giovedì 24 marzo 2016

ATTENTATI BRUXELLES, UN PO' DI RASSEGNA STAMPA PER CAPIRNE DI PIÙ


Il messaggio di cordoglio di un piccolo rifugiato nel campo profughi di Idomeni,
al confine fra Grecia e Macedonia


Martedì 22 marzo 2016 sarà un'altra data che l'Europa sarà costretta a ricordare nella lotta al terrorismo e al fondamentalismo islamico. Dopo gli attentati dello scorso 13 novembre a Parigi, che già si aggiungevano all'attentato a Charlie Hebdo e ai numerosi attentati in giro per il mondo, la paura e la violenza tornano ad essere d'attualità.

Per capirne qualcosa di più propongo alcuni articoli in una sorta di piccola rassegna stampa dedicata ai fatti di Bruxelles, cercando di toccare quelli che sono i punti chiave dell'ormai dibattuto tema terrorismo islamico.

- GAZEBO. EDIZIONE STRAORDINARIA DOPO GLI ATTENTATI DI BRUXELLES: IL RACCONTO DELLA GIORNATA ATTRAVERSO INTERNET E I SOCIAL NETWORK. 


- INTERNAZIONALE. PERCHÈ IL BELGIO È IL FOCOLAIO DEL JIHADISMO EUROPEO.

- LA REPUBBLICA. ATTACCO A BRUXELLES, VIAGGIO NELLA CITTÀ TRA CORAGGIO E RASSEGNAZIONE. 

- THE BOTTOM UP. BASTA BUFALE, DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI ISIS E DI TERRORISMO ISLAMICO? 


mercoledì 13 gennaio 2016

PORDENONE, CITTÀ DELL'ACCOGLIENZA. INTERVISTA AL PREFETTO LAGANÀ

È di stretta attualità l'intenzione del Presidente del Consiglio Matteo Renzi di eliminare il reato di clandestinità - approvato dal Governo Berlusconi nel 2009 - da lui definito "inutile" (qui l'intervista rilasciata al TG1). E relativamente alla questione "immigrazione" negli ultimi mesi si è discusso molto sulle misure da adottare per l'accoglienza delle migliaia di profughi che scappano dal Medio Oriente e dall'Africa, sia a livello locale e nazionale che a livello europeo. In realtà senza prendere chissà quali misure lasciandosi invece trasportare dall'emotività diretta faziosamente da chi i migranti li aiuterebbe a casa loro (chiedere a Matteo Salvini o all'Ungheria) o da chi al contrario è mosso da compassione e solidarietà. E di certo le vicende di Parigi dello scorso novembre non hanno aiutato molto nel prendere decisioni. 

Detto questo ritengo utile proporre qui di seguito l'intervista che il Prefetto di Pordenone, Maria Rosaria Laganà, mi ha gentilmente concesso per il numero di Eventi di dicembre, nel quale si è cercato di raccontare in cosa consiste l'immigrazione, come funziona l'accoglienza, da cosa scappano questi profughi ma soprattutto portare la testimonianza delle loro storie. Un'intervista nella quale si prova a capire e spiegare come le autorità e le istituzioni si muovono di fronte a tale emergenza. 

Il tema dell'immigrazione e dei profughi si intreccia inevitabilmente con quello della sicurezza e del terrorismo, soprattutto dopo i recenti attentati di Parigi, che hanno comportato un aumento dell'allerta in tutta Europa: quali sono le misure adottate nel nostro territorio?


