I promotori di 'Plebisicito.eu' hanno fornito i dati del referendum, partito domenica 16 marzo e conclusosi il 21 marzo. I voti conteggiati sono stati 2.360.235, pari al 73,2% degli aventi diritto al voto in Veneto; i sì all'indipendenza due milioni 102.969, pari all'89% dei votanti, i no 257.276 (10,9%). I voti ritenuti 'non validi', 6.615 (0,29%). (Fonte: RaiNews). Ebbene sì: i cittadini veneti hanno votato e proclamato la loro indipendenza da Roma e quindi dallo Stato italiano. Il referendum non ha valore istituzionale, ovvio; la Costituzione nell'articolo 5 specifica come la Repubblica italiana sia "una e indivisibile", ma le speranze di secessione della regione del nord-est rimangono vive, come sottolineato anche dal governatore leghista Zaia. Quali siano i reali obiettivi di chi sostiene tale indipendenza del Veneto non sono ancora chiari, come non lo sono le reali prospettive e conseguenze che una eventuale secessione comporterebbe, in primis al Veneto stesso. Le domande che sorgono spontanee sono: sarebbe il Veneto in grado di realizzare realmente una Repubblica federale indipendente, staccata completamente da Roma e quindi con una propria sovranità? Ma soprattutto, sarebbe in grado di autogestirsi politicamente ed economicamente? In un periodo di forte crisi economica, ma diciamocelo, anche di forte crisi morale ed identitaria, tale rivoluzione sembra essere un tentativo di alzare la voce e cavalcare la frustrazione e il disagio di molti cittadini, senza pensare concretamente ai reali sviluppi successivi. Il rischio, come sempre, è la deriva plebiscitaria e populista, come dimostrano i risultati e le percentuali del referendum. Le modalità di promozione e sostegno dell'obiettivo 'secessione/indipendenza' ricalcano un pò il modus operandi del Movimento 5 Stelle, sfruttando notevolmente la Rete per rendere informati e attivi i cittadini sugli obiettivi e sulle ragioni dell'indipendenza: tutto presente nel sito ufficiale, con tanto di contatti, editoriali, foto gallery ecc. Ma lo strumento caratteristico di tale movimento indipendentista è il voto online, in pieno stile M5S. Il web sale alla ribalta, diventando il canale preferenziale per esprimere le propri opinioni e le proprie volontà politiche. Come dimostrato da Gazebo, programma in onda su Rai3, con le votazioni sul blog di Grillo, tale modalità non è sicurissima, dato che al voto poteva accedere chiunque tramite la creazione di un account fittizio. Quanta credibilità può quindi avere un risultato del genere? Tale volontà indipendentista popolare è reale? Dalle interviste e dalle piazze non sembrerebbero chiacchiere da bar: resta da vedere se sarà un fuoco di paglia, una tendenza del momento o meno. Intanto un altro referendum (legittimo? Per l'UE no) ha portato l'annessione della Crimea alla Russia, con effetti e dinamiche politiche internazionali ancora tutte da scoprire.
