venerdì 3 ottobre 2014

LA CONTINUITÀ PASTORALE DI BERGOGLIO, RATZINGER E WOJTYLA

Oggi, grazie a Papa Francesco, la Chiesa Cattolica sta vivendo un momento di grazia, sia per quanto riguarda il recupero di credibilità agli occhi dell'opinione pubblica dopo i vari scandali, da quelli finanziari dello IOR a Vatileaks, sia per quanto riguarda l'aspetto pastorale, con il recupero di fedeli in un momento storico molto difficile per la fede cristiana, sempre più stretta all'interno di una società secolarizzata e globalizzata. Per questo Francesco è stato definito "rivoluzionario", una sorta di super-eroe in grado di attrarre simpatia e benevolenza riportando la gente in chiesa. Sì, è vero. Francesco ha risvegliato il senso di appartenenza alla fede cristiana, l'attenzione verso i poveri, la necessità di riscoprire la quotidianità attraverso la semplicità. Ma è lui stesso a rifiutare l'appellativo di super-eroe, o di super-Pope, sottolineando come al centro sia fondamentale mettere Cristo e non l'uomo: "Sono un peccatore cui Dio ha guardato", ha dichiarato Francesco nell'intervista/dialogo con Scalfari, fondatore del quotidiano Repubblica. Una frase che denota l'umiltà del Pontefice argentino, che non cerca gloria né privilegi, ma la povertà di chi è in difficoltà per incontrare Cristo, per portare la gente a Lui. Vivere a Santa Marta, in mezzo alla gente, è per Francesco "una necessità, per motivi psicologici", così come rinunciare a privilegi e lussi. Ma attenzione: questa umiltà non deve essere considerata una novità assoluta per la Chiesa! Francesco non ha portato l'umiltà e la povertà in Vaticano, ma l'ha solo rispolverata, l'ha risvegliata dal sonno in cui era caduta negli ultimi tempi. Francesco, più che un rivoluzionario, è forse più un riformatore, più attento a ricordare quali sono i cardini su cui vive la Chiesa, piuttosto che portare una rivoluzione, la quale richiederebbe buttare giù tutto per ricostruire da capo. Francesco sta operando in continuità con Benedetto XVI e con Giovanni Paolo II, semplicemente in maniera diversa in quanto ogni Papa, come ogni uomo, è diverso da un altro, ha carismi propri che si adattano alle necessità del tempo in cui la Chiesa vive. L'umiltà di Francesco è il prolungamento dell'umiltà di Benedetto, coraggioso nelle sua rinuncia al Pontificato in quanto umile nel riconoscere i suoi limiti fisici. Umiltà, quest'ultima, che è il prolungamento di quella di Wojtyla, umile nel sapersi mostrare sofferente nella malattia, comunicando attraverso di essa la sofferenza di Cristo. Sofferenza fisica che ha accompagnato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, portandoli sì a scelte diverse (uno a continuare il suo Magistero, l'altro a rinunciarci) ma con un obiettivo comune: il bene della Chiesa. Bene della Chiesa che adesso è l'obiettivo di Francesco, portando avanti l'opera di riforma già iniziata da Benedetto XVI (a discapito delle critiche faziose di media e lobby), il quale portò avanti a sua volta l'opera di riforma di Giovanni Paolo II. Francesco oggi parla di una Chiesa umile e povera, paragonandola ad un "ospedale da campo" nel quale è necessario curare tutti senza distinzioni di razza, genere, orientamento sessuale o status sociale: in questo senso Francesco parla spesso di giustizia, ma anche di perdono. Un perdono che è più forte del giudizio e del pregiudizio, che non deve dimenticare il torto ma semplicemente guarirlo. Un perdono tanto predicato da Francesco e che non trova esempi migliori se non nei suoi due predecessori, capaci di perdonare un attentato alla propria vita, come fece Giovanni Paolo II con Alì Agca, e un tradimento, come fece Benedetto XVI con il suo maggiordomo personale, Paolo Gabriele. Umiltà e perdono non sono quindi delle novità portate da Francesco, ma sono solo cardini della Chiesa rispolverati e ricordati attraverso gli esempi di Woityla e Ratzinger, ma soprattutto in una continuità pastorale con essi. Per il bene della Chiesa. 