Innanzitutto c'è ovviamente da dire che c'è stata un'allerta di carattere generale da parte del Ministero invitando i prefetti a definire la vigilanza per quanto riguarda gli obiettivi sensibili: il giorno successivo agli attentati di Parigi (avvenuti il 13 novembre, ndr) si è tenuta infatti una riunione del comitato per valutare la situazione. Ovviamente nel nostro territorio l'obiettivo sensibile è la base militare di Aviano, già di per sé un obiettivo a rischio. C'è poi il centro islamico, un centro moderato ma attentamente seguito, e in generale sono state alzate le misure di vigilanza su tutto il territorio. C'è inevitabilmente da parte delle forze dell'ordine e delle Prefetture una particolare attenzione a quello che è l'evolversi della situazione perché lo scenario è talmente mutevole e complesso – dato anche il Giubileo a Roma – da meritare la giusta attenzione. La realtà di Pordenone è diversa da quella di località a maggior rischio, come Roma appunto e Milano, con il Duomo e la Scala come obiettivi sensibili. Per fortuna non si notano nella nostra città fenomeni di insofferenza e sospetto nei confronti di queste presenze straniere e questo è importante per ciò che riguarda l'accoglienza e l'integrazione. E in questo senso ci teniamo a prevenire frizioni e problematiche al fine di armonizzare il più possibile la presenza degli stranieri con la giusta e necessaria attenzione alle esigenze delle collettività locali che li ospitano.  

Per quanto riguarda le ondate di profughi possiamo dire che sia un fenomeno per il quale è impossibile fare stime e previsioni precise. Qual è la situazione attuale di Pordenone, ad esempio in riferimento ai richiedenti asilo?

Leggendo i giornali sembra che sia un disastro ma in realtà non è così. In questo momento (19 novembre, ndr) Pordenone sta ospitando 530 richiedenti asilo, ossia quei soggetti per i quali è stata avviata una procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato e che sono in attesa di essere convocati dalla Commissione di Gorizia, ovvero essendo stata rigettata la prima istanza sono in attesa del pronunciamento da parte del Tribunale di Trieste. Per queste persone abbiamo deciso di seguire il principio dell'accoglienza diffusa: vengono distribuiti, per quanto possibile, sul territorio in piccoli gruppi e possiamo dire di esserci riusciti al 90%. La struttura più numerosa è l'hotel Antares di Piancavallo, la cui capienza permetterebbe di ospitare anche 200 persone ma volendo noi garantire una presenza il più possibile distribuita ci siamo fermati alla soglia di 70. Gli ultimi arrivi dalla rotta balcanica ci hanno fatto aumentare la presenza a 100 persone in attesa di distribuirli sul territorio.

Quali sono le misure attualmente previste per l'accoglienza?

Il Friuli e Pordenone nell'ultimo periodo hanno come priorità quella di accogliere i migranti provenienti dalla rotta balcanica - principalmente afghani, pakistani e iracheni – mentre prima c'era anche l'emergenza Mare Nostrum. A livello nazionale è stata decisa una ripartizione dei profughi in base a delle quote regionali e al Friuli spetta il 2,19% del totale, quota che naturalmente subisce l'effetto dei continui nuovi arrivi. E la nostra regione, data la sua posizione geografica, ha stabilmente un numero di arrivi tale da dover chiedere la redistribuzione in altre regioni: questo è avvenuto anche la settimana scorsa (metà novembre, ndr) quando circa 200 richiedenti asilo sono stati spostati in altre località, 10 dei quali da Pordenone verso Terni. In generale quindi tutte le province stanno affrontando questa situazione di emergenza coordinata dal Ministero dell'Interno. Secondo le stime di questa estate dovremmo raggiungere una quota di 650 richiedenti asilo: all'inizio dell'estate eravamo a 220 mentre ora siamo già a 530.

Quali sono le strutture a disposizione? Sono sufficienti per la prima accoglienza?