"È difficile accettare una critica, soprattutto quando viene da un parente, un amico, un conoscente o un estraneo" (Franklin P. Jones)
mercoledì 26 marzo 2014
venerdì 17 gennaio 2014
L'IMPORTANZA DELLA VERIFICA DELLE NOTIZIE
"L'ha detto la televisione!", "L'ho sentito alla radio!", "C'è scritto sul giornale!", "Lo dice Internet!". Quante volte, discutendo con qualcuno su un determinato argomento, dalla politica allo sport piuttosto che del più e del meno, abbiamo sentito il nostro interlocutore pronunciare una di queste frasi? La televisione, i giornali, Internet e la radio sono diventati essi stessi degli interlocutori all'interno del dibattito pubblico: i mass media sono cioè diventati non solo i canali di trasmissione dei messaggi, ma dei veri e propri soggetti portatori di idee e opinioni. L'avvento di Internet ha portato ad una moltiplicazione delle informazioni e dei contenuti che ha a sua volta comportato una loro sempre maggiore fruizione da parte degli attori sociali, siano esse persone fisiche o meno. L'informazione di cui ci nutriamo ogni giorno è sempre maggiore, personale e diversificata: non ci basta mai. La cerchiamo e la condividiamo attraverso i nostri account e profili social, diventando un unicum digitale con essi: ciò che condividiamo rappresenta i nostri interessi, forma la nostra immagine ed esprime la nostra personalità. Il mezzo di informazione social non è più uno strumento a nostro servizio ma è parte di noi: è la nostra voce, attraverso la quale possiamo esprimere idee e opinioni, e gli altri media, quelli tradizionali, le nostre orecchie. Ciò che sentiamo in tv o leggiamo sui giornali o sui blog diventa informazione da immagazzinare e conservare. Purtroppo, però, spesso e volentieri diamo per scontato la veridicità di tali contenuti, fidandoci ingenuamente della bontà degli intenti dei mass media. Siamo sicuri che ciò che leggiamo o sentiamo da essi sia la verità e nient'altro che la verità? Noam Chomsky non sarebbe per niente d'accordo e ci ammonirebbe energicamente se ci sentisse affermare un pensiero simile. Ci metterebbe davanti agli occhi una copia del suo libro La Fabbrica del Consenso e ci farebbe leggere una ad una tutte e dieci le strategie manipolative dei media: dal parlare al pubblico come a dei bambini alla stimolazione della sua sfera emotiva passando per la sua distrazione in modo da renderlo mediocre e ignorante. L'obiettivo è quello di guadagnarsi la fiducia del pubblico per creare un rapporto diretto con esso e un indirizzamento delle opinioni. Per questo è fondamentale verificare una notizia da più fonti prima di accettarla come vera e credibile! Ma i mass media non sono infallibili: questo trucchetto della manipolazione può avere un effetto boomerang in grado di minare i media stessi. In un'era dell'informazione sempre più sottomessa alla logica dell'infotainment, lo scoop giornalistico è diventato linfa vitale per gli organi di informazione: dare per primi la notizia significa catturare l'attenzione del pubblico, alzare gli indici di ascolto e quindi ottenere profitti a scapito della concorrenza. Molto spesso però abbracciare la logica della gara a chi dà per primo la notizia comporta una minore accuratezza nella verifica delle notizia stessa: se la notizia è veritiera il gioco finisce bene, se però non si rivela tale allora la credibilità dei media viene messa in seria discussione. E se tale credibilità fosse minata da un singolo individuo? Può, un semplice cittadino, sia esso un utente del web o un semplice lettore di giornali, influenzare l'informazione del sistema mediatico? A quanto pare sì, come dimostra il caso seguente: basta tendere delle trappole ai media, ad esempio modificando le voci di un argomento su Wikipedia, e aspettare. Ingolositi dalla possibilità di dare per primi una notizia o riprendere una citazione, i media saranno inclini a darne per scontata la credibilità (Come ho fregato tg, politici e giornali con qualche riga su Wikipedia). Ma non è finita qui: il sistema mediatico rischia addirittura di perdere buona parte del suo potere informativo! Internet ha permesso anche al più semplice cittadino di cimentarsi nella professione giornalistica, dando notizie semplicemente condividendo dei post su Facebook o twittando un pensiero o un link su Twitter. Il citizen journalism sfida il giornalismo professionale e amplia l'universo dell'informazione, mettendo in discussione il monopolio informativo del sistema mediatico. Per venire a conoscenza di un evento non è più indispensabile comprare il giornale o aspettare i tg: basta accedere al web in qualsiasi momento e cercare, o semplicemente essere raggiunti dalla notizia. Questo principio vale ormai anche in politica: gli attori politici e sociali non hanno più bisogno necessariamente dei giornalisti per far conoscere all'opinione pubblica il proprio pensiero; possono farlo attraverso un tweet, un video o un post e raggiungere milioni di persone (vedi editoriale di Giovanni De Mauro, Internazionale, numero 1034, 17 gennaio 2014). Insomma, verificare la notizia vale per noi cittadini ma anche per i media stessi, per non cadere nell'errore di credere a tutto solo perché l'ha detto la tv o ... Wikipedia.