Immagine tratta da www.traditio.com 

giovedì 17 luglio 2014

I MISTERIOSI COLLOQUI FRA SCALFARI E PAPA FRANCESCO


Il 14 luglio 2014 padre Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, attraverso una nota comparsa sul sito www.news.va, uno dei canali ufficiali della Santa Sede, ha precisato come le parole attribuite da Eugenio Scalfari a papa Francesco in un articolo comparso su La Repubblica il 13 luglio fossero frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite”. Una presa di distanza da quella che è stata diffusa come intervista da parte dei media e da Repubblica: Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”. Parole dure da parte di Lombardi, che non si è nemmeno risparmiato di alludere a possibili manipolazioni di senso: “Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente - le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura…Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?”. Di certo è facilmente intuibile come il colloquio fra Scalfari e il Pontefice non sia stato gradito in Vaticano nei termini coi quali è stato riportato: i virgolettati utilizzati dal fondatore di Repubblica hanno infastidito la Santa Sede in quanto attribuivano al papa frasi particolarmente delicate su temi quali la pedofilia e il celibato dei preti, come precisato da p. Lombardi nella nota. Ma soprattutto in Vaticano non hanno gradito tale “intervista” perché già infastiditi da un recente precedente: il dialogo-intervista avvenuto sempre fra Scalfari e Bergoglio. Era il primo ottobre del 2013 quando sul quotidiano La Repubblica comparve la lunga intervista rilasciata dal Pontefice al noto giornalista: un colloquio che sanciva il dialogo fra credenti e non credenti, emblema della cultura dell'incontro professata da Francesco. Eppure anche in quella occasione i virgolettati attribuiti da Scalfari al papa argentino furono oggetto di polemiche e precisazioni da parte di Lombardi, tanto che l'intervista fu poi cancellata dal sito web ufficiale della Santa Sede. Scalfari si giustificò sostenendo che in cinquant'anni di interviste non si era mai servito né di appunti né di registrazioni nella redazione degli articoli, affidandosi semplicemente alla sua memoria attraverso la quale ricostruire gli incontri. Inoltre il giornalista sostiene di aver avuto anche l'autorizzazione esplicita sia da parte di mons. Xuereb, segretario di Francesco, sia dal Pontefice stesso. Le due (presunte) interviste hanno scatenato un acceso dibattito, nel quale sono fioccate critiche a Scalfari (in particolare da Antonio Socci) e anche allo stesso Francesco, colpevole secondo alcuni di essere troppo aperto a posizioni progressiste. Senza entrare nel merito delle frasi attribuite al papa e senza questionare sulla onestà del fondatore di Repubblica, quello che lascia perplessi è l'operato giornalistico di Scalfari. È davvero possibile affidarsi completamente alla propria memoria nella strutturazione di un articolo piuttosto che di una intervista? Quello che dovrebbe caratterizzare l'operato di un giornalista è la narrazione completa e oggettiva dei fatti, lasciando all'interpretazione e ai commenti personali uno spazio relativo, per non influenzare in alcun modo il lettore, in modo da permettergli la formulazione di un pensiero proprio. Scalfari a dire il vero non parla mai esplicitamente di interviste ma di colloqui con il Pontefice: il problema è che poi negli articoli comparsi su Repubblica la struttura utilizzata è quella delle interviste. È possibile dunque attribuire all'intervistato delle frasi senza essere sicuri della loro veridicità? Questo dovrebbe essere il primo passo in ogni lavoro giornalistico: confermare e citare le fonti per evitare equivoci e fraintendimenti. Si sa, la memoria umana è facilmente fallibile e di breve durata: a meno che Scalfari non sia un drone dalla memoria infallibile, gli sarebbe più utile servirsi di un registratore o di appunti, quantomeno per avere delle prove tangibili in caso di necessità. Dispiace che un noto giornalista, fondatore di uno dei quotidiani più letti e venduti in Italia, sia protagonista di una vicenda che si poteva benissimo evitare, ma soprattutto dispiace che un evento di grande portata, come il dialogo fra la massima autorità della Chiesa cattolica e un noto ateo convinto, sia stato sminuito e oscurato da polemiche, smentite e note ufficiali. 