Non è una ricerca facile quella delle strutture – nonostante il principio dell'accoglienza diffusa che di fatto garantisce una collaborazione fra lo Stato e le amministrazioni locali - perché i Comuni quasi mai riescono a proporre delle soluzioni tramite strutture proprie. L'ideale sarebbe una situazione nella quale le Prefetture si interfacciano con i Comuni che gestiscono l'accoglienza con le proprie strutture ovviamente con i costi a carico dello Stato. Ciò è difficile da realizzare e quindi la ricerca avviene tramite strutture private, che possono essere gli appartamenti, gli alberghi e i B&B non più utilizzati come tali. Ovviamente veniamo ad interagire anche con delle cooperative – abbiamo fatto un bando proprio quest'estate – per gestire quest'accoglienza integrata, come prevede la normativa, che parla non solo di vitto e alloggio ma anche di accompagnamento legale, assistenza sanitaria e apprendimento della lingua. In generale, dati anche purtroppo i tempi lunghi per concludere l'iter, si cerca di garantire un inserimento – anche attraverso la mediazione linguistica – nella comunità che accoglie queste persone, quasi tutte con un'età inferiore ai 30 anni. Le strutture a disposizione sono circa 25, distribuite su tutto il territorio provinciale - da Pordenone a Maniago, fino a Sacile, Aviano, Fanna, Cavasso, Tramonti di Sopra e Pravisdomini – e in aumento di giorno in giorno. Sicuramente stiamo lavorando per creare una serie di soluzioni che evitino situazioni di emergenza come quella che si era creata al parco San Valentino e che devo dire è stata risolta adeguatamente grazie anche all'intervento del Comune e del Sindaco Pedrotti, con i quali c'è un'ottima collaborazione: l'aver sistemato in questo periodo 530 profughi lo testimonia.

Per quanto riguarda Pordenone si è parlato ultimamente di un tramonto del capannone in Comina e invece della sede dell'Acli di Cordenons come di una possibile opzione per l'accoglienza.

Fino a poco tempo fa i profughi arrivavano a Gorizia e a Trieste e ci venivano mandati per alleggerire e distribuire meglio l'accoglienza. Aumentando il flusso ne risente anche Pordenone e la tendopoli del San Valentino ne è il risultato: se arrivano due profughi si può trovare una sistemazione, se ne arrivano dieci in una volta la cosa è più difficile. Per questo motivo si sta cercando una struttura in grado di aumentare nell'immediatezza la capacità di accoglienza e sistemazione di queste persone. Erano stati individuati quindi due capannoni: quello della Comina e appunto la struttura di Cordenons. Quello della Comina purtroppo presenta delle problematiche dovute sia alla sua collocazione – si trova all'interno di un complesso industriale e quindi in contiguità con altri spazi – sia per questioni di sicurezza, ma non è un'ipotesi abbandonata definitivamente. Per quanto riguarda la struttura di Cordenons c'è invece una valutazione che definirei a buon punto. La collaborazione con le cooperative ci ha portato a vagliare anche altre possibilità sul territorio della provincia: ovviamente c'è bisogno di tempo perché bisogna anche individuare chi poi deve gestire l'accoglienza in queste strutture.

Per quanto riguarda invece l'hub alla Caserma Monti?

Anche in questo caso c'è un iter in corso, tra l'altro non facile perché dovendo intervenire su un manufatto vecchio è forse più complicato che non rifarlo nuovo, ma questa è la situazione. In questi giorni (19 novembre, ndr) si stanno completando gli atti per poi indire il bando di gara da parte della Protezione Civile per l'affidamento dei lavori. Ci sono questioni da risolvere relative essenzialmente alla struttura in sé, come le condotte idriche e fognarie, ma siamo in dirittura d'arrivo: per dicembre si dovrebbe conoscere la ditta alla quale saranno affidati i lavori che dovrebbero durare almeno tre mesi e quindi l'inverno dovremo affrontarlo purtroppo senza la Monti.

Quali sono i rapporti di collaborazione con le associazioni di immigrati che si occupano di immigrazione?

Ci sono numerose comunità con le quali la Prefettura si interfaccia quotidianamente sia per quanto riguarda gli aspetti legati alla cittadinanza sia per quanto riguarda le procedure di inserimento lavorativo. Ci sono poi una serie di associazioni di tipo solidaristico – sia di cittadini stranieri che di cittadini italiani – che si occupano di ciò che riguarda il supporto ai migranti e devo dire che ormai si è creata una sorta di sinergia fra questi soggetti e la Prefettura, sia con l'Ufficio cittadinanza sia con l'Ufficio stranieri. I rapporti con queste associazioni sono quindi positivi, se pensiamo poi soprattutto alle ultime ondate di richiedenti asilo.

A proposito di integrazione: passando nello specifico al nostro territorio, quali sono le comunità straniere più numerose?

