare la propria portata creando un seguito e conseguentemente profitti. L’informazione è sempre più differenziata e personalizzata in base ai molteplici interessi del pubblico, sempre più abituato a scegliersi le notizie, che a loro volta scelgono il lettore i cui interessi sono registrati da Google e da Facebook, la cui pubblicità è precisa e mirata grazie ai Big Data.
Gianni Riotta, giornalista de La Stampa, ha parlato di una società – la nostra – che sta vivendo il passaggio dal Secolo delle Masse – il Novecento – al Secolo dell’Individuo, nel quale non è più importante fare una comunicazione di massa rivolta ad un pubblico generalista, ma al contrario una comunicazione personal, rivolta ad un pubblico di individui differenti gli uni dagli altri. Il giornalismo quindi deve produrre un’informazione in grado di rivolgersi a individui e non più a masse, adattando le sue risorse a questa logica. È in questo senso significativa la crisi delle homepage dei siti di informazione: sempre Riotta sottolinea come esse siano state a lungo scambiate per le prime pagine dei giornali cartacei, con la tradizionale impostazione della gerarchia delle notizie che vede le più importanti nel taglio alto e quelle secondarie nel taglio basso. In realtà le homepage non consistono per niente alle prime pagine: i lettori cercano sempre di più una specifica notizia attraverso i motori di ricerca e non una gerarchia di notizie, venendo così reindirizzati su di esse attraverso i social network e Google. Su questa impostazione il New York Times ha ristrutturato il suo sito Internet, concependolo come un archivio da cui l’utente può attingere andando oltre la ricerca iniziale e creando così una catena di click all’interno della quale inserire la pubblicità grazie anche ai social network – il sito è stato infatti anche pensato per essere facilmente visitabile su smartphone e tablet.
Il fatto che i lettori arrivino alle notizie tramite i social e Google è sintomo che la crisi delle homepage è anche la causa di una disintermediazione nella quale i giornali non fungono più da mediatori fra il pubblico e le notizie: molti giornalisti lasciano le loro testate di riferimento e si mettono in proprio attraverso blog e altri progetti, come il caso Greenwald-eBay insegna. 
Photo credit: Flickr

Nascono così progetti come BuzzFeed, soggetto mediatico in forte espansione che abbina contenuti virali e contenuti più di spessore, secondo una strategia che vede soft news e hard news attrarre pubblici differenti ma complementari. BuzzFeed rappresenta un nuovo stile di giornalismo i cui contenuti sono sponsorizzati in collaborazione con il lettore e il cui linguaggio – quello del web – risulta attraente: i video virali attraggono utenti ai quali, una volta conquistati, si possono vendere anche contenuti seri.