Immagine presa da formiche.net

Una lancia in favore di Leo


Prima il tormentone era: meglio Maradona o Pelé? Oggi è: meglio Maradona, Pelé o... Messi? Il fantasista del Barcellona, vincitore di numerosi titoli fra campionati e coppe con i blaugrana, è ormai costantemente al centro dei dibattiti calcistici sui re del pallone. Leo oggi ha 27 anni e ha già vinto tutto da un pezzo: Liga, Champions League, Copa del Rey, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Mondiale per Club, Scarpa d'Oro, Pallone d'Oro. E siccome vincere tutto già quando hai poco più di vent'anni ti porta sopra a tutto e tutti, la sfida non può essere che provare a rivincere quello che hai già vinto, battere record di gol, di presenze, diventare capitano della Nazionale argentina e competere costantemente con quel furbacchione di Cristiano Ronaldo, che non perde occasione per pizzicarsi col fuoriclasse argentino. Ecco, una cosa manca però a Leo: vincere con la Nazionale. In carriera, come detto, ha già vinto tutto, anche più di Maradona, eroe nazionale ancora venerato come una divinità. Il problema è che per consacrarsi definitivamente come una divinità al pari del Pibe, Leo deve portare la sua Nazionale sul tetto del Mondo. Solo questo gli permetterà di poter superare Maradona. La finale con la Germania era l'occasione di una vita, ma è andata male. Leo non ha brillato, o meglio, essendo ormai tutti abituati alle sue giocate e ai suoi dribbling, ciò che per un giocatore normale sarebbe straordinario, per lui ormai è ordinaria amministrazione: tutti si aspettano sempre di più. Ed ecco che una prestazione normale della Pulce diventa invece una prestazione pessima: ci sta, è il gioco del calcio e dei media che hanno bisogno di parlare dei grandi campioni. Ma allo stesso tempo non ci sta per niente: attaccare Messi, mettendo persino in dubbio il suo talento, è qualcosa di insensato. Sono attacchi gratuiti, che non rendono giustizia ad un giocatore che ha incantato il mondo dimostrando sul campo il suo valore. La Fifa ha consegnato a Messi il Pallone d'Oro del Mondiale, sollevando numerose critiche, dato la prestazione pessima (o normale, a seconda dei punti di vista) di Leo in finale. Sono critiche giuste e legittime, dato che il premio sarebbe potuto benissimo andare ad esempio a James Rodriguez, capocannoniere della competizione con sei gol, davanti a Mueller (5) e allo stesso Messi (4). Questo conferma forse come nel calcio, e soprattutto nella Fifa guidata ormai da troppo tempo da Blatter, ci siano dinamiche e pressioni politiche che devono soddisfare gli interessi particolari di qualcuno. In tal senso è curioso come la stessa Fifa abbia escluso l'argentino dalla top 11 dei Mondiali: ma scusate, non era stato il miglior giocatore ai Mondiali? Detto questo è giusto spezzare una lancia in favore di Messi: viene accusato di non essere stato decisivo in questo Mondiale e di non aver portato l'Argentina a vincere un titolo che manca dagli anni Settanta. Come se fosse solo colpa sua. Nessuno dice che è stata tutta l'Argentina a non brillare e non solo Messi: Higuain ha fatto un solo gol, anche se bello e decisivo contro il Belgio ai quarti, Palacio zero, così come Aguero e Lavezzi. Nessuno dice che Sabella ha lasciato a casa uno come Tevez, così come nessuno dice che se l'Argentina è arrivata dove è arrivata, lo deve proprio a Messi e a nessun altro: un gol alla Bosnia, due alle Nigeria e uno all'Iran, tutti decisivi, belli e fondamentali per la vittoria, senza contare che il gol allo scadere dei supplementari di Di Maria contro la Svizzera agli ottavi, nasce da una serpentina di Leo, che serve al compagno un assist al bacio. La colpa di Leo è stata quella di fermarsi lì, una volta arrivate le partite più importanti, e questo certamente non gli fa meritare fino in fondo il premio di miglior giocatore del torneo. Ma questo non gli può certo togliere il suo talento e il suo essere un campione in un calcio fatto più da modelli e calciatori-immagine che da uomini di sport.  