Le comunità straniere non comunitarie sono nell'ordine quella albanese con quasi 5000 componenti, poi quella ghanese con 2300, quella indiana con 1394, quella ucraina con 1271, quella moldava con 817, quella del Bangladesh con 717 e infine quelle macedoni e cinesi che sono le più piccole. Per quanto riguarda invece i comunitari i più numerosi sono i cittadini rumeni. Possiamo certamente dire che Pordenone è una città con una grande tradizione di integrazione e nonostante una popolazione straniera molto elevata la comunità pordenonese è sempre stata molto accogliente.

Quali sono i tempi attuali di conferimento della cittadinanza italiana?

Sicuramente per quanto riguarda la cittadinanza – sia in caso di residenza ininterrotta per dieci anni in Italia, sia in caso di matrimonio con cittadino italiano - i tempi non sono brevi anche se rispetto al passato la situazione è migliorata molto: la legge prevede 730 giorni per la conclusione del procedimento. Per quanto riguarda la concessione della cittadinanza per matrimonio abbiamo una tempistica di 18 mesi in media, mentre per quanto riguarda la cittadinanza per la maturazione della residenza i tempi sono un po' più lunghi e si aggirano attorno ai 3 anni.

In caso di regolamentazione dell'acquisizione della cittadinanza tramite ius soli (proposta di legge approvata alla Camera e in discussione al Senato), cosa cambierà rispetto all'attuale legge (n.° 91, 5 febbraio 1992) basato invece sullo ius sanguinis?

In caso di regolamentazione in base allo ius soli per chi è nato in Italia ci sarebbe presumibilmente un'accelerazione nelle tempistiche che favorirebbe anche il processo di integrazione e quindi il sentirsi parte integrante di una comunità al di là del semplice essere destinatari di diritti e doveri. Gli attuali tempi – necessari ad una verifica dei requisiti del richiedente la cittadinanza - sicuramente non favoriscono invece questo aspetto perché oggettivamente tre anni sono tanti. Lo ius soli permetterebbe accertamenti più semplici accorciando i tempi – ricordiamo che la normativa parla di ius soli temperato nel senso che almeno uno dei genitori deve essere in possesso di regolare permesso di soggiorno – ma c'è anche un aspetto più culturale relativo ad un naturale processo di integrazione sociale e anche ad una regolare frequentazione scolastica. E infatti in questo senso si parla di ius culturae. Infine ritengo che ci sarebbe così anche la possibilità di dare una risposta immediata a quelle generazioni di persone nate in Italia - che obiettivamente mal comprenderebbero tempistiche attualmente così lunghe – magari aiutandole in questo modo anche ad inserirsi nel mondo del lavoro integrandosi così perfettamente.

ARTICOLO PUBBLICATO NEL NUMERO DI DICEMBRE DELLA RIVISTA EVENTI 

lunedì 21 dicembre 2015

CONTRABBANDO E TELEVISIONE: LA "COMPONENDA" RACCONTATA DA CAMILLERI



Immagine: Sellerio

Se pensi a Camilleri pensi al commissario Montalbano e se pensi al commissario Montalbano pensi a Camilleri. Ma Andrea Camilleri non è solo l'inventore di un personaggio popolare che tanto bene incarna la Sicilia e il fascino del Meridione e delle sue usanze: Camilleri è anche un pozzo di conoscenze e uno scrittore che, qualunque cosa racconti, ti tiene incollato alle pagine che magistralmente riempie. E allora può essere che ti ritrovi a sfogliare un piccolo saggio, La bolla di componenda, nel quale aneddoti e storie raccontano una realtà spesso triste per la nostra amata Italia: quella del compromesso, del tacito accordo, dell'interesse nascosto, del patto fra gentiluomini (volendoli così chiamare). 

Eccone un piccolo esempio, una storia che Camilleri racconta all'inizio del saggio, il cui protagonista è Giorgio Vecchietti, allora direttore del TG2. 