lunedì 23 settembre 2013
Gianni Riotta a Pordenonelegge.it: << Il web ci rende liberi? >>
Il web ci rende liberi? Questa è la domanda che si è posto Gianni Riotta, scrittore e giornalista, ospite della XIV edizione di Pordenonelegge.it , festa del libro con gli autori. Intervistato da Giovanni Marzini, Riotta ha parlato del suo ultimo libro, Il web ci rende liberi? Politica e vita quotidiana nel mondo digitale, che ha come oggetto d'analisi il rapporto fra web (social network, siti internet, blog ecc.) e la vita quotidiana di ognuno di noi. Che il web sia entrato (prepotentemente?) nella nostra vita, trasformandola radicalmente, è un fatto evidente e innegabile. Sempre di più vediamo individui di ogni età, soprattutto fra i giovani, con smartphone, tablet, pc e altre apparecchiature elettroniche in mano, pronti a navigare su internet condividendo foto e altri contenuti. Condivisioni, soprattutto attraverso i social network (Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn ecc.), che portano gli utenti a rinunciare ad una parte della loro privacy, rendendo la sfera pubblica sempre più ampia rispetto a quella privata. E' in atto una vera e propria rivoluzione digitale, sancita da un passaggio, quello dal XX al XXI secolo, che rappresenta la transizione massa-individuo. Questa è, secondo Riotta, la chiave di lettura del successo del web e della sua influenza nella vita di ognuno, in quanto si è passati da una comunicazione di massa ad una comunicazione personalizzata, dovuta alla continua differenziazione degli individui e dei loro interessi. La crisi del giornalismo della carta stampata, non è però dovuta al web, ma alla domanda dell'opinione pubblica al mondo dell'informazione. Se nel Novecento, il secolo delle masse, bastava un solo telegiornale o un solo articolo di giornale a soddisfare il bisogno di informazione della gente, nel secolo dell'individuo ciò non è più sufficiente: la differenziazione degli interessi necessita una pluralità di fonti di informazione in grado di soddisfarli (quasi) tutti. Da qui il successo del web, che grazie alla sua vastità, è in grado di fornire una molteplicità di contenuti, dando voce ai più svariati punti di vista. Non è un caso se televisioni, radio e giornali, abbiano tutte un sito internet e un account sui principali social network: si è creata una vera e propria fusione fra nuovi mezzi di informazione e media tradizionali. "Internet è diventato il nostro modo di interfacciare la realtà. Online è semplicemente il modo attraverso il quale noi, cittadini del XXI secolo, affrontiamo la realtà", sostiene Riotta. Insomma, che si abbia un account o no sui social network o una connessione a internet, siamo tutti online, perché ciò che ci riguarda della vita di ogni giorno viene comunque letto e interpretato anche e soprattutto con gli occhi della Rete. Modello del passaggio dalla comunicazione di massa a quella personalizzata è, per Riotta, la comunicazione di Papa Francesco. Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI rappresentano l'espressione di una comunicazione di massa, dove l'obiettivo era raggiungere una grande quantità di persone: Wojtyla parlava nel periodo della Guerra Fredda e del comunismo sovietico, Ratzinger parlava nel periodo del dibattito sul relativismo. Oggi invece vediamo la massima autorità della Chiesa telefonare alla gente comune, quella gente spesso dimenticata e alle prese coi problemi della vita i quali, in fin dei conti, fanno per primi parte della realtà. Bergoglio non parla alle categorie, ma ai singoli: per lui non ci sono gli omosessuali ma l'omosessuale, non le vedove ma la vedova, non i malati ma il malato. La sua è una comunicazione diretta all'individuo; è una comunicazione personalizzata, motivo del suo successo su Twitter, nonostante non sia lui a scrivere in prima persona.