Immagine presa da www.lastampa.it 

mercoledì 16 luglio 2014

UN MONDIALE STRANO


Germania vs Argentina: 0 a 0. Come per gli altri turni eliminatori durante i Mondiali in Brasile anche la finale del torneo si decide ai supplementari. Il pareggio sembra essere l'esito della sfida, ma Goetze al 113' trafigge Romero regalando la Coppa del Mondo alla Germania, con tanto di esultanza della cancelliera Merkel in tribuna (e poi negli spogliatoi). Una Germania forte e straripante a tratti (chiedere al povero Brasile, spazzato via con un 7 a 1 eclatante), la quale ha dimostrato di essere superiore alle altre “grandi” del calcio. Una Germania che ci raggiunge a quota 4 Mondiali nell'albo d'oro, uno in meno del Brasile, il quale esce da questa competizione psicologicamente distrutto. Un Mondiale che doveva essere vinto dalla squadra di Scolari, dopo le innumerevoli proteste per le spese sostenute dal governo nell'organizzazione della competizione (proteste già cominciate l'anno scorso durante la Confederations Cup), sfociate in scioperi dei mezzi pubblici, tafferugli e boicottaggi: la vittoria non era solo una questione sportiva e di prestigio, ma anche e soprattutto una questione politica, sociale e purtroppo, di ordine pubblico (non a caso dopo la sconfitta in semifinale non sono mancati gli scontri). Un esito che purtroppo era prevedibile, data la qualità scarsa della rosa del Brasile, la quale, paradossalmente, spiccava di più nel reparto difensivo che in quello offensivo, grazie ai vari Julio Cesar, Thiago Silva, David Luiz, Marcelo, Maicon e Dani Alves. Eppure è bastata la squalifica di Thiago Silva per far crollare il reparto difensivo contro la Germania. Un Brasile scarso, il quale non è riuscito ancora a sostituire degnamente la generazione di grandi campioni che gli hanno permesso di vincere i Mondiali del 2002 in Corea e Giappone: Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Emerson, Roberto Carlos, Cafù, giusto per citarne alcuni, oggi sostituiti da Bernard, Fred, Jo e Hulk. Un Brasile aggrappato a Neymar, giocatore di grande talento ma forse considerato un fenomeno troppo presto, quasi fosse un dio, tanto da attaccare mediaticamente il colombiano Zuniga, colpevole, secondo i brasiliani, di aver deliberatamente abbattuto il giocatore del Barcellona: in realtà un semplice fallo, non cattivo, è stato ingigantito più del dovuto, quando a parti inverse, niente di tutto ciò sarebbe accaduto. È stato un Mondiale strano, che probabilmente non ha entusiasmato molto: è forse il segno che il calcio sta diventando sempre meno uno sport e sempre più una questione di soldi, marketing e pubblicità; insomma, sempre meno gioco e sempre più apparenza e fronzoli. Abbiamo visto per la prima volta lo spry col quale l'arbitro segnava la posizione del punto di battuta delle punizioni e il limite delle barriere, snaturando forse quello che è il bello del calcio: astuzia, strategia e un po' di malizia. Abbiamo visto per la prima volta la moviola in campo, in occasione del secondo gol della Francia contro l'Honduras, dove le immagini hanno confermato che la palla aveva oltrepassato la linea, con tanto di proiezione sui maxischermi dello stadio: in questo caso un fatto positivo, dopo la clamorosa svista in occasione della sfida Inghilterra vs Germania ai Mondiali del 2010, quando la terna arbitrale si perse clamorosamente un evidente gol di Lampard. É stato un Mondiale strano e sorprendente, con le clamorose e inaspettate qualificazioni agli ottavi di Costa Rica e Grecia, con le entusiasmanti prestazioni di Messico, Colombia e Cile, ma soprattutto con le deludenti eliminazioni di Italia, Spagna e Inghilterra. Ovviamente non si può non ricordare che uno degli eventi più sorprendenti è stato sicuramente il morso di Suarez a Chiellini, il quale gli è costato una bella squalifica data la sua recidività (ah, sorge spontaneo chiedersi: perché nessuna moviola in campo in questo caso?). Ma è stato anche un Mondiale con delle note positive, come il record di gol totali nella competizione del tedesco Klose (16, contro i 15 del Fenomeno Ronaldo), l'esplosione del talentuoso James Rodriguez, fantasista colombiano del Monaco, e la sorpresa Belgio, Nazionale piena di giovani talenti. Insomma, è stato un Mondiale nel quale è successo di tutto e di più, ma nel quale pochi si sono divertiti per davvero, a parte i tedeschi che oltre a dettar legge economicamente e politicamente, ora la dettano pure calcisticamente, grazie ad un campionato nazionale fatto di squadre sane nei conti, con stadi di proprietà sempre pieni e impianti all'avanguardia. La Germania, a differenza dell'Italia, è l'esempio di un Paese che ha saputo investire nel calcio. E intanto la Merkel balla, canta ed esulta coi giocatori, mentre il resto del mondo torna a casa a testa bassa.  