<<Come saprai (riferendosi a Camilleri, ndr), per un certo periodo sono stato direttore del telegiornale della seconda rete, di area laica. Il mio proposito era di fare un giornale più mosso e vivo rispetto a quello della prima rete, che era accademicamente governativo. Così, cominciai col togliere di mezzo quei servizi che mi parevano minori e di nessun interesse nazionale. Abolii, per esempio, quelli che si riferivano al "taglio del nastro", oppure alla "posa della prima pietra". Cioè a dire: minuti preziosi del notiziario venivano dedicati a un sottosegretario che posava la prima pietra dell'erigendo canile municipale a Piovasco di Sotto o a un onorevole di riguardo che tagliava il nastro di una nuova mulattiera tra Pantano e Pozzanghera, ridenti paesini delle montagne friulane. Erano chiaramente servizi sollecitati dal politico locale per esaltarne l'immagine o per scopi puramente elettorali. Ebbi qualche rimostranza ma la cosa finì lì. Un altro tipo di servizio che abolii era quello che si poteva intitolare "Brillante operazione della Guardia di Finanza". La sequenza visiva era sempre la stessa: una motovedetta della Guardia di Finanza si accostava a un natante, nave o peschereccio che fosse, i militi andavano all'arrembaggio, dalla stiva cominciavano ad emergere casse di sigarette di contrabbando, sempre e curiosamente della stessa marca (ma questo lo visualizzai dopo l'incontro che sto per dirti) che venivano poste sotto sequestro. Qui non potevano esserci rimostranze e infatti non ce ne furono: i servizi tranquillamente sparirono. Qualche tempo dopo mi stavo dirigendo a piedi verso casa nei pressi del Pantheon, era un mite ottobre romano che proprio invogliava alla passeggiata. Stavo percorrendo una via molto stretta quando dietro di me lampeggiarono i fari di un'auto. Credendo che volesse strada, mi accostai al muro. Invece, arrivata alla mia altezza, l'auto, una macchina di gran lusso, si fermò dolcemente, vidi aprirsi lo sportello posteriore e sentii una voce civilissima e suadente invitarmi:
"Dottor Vecchietti, mi permette di accompagnarla a casa?"
Mi sembrò scortese rifiutare. Montai e la macchina si mosse lentamente. Dentro aleggiava l'odore di una raffinata colonia, le fodere erano di cuoio autentico. Pur con la poca luce, mi resi conto di non aver mai visto prima l'uomo che mi sedeva accanto. 
"Ci conosciamo?" domandai.
"Lei non mi conosce. Io invece la conosco di fama".
"Oddio, di fama!" mi schermii.
Ci fu una pausa brevissima. Poi quel sessantenne urbano e distinto venne al dunque. 
"Il nostro incontro non è dovuto al caso. L'ho fatta seguire dal mio autista fin dal momento in cui è uscito dall'ufficio. E non era mia intenzione disturbarla né a casa né al suo posto di lavoro. Avrei da sottoporre un piccolo problema alla sua squisita cortesia".
Non mi stava chiedendo un favore. Agiva da inglese come inglese era la stoffa del suo vestito. Proseguì senza darmi il tempo di un commento. 
"Lei ha dato ordine ai suoi redattori di non effettuare né trasmettere servizi dedicati all'eliminazione del contrabbando di sigarette. Vorrei farle capire come questa sua disposizione finisca col ledere precisi interessi".
"Lei appartiene alla Guardia di Finanza?" sbottai, alquanto irritato.
Il signore mi guardò stupito.
"Io? No, lei è del tutto fuori strada. Cercherò di spiegarmi meglio che posso. Dunque, il Comando della Guardia di Finanza di, mettiamo, Barletta, riceve una soffiata come si dice in gergo, una segnalazione anonima. Però così circostanziata da essere degna di fede. In una data precisa, alle ore ics di notte, a tante miglia dalla costa, una nave contrabbandiera sarà in attesa di mezzi di trasbordo della merce. Contemporaneamente con lo stesso sistema viene avvertito il corrispondente locale del telegiornale, il quale tanto si mette a brigare che alla fine vien fatto salire a bordo di una motovedetta. Anche lui deve fare il suo mestiere, no? L'operazione ha successo, il tutto viene filmato e trasmesso. E così ognuno ha avuto il suo tornaconto. Mi sono spiegato?"
"Lei si sarà spiegato benissimo" ribattei "ma io non ho capito niente lo stesso".
Paziente, sempre sorridente, il signore ripigliò a parlare. 
"Mi segua con attenzione, per favore. Per merito della cosiddetta brillante operazione, le guardie impegnate ricevono elogi, encomi e promozioni. Soddisfatti, riposano un poco sugli allori, quel tanto che basta perché il contrabbando possa, in quella zona, continuare indisturbato. È chiaro, ora?".
"Chiarissimo. A rimetterci è solamente la società che produce sigarette".
Il signore si permise una risatina educata.
"Sta scherzando, vero? L'operatore televisivo ha filmato casse che, contenendo merce di contrabbando, dovrebbero essere rigorosamente anonime. Invece, guarda caso, su ogni cassa c'è stampata, a caratteri cubitali, la marca delle sigarette. Quando quelle immagini passano in televisione, equivalgono, egregio amico, esattamente alla spesa che si sarebbe dovuto sostenere per un carosello pubblicitario". 
Rimasi senza parole. Eravamo intanto arrivati nella strada dove avevo casa. 
"Io abito al numero..." cominciai. 
"Lo sappiamo" disse il signore stringendo calorosamente fra le sue la mia mano. "Ci rifletta, dottor Vecchietti. Non spezzi un equilibrio, non rompa una componenda faticosamente raggiunta".
"Componenda?".
"Sì, un patto non scritto, un gentleman's agreement".
Ero arrivato, scesi. >>