In conclusione, il web ci rende liberi o no? Secondo l'autore sì, a patto che nella vita di tutti i giorni si torni a parlare fra persone, attraverso il confronto e il dibattito, altrimenti il web ci renderà schiavi dei poteri, dell'anonimato e del populismo, che non lasciano spazio alla critica ma creano una vera e propria macchina del consenso.
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| Gianni Riotta fotografa il pubblico di Pordenonelegge.it al teatro Verdi |
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lunedì 16 settembre 2013
Calcio e violenza
Sabato 14 settembre 2013, ore 19.45 circa: Orsato fischia la fine di un derby d'Italia attesissimo, che vede affrontarsi un'Inter chiusa e attenta, pronta a pungere al momento giusto, e una Juventus forte dei due anni di supremazia in Italia. Una partita che ha visto sfidarsi due squadre rivali da sempre, dai tempi di Moratti e Agnelli senior, agli attuali Moratti e Agnelli junior, e che ha visto l'apice della rivalità nella vicenda Calciopoli. Fin qui tutto ok, è storia del calcio e sarà in costante aggiornamento. Ma a fianco della rivalità sportiva vive una rivalità violenta, fatta di tifosi (se così li si può chiamare) che del risultato hanno poco interesse: che sia vittoria, sconfitta o pareggio, l'importante è comunque trovare il pretesto di insultarsi e fare a botte. Naturalmente ciò è avvenuto anche nell'ultimo duello sportivo fra nerazzurri e bianconeri. Al pareggio immediato della Juve con Vidal al 75' (due minuti prima Icardi siglava il suo primo gol in nerazzurro portando in vantaggio l'Inter) alcuni tifosi della Curva Nord (il tifo caldo dello stadio, per intenderci) hanno pensato bene di andare a zittire alcuni tifosi juventini esultanti, mischiati fra quelli interisti. Una vera e propria spedizione di catechizzazione del tifoso avversario, della serie: "Tu, a casa mia, non ti devi permettere di esultare e fare casino. Zitto e a cuccia". Premesso che per una partita di tale spessore e rivalità fra le due squadre andare a mischiarsi fra i tifosi avversari non è proprio una mossa intelligente, abbiamo assistito all'ennesimo episodio di stupidità e ignoranza. Naturalmente i cretini ci sono dappertutto nella vita di ogni giorno, al lavoro come allo stadio, e non bisogna fare di tutta un'erba un fascio: per fortuna, solitamente, i cretini sono in minoranza. Sarebbe ora però di dare un taglio a questo modo di vivere e pensare il calcio. Sulla strada di ritorno dallo stadio, ci siamo fermati in autogrill per mangiare, ognuno con la sua maglietta o sciarpa nerazzurra. Dopo una decina di minuti sono entrati alcuni tifosi juventini, anche loro di ritorno dalla partita e quindi anche loro riconoscibili dalle loro maglie e sciarpe. Uno di loro si avvicina e inizia ad urlare "Inter merda, Inter merda", per fortuna non supportato dai suoi compari. Ecco la differenza fra il tifoso intelligente che ha a cuore solo la sua squadra, e il tifoso idiota (per non usare termini più offensivi) che ha invece solo voglia di fare casino. Sarebbe bello poter tenere fuori dagli stadi questi individui, visto che alle partite assistono spesso e volentieri anche famiglie e quindi bambini, che andrebbero tenuti lontani da questi cattivi esempi. Sarebbe bello poter andare allo stadio e vedere la partita assieme, fra tifosi avversari, senza doversi preoccupare di tornare a casa sani e integri. Ma purtroppo è un bel sogno e (per ora) rimarrà tale. Non pensiamo però che questa cose accadano solo in Italia. E' vero che in Inghilterra ci sono leggi severe per chi fa casino allo stadio che portano tali individui a non poterci entrare a vita, ma è anche vero che tali tifoserie "vandale" si danno appuntamento fuori, in parchi o parcheggi, esclusivamente per fare a botte (il film Hooligans ne spiega bene le dinamiche).