mercoledì 25 giugno 2014

Una eliminazione meritata

Sudafrica 2010 e Brasile 2014: Italia eliminata dalla competizione alla fase a gironi. Due eliminazioni clamorose: non accadeva dagli anni Sessanta di venire eliminati per due volte di fila al primo turno. Nel '62 la spedizione in Cile non riuscì a superare il girone che prevedeva come avversari i padroni di casa, la Svizzera e la Germania Ovest, mentre nel '66 fummo eliminati nel raggruppamento che prevedeva Corea del Nord, URSS e ancora una volta Cile. In quest'ultima occasione le modalità della disfatta rispecchiano la recente eliminazione subita ad opera dell'Uruguay di Tabarez: esordimmo battendo i cileni, per poi perdere con sovietici e nordcoreani. Il Mondiale inglese del '66 è quindi in qualche modo lo specchio del brutto Mondiale in Brasile, dove la vittoria contro l'Inghilterra nella prima partita ha illuso squadra e allenatore, incapaci di vincere contro il Costa Rica e almeno di pareggiare contro l'Uruguay. Una eliminazione che si somma alla brutta figura fatta in Sudafrica, quando il rientrato ct Campione del Mondo, Marcello Lippi, non riuscì a portare i suoi agli ottavi di finale. In quell'occasione l'ex allenatore di Juventus e Inter si dimise: dimissioni che sono state presentate anche dal ct Prandelli, il quale le ha definite "irrevocabili". Anche Abete, presidente della FIGC, ha presentato dimissioni "irrevocabili", in una conferenza stampa congiunta con l'ormai ex ct della Nazionale. Dimissioni dovute e inevitabili, in tutti e due i casi, e che sono espressione del "fallimento del progetto tecnico", come lo ha definito Prandelli. Un fallimento che rispecchia più in generale quello del calcio italiano, che va dalla decadenza degli stadi e degli impianti sportivi alla scarsa etica sportiva (vedi Calciopoli e scandalo scommesse), senza dimenticare l'elevato numero di giocatori stranieri nel nostro campionato a discapito dei giovani giocatori italiani che diventano la fortuna e il patrimonio delle squadre straniere. Un calcio in crisi che si traduce in società indebitate e quindi non sane e solide economicamente, ma soprattutto incapaci di competere a livello europeo e internazionale, come dimostra il crollo nel ranking Fifa e la progressiva perdita di posti nelle competizioni europee. Come sempre è facile dare la colpa all'allenatore e chiedere la sua testa: ammettiamo però che in questo caso non può che essere così. Prandelli ha raccolto le ceneri di una Nazionale ormai distrutta, dopo la disfatta dei Mondiali in Sudafrica, con l'obiettivo di riscattarla e riuscendo pian piano a ricostruirla dandole un'identità e delle regole: agli Europei