Il giornalismo di domani

Quale sarà il domani dell’informazione? Questa domanda assilla giornalisti, editori e addetti ai lavori, riempiendo articoli di giornale e creando un ampio dibattito nell’opinione pubblica. Sapere con certezza cosa sarà il giornalismo domani è impossibile: l’evoluzione tecnologica e quella della società corrono sempre più freneticamente e non ci permettono di fare previsioni esatte. Possiamo però immaginare, grazie a ciò che il giornalismo è oggi, quali potranno essere i possibili sviluppi.
I lettori sono sempre più coinvolti nel processo di news making grazie ai loro interessi ma anche attraverso una partecipazione attiva e diretta. Pensiamo ad esempio alle trasmissioni televisive, dai talk show politici ai reality, dai programmi di intrattenimento a quelli sportivi: esse sono sempre più connesse alla Rete e ai social, attraverso hashtag che permettono la partecipazione dei telespettatori e che diventano uno strumento di misura del successo e del gradimento della trasmissione, rispondendo alla domanda Cosa pensa la Rete?  e dando così voce all’opinione pubblica. Si crea così un giornalismo social – la cui massima espressione è la trasmissione di Rai3 Gazebo – nel quale è centrale l’engagement, ossia l’insieme delle interazioni che si creano con i lettori dalle quali i media ottengono feedback preziosissimi e dal quale si crea una sorta di native journalism che permette agli utenti di costruire e raccontare una notizia attraverso i social e lo storytelling. Il citizen journalism, il giornalismo fatto dai cittadini attraverso articoli postati su blog e social e video caricati su YouTube, è un fenomeno in forte espansione – pensiamo alla Primavera araba – che cambia il modo di conoscere e raccontare gli eventi: i media tradizionali (tv, stampa, radio) non hanno più l’esclusiva delle notizie e può capitare che un semplice cittadino sia più tempestivo di un giornalista nello scovare e raccontare una notizia. Essi sono così costretti a rimanere al passo, utilizzando i social: Twitter come strumento di rassegna stampa, Facebook come strumento di marketing, YouTube e Instagram come agganci per raggiungere i più giovani.
La mole di Big Data derivanti dal web 2.0 crea un data journalism che si intreccia al giornalismo tradizionale formando un giornalismo a 360° nel quale una notizia viene continuamente aggiornata e impreziosita di dettagli in pochissimo tempo attraverso strumenti quali il fact-checking, il live-blogging e il live-tweetting. Si ottengono così diversi punti di vista di uno stesso evento, con un rischio però molto importante: creare un mare di notizie incontrollabili e non verificabili causando smarrimento e confusione nel lettore.
Le informazioni sono sempre più veloci e quindi servono strumenti all’altezza: Internet permette di raccogliere e organizzare una grande quantità di contenuti, formando una memoria storica raccontata attraverso timeline, infografiche, gallerie fotografiche e video – pensiamo al MediaLab de La Stampa - che diventano espressione di una necessaria convergenza tecnologica e mediatica in grado di semplificare il lavoro e che viene facilmente trasmessa attraverso i social – basti pensare a BBC News che sul profilo Instagram posta dei brevi video in stile servizio da telegiornale.
Uno dei rischi dovuti a questo flusso frenetico di informazioni è quello di trascurare la verifica delle notizie in una corsa allo scoop che va a discapito della buona informazione. Aspettare di dare una notizia per verificarne la veridicità è e rimane una delle regole fondamentali del giornalismo e dovrà esserlo anche in futuro – se avete qualche dubbio guardatevi la serie televisiva The Newsroom del celebre sceneggiatore e produttore televisivo Aaron Sorkin. Compito del giornalismo è infatti quello di informare e ciò è possibile solo cercando la verità. L’arduo compito che lo aspetta è conservare questo principio, sempre più difficile da attuare in un mondo che va sempre più veloce, che ha sempre più strumenti a disposizione e dove dare sempre al pubblico ciò che vuole può abbassare la qualità dell’informazione e oltrepassare i limiti deontologici.
La crisi del giornalismo non è solo economica ma è anche sociale e culturale: essa rispecchia una crisi della società tradizionale, una competizione fra giornalismo super partes e giornalismo soggettivo e un’informazione standard, uguale per tutti, che non basta più. 
Photo credit: Flickr

La professione del giornalista si sta evolvendo in quella che potrebbe essere definita figura del giornalista 2.0: una figura in grado di saper scrivere un pezzo ma anche girare e montare un video, sintetizzare in un tweet, postare riflessioni e considerazioni su un blog e raccontare eventi su Storify dando delle vere e proprie notizie digitali e multimediali. Il tutto però senza dimenticarsi alcune semplici regole tradizionali: dire la verità, correggere gli errori, farsi comprendere.