E' un problema serio e grosso, di difficile soluzione: cambiare una mentalità sbagliata è difficile e ci vuole tempo. L'unica cosa da fare è sperare che tale mentalità non prevalga, facendo di tutto per mantenere il gioco del calcio uno sport leale, di educazione e di crescita per i più piccoli, attraverso buoni esempi in grado si smentire quelli cattivi.
mercoledì 28 agosto 2013
Martin Luther King: la forza di amare di un uomo
28 agosto 1963-28 agosto 2013. Sono passati cinquant'anni da quell'ormai storico giorno in cui un pastore protestante dalla pelle nera incitò, di fronte a duecentocinquantamila persone riunitesi per la Grande Marcia a Washington, all'uguaglianza fra gli uomini e alla libertà. "I have a dream", fu la sintesi di quel discorso e la celebre frase che ne divenne l'icona, la quale fece passare Martin Luther King come simbolo della non violenza nella lotta (pacifica) ai diritti civili. Un discorso eroico, diretto e carico di un sano sentimento di speranza in un futuro migliore, più equo e giusto, soprattutto nei confronti di una comunità, quella nera, disprezzata e discriminata dall'uomo-bestia. Già, l'uomo-bestia. Come chiamare una persona che disprezza e discrimina un suo simile? Può, tale persona, essere definita Uomo? No, assolutamente. Chi non è in grado di riconoscere sé stesso nel prossimo, emarginandolo per la sua diversità, sia essa il colore della pelle, la razza o il sesso, non merita di essere chiamato Uomo. Chi non è in grado di ragionare con la propria testa e il proprio cuore, lasciando spazio al pregiudizio discriminatorio, si fa guidare dall'istinto più disordinato, tipico delle bestie. Il sogno di M.L.King era infatti di rendere tutte le persone degli uomini veri, liberandoli dalla condizione di bestia e quindi, dal pregiudizio, uno dei mali più grandi della società. Pregiudizio che ancora serpeggia con il suo odio e il suo rancore, imprigionando l'uomo e la società alle catene del rancore e della lotta al potere e al denaro, fomentando invidie e gelosie. E' un male che non verrà mai sconfitto del tutto, ma che non deve a sua volta intaccare la speranza e la solidarietà fra gli uomini, in una società sempre più piegata dalla crisi economica e morale, dalla tristezza e dalla rassegnazione. Il sogno che ha tenuto vivo M.L.King nella sua lotta per i diritti civili dei neri, deve esserci da esempio oggi, così come deve esserci da esempio la sua determinazione nel perseguirlo. Questo sogno ha tenuto in vita King anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1968 a Memphis in un agguato. La forza di questo sogno ha permesso che a cinquant'anni di distanza le sue parole riecheggino forti nella nostra società e che la speranza di un mondo più fraterno non si trasformasse in un'utopia ma in una realtà. Quello che era il sogno di King è oggi la realtà dell'America, guidata da un Presidente nero, il quale stasera terrà un discorso nello stesso luogo che ospitò l'energia delle parole del reverendo protestante, il Lincoln Memorial di Washington. Ora, quello che dobbiamo chiederci, sinceramente e in piena coscienza, è: Have I a dream? Solo attraverso i sogni e il perseguimento della loro realizzazione possiamo tenerci in vita. Solo i sogni e la volontà di trasformarli in obiettivi concreti ci permetteranno di vivere in una società libera dal pregiudizio nei confronti di un Ministro dalla pelle nera, dall'ignoranza degli ululati razzisti negli stadi e dalla paura dello straniero. M.L.King era un uomo semplice, il cui obiettivo era la realizzazione di un sogno non solo suo, ma di tutta una comunità, le cui uniche armi di realizzazione erano il rispetto del prossimo e una grande forza di volontà. Era un uomo onesto, che alle ingiustizie della discriminazione non ha risposto con la vendetta, ma con la "forza di amare". Un solo uomo non può cambiare il mondo, ma può dare l'esempio su come farlo.