del 2012 l'Italia è arrivata in finale, battendo squadre del calibro dell'Inghilterra e della Germania, dimostrando perlomeno una solidità difensiva e organizzativa; alla Confederations Cup del 2013 è arrivata terza, battendo ai rigori proprio l'Uruguay. Due risultati positivi, anche se erano evidenti alcuni limiti e alcune imperfezioni sui quali però era giusto lavorare nel tempo. Cosa che però non ha portato dei risultati ma una clamorosa disfatta. Il fallimento di Prandelli è quantomeno sorprendente e inspiegabile: la sua dedizione al lavoro e la sua precisione, che tanto bene gli hanno fatto fare nelle squadre di club, erano le qualità giuste per un allenatore in grado di portare dei risultati alla Nazionale. Invece questo Mondiale è nato male, fin dalle convocazioni: il ct non si è dimostrato chiaro nelle scelte, prolungando il mistero sui possibili convocati, ma soprattutto non è mai stato chiaro il modulo e gli uomini sui quali puntare. Sono stati convocati molti attaccanti esterni, come Cassano, Cerci e Insigne e due attaccanti centrali, Immobile e Balotelli. Con un attacco simile sarebbe stato logico giocare con una prima punta e due attaccanti esterni in grado di sfruttare le fasce e l'uno contro uno. Invece niente di tutto questo è stato fatto: il modulo usato da Prandelli, il 4-1-4-1, ha semplicemente imbottito la squadra di centrocampisti, finendo per lasciare solo Balotelli davanti. Altre scelte inspiegabili sono la scelta di Chiellini terzino e Marchisio esterno sinistro nelle prime due partite, ma a questo punto è inutile girare troppo il coltello nella piaga. Prandelli ha fatto delle scelte,  in buona fede e con un progetto tecnico preciso, che purtroppo non ha pagato. Ma ovviamente non è solo colpa dell'allenatore: probabilmente manca un profondo senso di responsabilità e di maturità in molti giocatori, in primis Balotelli, incapace, nonostante il suo talento e la fiducia in lui riposta, di prendersi sulle spalle le squadre in cui gioca. Manca una generazione di giocatori di spessore e non solo di talento, in grado di sostituire gradualmente la generazione dei Campioni del Mondo facendo fare un salto di qualità, come sta accadendo all'Olanda e alla Germania. Si potrebbero fare mille altre analisi tecniche sul calcio italiano, del quale questa Nazionale è l'emblema, ma dobbiamo ammettere una cosa: siamo noi italiani ad essere così, troppo spesso inconcludenti e bravi a parlare.  Una sola cosa è certa: questa è una eliminazione meritata. Evidentemente ci piace così, nel calcio come nella vita. 

mercoledì 18 giugno 2014

Esiste ancora la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione?