martedì 15 dicembre 2015

DIGNITÀ PIÙ CHE INDIGNAZIONE ALLA IX EDIZIONE DE "LA LEV A PORDENONE"


Giustizia, misericordia, giovani e cultura. Queste le parole chiave per descrivere la IX edizione dell’evento culturale «La Libreria Editrice Vaticana a Pordenone. Ascoltare, leggere, crescere» che si è tenuto nella città friulana dal 17 al 29 ottobre 2015. Una rassegna ormai diventata abituale e che vede la LEV in sintonia con la cittadinanza pordenonese attraverso una sensibilizzazione in grado di toccare diverse tematiche legate all’attualità grazie anche alla presenza di ospiti illustri.
Se l’anno scorso la rassegna era stata impreziosita dalla presenza di p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica, e dal card. W. Kasper, presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, quest’anno Pordenone ha potuto accogliere, fra i tanti ospiti, personaggi del calibro di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale e già ministro della Giustizia e il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura.
Il tema della giustizia è stato affrontato da Flick nel corso di alcuni appuntamenti in occasione dei quali l’ex guardiasigilli ha incontrato gli studenti del territorio spiegando loro il concetto di dignità presente nella Costituzione e denunciando un luogo comune oggi imperante: quello di essere spesso indignati verso qualcosa senza poi riconoscere la dignità nei confronti delle persone fragili ed emarginate.
Giovanni Maria Flick, ex Ministro della Giustizia

In merito al concetto di corruzione l’ex ministro della Giustizia – che nel corso della rassegna ha anche presentato il suo libro Elogio della dignità (pubblicato per i tipi della LEV) – ha posto l’accento su una urgente necessità di semplificazione delle leggi accompagnata da un recupero del senso di legalità: «Solo così, grazie anche a una efficace prevenzione, sarà possibile combattere la corruzione» – ha detto.