martedì 27 agosto 2013
Partito di lagnosi
Dopo la sentenza del primo di agosto, nella quale Berlusconi veniva condannato in via definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, molti avranno pensato, esultanti: "Beh, finalmente una condanna definitiva! Adesso si potrà finalmente incominciare a parlare dei problemi seri di questo Paese". Aspettativa, questa, fortemente delusa. Dal giorno stesso dell'emissione della sentenza, non si è fatto altro che parlare, su giornali, blog, telegiornali e social network, di Berlusconi e della condanna. Ma cosa ancora più grave, tale argomento è divenuto l'unico ed essenziale problema della classe politica italiana. Politici, giuristi, giornalisti, opinionisti ed esperti di chissà cosa, si stanno ancora scontrando sulla interpretazione della sentenza e delle leggi che la dovrebbero applicare. Il PdL, che più che Popolo della Libertà sembra essere diventato Popolo (e partito) di Lagnosi, non ha perso tempo a minacciare la caduta del Governo Letta attraverso i soliti ricatti: "O non si vota la decadenza di Berlusconi da Senatore, o il Governo cade". Sembra quasi di essere alle partite di calcio all'oratorio, dove il bambino scarso, che non viene scelto nella formazione delle squadre, prende in ostaggio il pallone non facendo giocare gli altri. Questa è, indubbiamente, una enorme mancanza di rispetto non solo per la Politica con la P maiuscola, ossia quell'arena di discussione e confronto su tematiche di interesse generale, ma anche e soprattutto nei confronti di un Paese chiamato Italia e dei suoi cittadini, i quali arrancano ad arrivare a fine mese, suicidandosi nei casi più disperati. E' una enorme mancanza di rispetto nei confronti di un Paese che vede i giovani disoccupati, senza una prospettiva seria per il futuro, mentre i fortunati che ce l'hanno fatta a studiare scappano all'estero, facendo la fortuna di Germania, Francia, Inghilterra e compagnia bella. Viene da pensare, ancora una volta, che questa classe politica abbia a cuore soltanto degli interessi particolari, ad personam. Nel resto delle democrazie dell'Europa e del mondo, chi ricopre un incarico pubblico (il che significa essere eletti per dare rappresentanza ad altri, non a sé stessi) ha il buon senso di dimettersi anche soltanto per essere sospettati di un reato. Perché? Perché per ricoprire un incarico pubblico e svolgerlo nel migliore dei modi, bisogna lasciare da parte le questioni personali al fine di perseguire al meglio l'interesse generale. E' inutile sottolineare come ciò non sia stato fatto negli ultimi vent'anni in Italia. Ma la cosa ancora più grave è usare i cittadini come strumento per i propri interessi. Non dimettersi in nome dei propri elettori e del loro bene è una grossa offesa alla legge, alla giustizia, alle istituzioni e alla democrazia, in quanto per ogni elettore ce ne è almeno un altro che ha votato per un altro partito e la pensa diversamente. Almeno per ora, fino a caso contrario, viviamo in una società pluralista nelle opinioni. Negli ultimi giorni Alfano ha dichiarato che "la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore è impensabile e Costituzionalmente inaccettabile". E in base a cosa lo sarebbe? Per caso Berlusconi è un cittadino diverso da Mario Rossi o Mario Bianchi? Fino a prova contraria viviamo in un Paese dove "La legge è uguale per tutti" e la grazia non è un atto dovuto a nessuno. E' allora per caso un Superuomo nicciano senza il quale l'Italia rischia di andare a rotoli? Gli ultimi vent'anni di false promesse e speranze illusorie hanno dimostrato il contrario. Per quale motivo, allora, tale decadenza sarebbe inaccettabile? (da leggere, a proposito, il fact checking di Pagella Politica).