Gli ultimi giorni hanno visto la cronaca nera riempire le pagine dei giornali e gli spazi televisivi: prima il terribile triplice omicidio di Motta Visconti, dove il trentunenne Carlo Lissi ha ucciso la sua famiglia (moglie e due figli piccoli); poi l'annuncio (da anni atteso) dell'assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate trovata morta il 26 febbraio 2011 in un campo del bergamasco, individuato nella persona di Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore della zona. Due fatti che hanno sconvolto l'opinione pubblica italiana per la crudezza degli eventi: un uomo che stermina la famiglia perché la considera un <<ostacolo>> all'amore provato per una collega e un altro uomo che è accusato di aver seviziato e ucciso una adolescente dell'età dei propri figli. Quello che accomuna le due vicende, oltre alla follia omicida e alla violenza estrema, è il fatto che gli omicidi siano stati commessi da due padri di famiglia: su questo aspetto si potrebbe aprire un lungo dibattito sulla crisi della famiglia e del matrimonio nella nostra società, come un altro dibattito inerente sarebbe quello della follia che abita nell'uomo, capace di uccidere senza se e senza ma persone innocenti e indifese come i bambini, anche i propri. Ma non è questo il luogo adatto. Quello che lascia perplessi è la freddezza e il cinismo con il quale vengono trattate le due vicende dal sistema mediatico in maniera strumentale e inappropriata. Sulle homepage dei siti online dei quotidiani si sono moltiplicate in maniera smisurata le foto riguardanti la vita delle persone coinvolte: "poco male", penserete, per descrivere una vicenda è necessario dare il maggior numero di informazioni possibile. Vero, anche le fotografie sono un aspetto rilevante della cronaca giornalistica, informazioni in grado di descrivere più di interminabili articoli e riflessioni piene di congetture. Quello che non va bene è la strumentalizzazione di queste immagini, giocare cioè sull'emotività del lettore scatenando odio e risentimento verso i protagonisti "negativi" della vicenda, come se non bastassero già i fatti per condannarli. Mettere a ripetizione la foto del matrimonio fra l'assassino Lissi e la moglie è un modo un po' crudo di giocare sulla tragica fine della loro relazione, andando un po' oltre la legittima narrazione oggettiva dei fatti. Come strumentale è la serie di gallerie fotografiche dedicate a Bossetti, presunto assassino di Yara: foto prese dal suo profilo Facebook nelle quali viene ritratto in diversi aspetti quotidiani della sua vita privata, con l'obiettivo di tracciare un profilo psicologico dell'assassino, come se non ci fossero già degli esperti che queste cose le fanno di professione. Tema che è ben spiegato e approfondito in un articolo comparso nella giornata di ieri su Wired. La vicenda di Brembate rispetto a quella di Motta Visconti si differenzia però in un aspetto fondamentale: nel primo caso Bossetti è, per ora, solo accusato di essere l'assassino (anche se il Dna e le prove a suo carico lasciano poche altre possibilità), mentre nel secondo caso l'assassino ha confessato. "Fermato il presunto assassino di Yara", hanno titolato alcune testate giornalistiche. "Presunto", appunto. Autorità, istituzioni e media però ne hanno da subito parlato come fosse certo, creando una sostanziale confusione sulle posizioni formali ed ufficiali di chi di dovere: Alfano, Ministro dell'Interno, non ha esitato ad annunciare, anche via Twitter, l'esito delle lunghe indagini e il nome del (presunto) assassino, definendolo sostanzialmente come sicuro, salvo creare successivamente imbarazzo in Procura, dove si aspettavano maggior riserbo sulla vicenda, "anche a tutela dell'indagato", che ricordiamo essere ancora solo accusato e non condannato. Alfano ha cercato poi di rimediare alla gaffe con un tweet nel quale ricorda la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione, ma ormai inevitabilmente la frittata era fatta: la smania di fare una bella figura ha portato a farne una cattiva. Ormai purtroppo si sa, ciò che fa notizia sembra non rispondere più alle regole del buon senso e della giusta cronaca: lo scoop viene prima di tutto, poco importa se uno è accusato di un crimine o ne è invece ritenuto responsabile tramite un regolare processo e una condanna. Ciò che importa è che bisogna soddisfare la necessità di trovare un colpevole, scatenando una gogna mediatica che rischia però di trasformare in negativo la realtà, eliminando la differenza fra accusa e condanna. A scanso di equivoci è giusto sottolineare come l'accusa a Bossetti sia fortemente fondata, dopo lunghe e approfondite indagini rafforzate dai risultati del Dna, che si avvicinano alla quasi totale certezza. Il problema è il principio sbagliato: oggi è capitato ad un uomo quasi sicuramente responsabile, domani potrà capitare ad un semplice sospettato, magari poi innocente, la cui reputazione sarà comunque infangata e cancellata. 

lunedì 16 giugno 2014

Azzurri, attenti ai facili entusiasmi!