domenica 22 febbraio 2015

LE RELAZIONI SOCIALI AI TEMPI DI FACEBOOK

Se avete visto The Social Network, il film diretto da David Fincher e sceneggiato da Aaron Sorkin che racconta come è nato Facebook, forse ricordate la scena nella quale un amico di Zuckerberg, il noto inventore del social network più prestigioso, è alle prese con le sue pene d’amore, essendo innamorato di una ragazza della quale però non sa niente. “Sai se è fidanzata?”, chiede il povero innamorato. Ecco il volto di Zuckerberg illuminarsi a queste parole. L’idea che gli viene in mente è brillante: non solo utilizzare il neonato social per conoscere hobby e interessi delle persone, ma anche per poter sapere se la persona che ci piace è impegnata oppure no.
Oggi possiamo scorrere i profili dei nostri amici e conoscere il loro status sentimentale: Single, Impegnato, Fidanzato ufficialmente, Sposato, In un coppia di fatto, Convivente, In un relazione aperta, In una relazione complicata, Separato, Divorziato, Vedovo. E naturalmente possiamo conoscere qualsiasi altra cosa, dal luogo di lavoro a quello di residenza, dalle relazioni familiari a quelle di amicizia. Insomma, si può condividere e conoscere tutto, o quasi, avendo un profilo generale di tutti. Eh già, oggi è così che funziona, volenti o nolenti. Se nelle vecchie generazioni per conoscere qualcuno bisognava chiedere un appuntamento, frequentarsi, scriversi e telefonarsi, oggi bastano pochi click per potersi già fare un’idea complessiva.
Certo, condividere informazioni personali sul web è una libera scelta. Il problema è il crescente flusso di informazioni che ne aumenta la richiesta, spingendoci inevitabilmente a dover rinunciare sempre di più ad un pezzetto della nostra vita privata rendendola pubblica. Il rischio infatti è quello di rimanere tagliati fuori: oggi non avere un profilo social rischia di precluderti di essere connesso con i tuoi amici, ma anche di ottenere opportunità di lavoro.
Immagine Flickr
Oggi si comunica sempre più velocemente e con più persone contemporaneamente: sono nati prima i gruppi su Facebook e le chat allargate su Messenger, poi WhatsApp e la possibilità di messaggiare in maniera comoda e istantanea dal proprio smartphone. I messaggi volano in una frazione di secondo e addirittura possiamo vedere se il nostro interlocutore ha visualizzato il messaggio oppure no. Alla faccia della privacy.
Tutto ciò ha inevitabilmente mutato i rapporti interpersonali di ognuno di noi. Basti pensare, ad esempio, che secondo l’Associazione degli avvocati matrimonialisti WhatsApp è la causa del 40% dei divorzi italiani come prova di tradimento. Abbiamo centinaia di amici su Facebook e di follower su Twitter e su Instagram. Eppure, nella vita reale, quanti di questi sono davvero nostri amici? Capita addirittura di incontrare per strada, nella vita reale, uno dei nostri amici virtuali senza nemmeno salutarsi. Condividiamo con essi foto, pensieri e ogni genere di informazione sul web, ma probabilmente non lo faremmo nella vita reale, nella quale le modalità di comunicazione non sono intermediate da schermi. O almeno per ora. Già, perché stiamo assistendo ad un mutamento dei comportamenti sociali sempre più influenzato dal ruolo dei social network nella nostra vita. Ruolo che probabilmente sta diventando sempre più importante e invasivo.
Ci si potrebbe dilungare interrogandosi sull’uso delle nuove tecnologie e dei social network, concludendo che la tecnologia è in costante evoluzione e che l’unica soluzione consiste in un suo uso responsabile. Il punto più importante però è lo spazio che noi le concediamo nella nostra vita, lasciando che essa guidi le nostre relazioni. Nella maggior parte dei casi forse non ne siamo nemmeno consapevoli, eppure basta uscire la sera, sedersi ad un tavolo al bar per bere una birra e fare due chiacchiere, e vedere i tuoi amici che guardano continuamente il cellulare, magari per rispondere ai commenti del selfie che vi siete appena scattati e che è stato immediatamente postato su Facebook.

Certo, inutile demonizzare i social e la tecnologia, li usiamo tutti e saremmo degli ipocriti a sostenete il contrario, magari immaginando una società priva di essi. Forse si starebbe meglio, o peggio, non lo sappiamo. Ciò che dobbiamo difendere però è la bellezza di una parola, di un bacio, di un abbraccio e di un sorriso donati di persona, faccia a faccia e non attraverso uno schermo freddo.