Sarebbe ora che questo Paese diventi finalmente un Paese veramente libero, dai ricatti, e democratico, nell'informazione e nel decision making, dove la legge sia veramente uguale per tutti (leggere L'Amaca di Michele Serra su Repubblica del 25 agosto 2013).Gli interessi di un singolo, attorno al quale ruota un intero partito di sudditi e servitori pronti a negare la realtà e l'evidenza dei fatti (basti pensare alla diffusa convinzione che una certa Ruby fosse davvero la nipote di Mubarak), non possono essere anche gli interessi di un Paese intero.
Di questo passo arriverà il giorno in cui rimpiangeremo tutti gli anni persi a parlare del nulla, ipnotizzati da questa inspiegabile e paradossale pazzia (leggere L'Amaca di Michele Serra su Repubblica del 24 agosto 2013).
giovedì 11 luglio 2013
Bergoglio, vero uomo prima che Papa!
Jorge Mario Bergoglio, in arte Papa Francesco, ha rivoluzionato, con la sua elezione, la vita e il modo di viverla degli uomini, credenti e non credenti, ma soprattutto della Chiesa stessa. Dal momento in cui si è affacciato su piazza San Pietro a Roma, il 13 marzo 2013, dando inizio al suo Pontificato, qualcosa è cambiato. Nella fatica quotidiana di ogni uomo e e di ogni famiglia all'interno della nostra società, segnata da una profonda crisi morale, politica ed economica, è rientrata una compagna importante, troppo spesso trascurata e ignorata: la speranza. Quella speranza che tiene l'uomo in piedi di fronte alla difficoltà e che porta alla serenità che deve riempire ogni cristiano: "Non siate uomini e donne tristi. E per favore, non fatevi rubare la speranza!"
Bergoglio è prima di ogni cosa un portatore di speranza, attraverso la sua apertura verso il prossimo e la sua capacità di donarsi gratuitamente, essendo così egli stesso messaggio vivo e concreto del Vangelo. La sua arma è il sorriso, che avvicina la gente riducendo le distanze che hanno caratterizzato la Chiesa negli ultimi anni, dovute alla fatica del predecessore Benedetto XVI di portare avanti un Pontificato difficile, segnato e minacciato da chi, all'interno del Vaticano, ha interessi politici ed economici. Distanze che segnano inoltre il rapporto fra i cittadini e la politica, sempre più un gioco di potere e di èlite che sempre meno si occupa dei problemi della gente. Papa Francesco ha dato un segnale forte dal punto di vista umano ma anche dal punto di vista politico, come dimostra la sua fermezza nel voler sistemare le vicende legate allo Ior e l'invito ai consacrati di liberarsi dai beni terreni e materiali per vivere il vero messaggio del Vangelo: la ricerca di Dio nel più debole e nel povero. Non a caso la sua recente visita a Lampedusa è l'emblema di questa attenzione per i disagiati e i dimenticati, sempre più sommersi dall'indifferenza di un mondo distratto dalla ricchezza, dall'apparenza e dal consumismo, che sfociano nella globalizzazione dell'indifferenza.
L'inizio del suo Pontificato è stato una ventata di aria fresca, che ha, almeno per il momento, dato nuove energie alla Chiesa e ai fedeli, in un periodo difficile non solo economicamente, ma anche moralmente, dove la società, sempre più secolarizzata e sfiduciata, ha perso valori e punti di riferimento. Bergoglio, da bravo comunicatore, rappresenta il modello del vero cristiano, attento al prossimo e sereno anche nella sofferenza, portando Dio in ogni luogo e situazione, specialmente a chi è smarrito. Con la sua gioia e la sua semplicità dimostra che un'alternativa alla sofferenza e alla tristezza c'è, ed è la speranza in Dio. Con la sua gioia e il suo sorriso, Papa Francesco si dimostra un modello ed un esempio da seguire per tutti gli uomini, siano essi credenti o meno, che vogliono migliorare la società in cui vivono ed il mondo. Francesco (nome emblematico per tale modello) si dimostra, prima che un grande Pontefice, un vero uomo.
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