Pronti, via. Dopo le tante critiche ricevute dalla Nazionale di Prandelli per i due scarsi risultati nelle amichevoli pre-Mondiale (0 a 0 con l'Eire e 1 a 1 con il Lussemburgo), gli azzurri battezzano la competizione brasiliana con una bella vittoria per due reti ad una contro l'Inghilterra dell'ex tecnico interista Roy Hogdson. Una vittoria che dà fiducia ai nostri ragazzi e mette in discesa la strada verso la qualificazione agli ottavi, data la sconfitta inattesa dell'Uruguay contro il sorprendente Costa Rica. Proprio il Costa Rica sarà il nostro prossimo avversario e una vittoria contro la Nazionale dell'America Centrale ci permetterebbe la matematica qualificazione e buone probabilità di arrivare primi nel girone. Vittoria che forse in molti danno già per scontata, data la bella prestazione contro gli inglesi, dimenticando che i costaricani hanno battuto nettamente per 3 a 1 l'Uruguay di Cavani e dell'infortunato Suarez, arrivato quarto agli ultimi Mondiali in Sudafrica nel 2010 e vincitore della Coppa America nel 2011. Facile pensare che sia stato un caso, una delle tante sorprese che il calcio regala a chi lo segue. Ma attenzione: anche noi, italiani esperti di calcio, siamo abituati alle sorprese, in positivo come in negativo. È vero che abbiamo vinto i Mondiali del 2006 contro ogni aspettativa, dopo lo scandalo Calciopoli, ma è anche vero che siamo riusciti a confezionare una magra figura agli ultimi Mondiali in Sudafrica, nei quali non abbiamo ottenuto nemmeno una vittoria nel girone contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Due pareggi e una sconfitta che ci hanno rispediti in madre patria con tanto di sbeffeggio internazionale: un girone che dovevamo stravincere nel quale non siamo riusciti nemmeno ad arrivare secondi. Adesso il pericolo è proprio questo: rilassarsi dando per scontata la qualificazione dopo aver ottenuto i primi tre punti contro la squadra più ostica del girone. La stampa italiana celebra la prestazione tattica e cinica dei nostri, il gol di Balotelli e la bella prestazione di Candreva, la geometria di Pirlo e l'intesa con Verratti: tutto vero, tutto giusto. Ma è giusto anche guardare agli errori commessi e tenere alta l'attenzione: dopo il vantaggio ci siamo subito rilassati e fatti raggiungere dopo due minuti (colossale dormita di difesa e centrocampo nell'azione del pari inglese), ma soprattutto, diciamocelo, abbiamo vinto con intelligenza una partita difficile che poteva finire in qualsiasi modo. Non abbiamo dominato, non abbiamo schiacciato gli inglesi nella loro metà campo sommergendoli di tiri in porta. Insomma, non abbiamo vinto 5 a 1 contro la Spagna campione del Mondo e due volte campione d'Europa. Non è mai stato nelle nostre corde giocare in questo modo aggressivo, è vero. Tattica, attenzione, catenaccio e contropiede sono le nostre armi migliori (vedi Mondiali 2006). Ma proprio per questo bisogna essere prudenti e realisti: se la partita fosse finita in pareggio non ci sarebbe stato nulla da dire. Va bene l'entusiasmo di stampa e tifosi per la vittoria, necessario forse anche per scaricare un po' la tensione delle aspettative, ma teniamo i piedi per terra. Ricordiamoci che ogni volta che la Nazionale italiana è stata osannata e data per favorita, ha deluso le aspettative. A fari spenti invece, possiamo andare molto lontano.

#ForzaAzzurri!