La parola «misericordia», perno del Giubileo indetto da papa Francesco a partire dal prossimo 8 dicembre, è risuonata in uno dei momenti più caratterizzanti della rassegna, con la consegna della corona del rosario inviata da Bergoglio a ciascuno dei 70 detenuti del Carcere di Pordenone. Per Flick «la detenzione ormai non può essere l’unica pena» e citando la Costituzione ha poi ribadito come «la permanenza nel carcere per le persone deve avere una reale finalità educativa».
No a una comunicazione autistica
Per don Virgilio Balducchi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, si deve superare il luogo comune che le pene severe siano sinonimo di tranquillità e sicurezza per la popolazione e proprio per questo ha dichiarato che il Governo più che destinare tutte le risorse disponibili a ristrutturare le carceri deve pensare anche a finanziare le iniziative alternative. Su questa linea anche don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità nuova e cappellano del Carcere minorile Beccaria di Milano, che ha annunciato un progetto – in programma dal prossimo gennaio – di fornire un salario minimo di reinserimento da destinare ai giovani poveri che escono dal Beccaria per evitare che ritornino a delinquere.
Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera
La IX edizione della LEV a Pordenone ha avuto un particolare occhio di riguardo per i giovani: oltre agli incontri con Flick, infatti, erano in programma altri due appuntamenti molto importanti con don Ciotti e con il card. Ravasi. In un teatro comunale gremito da oltre 500 persone – in occasione del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco – don Ciotti ha lanciato un messaggio eloquente ai giovani, invitandoli ad «avere coraggio perché la vita, specialmente in questo momento, ci chiede di osare». Non poteva mancare poi un riferimento al pericolo della corruzione e dell’illegalità: «È necessario mantenere alta la guardia perché le mafie sono ancora più forti in questo periodo di crisi finanziaria. Bisogna educare i giovani a essere buoni cristiani e onesti cittadini, perché le mafie vivono e crescono in mezzo a noi, cambiano, penetrano e hanno continuità nel cambiamento arrivando ovunque facendo affari».



Card. Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio consiglio della cultura 
Il linguaggio e la religione sono stati invece i punti toccati dal card. Ravasi che ha ricordato agli studenti l’importanza del dialogo nella ricerca di una fede autentica e non dettata dall’indifferenza e da un «autismo della comunicazione» che possono avere inevitabilmente il fondamentalismo come risultato. Ravasi ha anche tenuto una lectio magistralis presso il duomo di Pordenone dal titolo «La Bibbia: un libro di ieri e di oggi», nella quale ha definito il testo sacro «cuore della comunità credente» e «grande codice della cultura occidentale». La rassegna ha avuto anche per quest’edizione un grande successo con un’affluenza di pubblico intorno alle 5.000 persone, grazie anche a tanti altri appuntamenti che hanno permesso d’approfondire tematiche quali la sanità pubblica e privata nel rispetto della persona, l’enciclica Laudato si’ di Francesco e il diritto al cibo come diritto umano fondamentale nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa. 

Grande soddisfazione per don Giuseppe Costa, direttore della LEV: «Il successo di questa IX edizione è la dimostrazione che la formula adottata dagli organizzatori è incoraggiante e dà inoltre forti motivazioni per proseguire nel percorso intrapreso». Il curatore dell’evento Sandro Sandrin, pensando già all’organizzazione della X edizione in programma per l’ottobre 2016, ha lanciato l’idea di allargare la presenza ormai acquisita della LEV e di ospiti significativi del mondo cattolico a esponenti dell’«editoria religiosa a livello internazionale».


ARTICOLO PUBBLICATO IN "IL REGNO - ATTUALITÀ N.10/2015"

domenica 13 dicembre 2015

COP21, COSA PREVEDE L'ACCORDO SUL CLIMA


"Questo accordo è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l'America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Questo testo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace. Siamo arrivati alla fine di un percorso ma anche all'inizio di un altro. Il mondo trattiene il fiato e conta su tutti noi". 

Con queste parole Laurent Fabius, presidente della COP21 - la 21esima conferenza sul clima della Nazioni Unite tenutasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre - ha annunciato il raggiungimento di un accordo fra i leader di 195 Paesi dopo 13 giorni di negoziati. Un accordo per niente scontato e da molti definito "storico" per i contenuti importanti e anche per il valore giuridicamente vincolante. 

Ecco cosa prevede in sintesi l'accordo, il cui testo integrale - tradotto in sei lingue - si può trovare qui

- Il punto più importante è sicuramente quello di mantenere l'aumento di temperatura inferiore ai 2 gradi, con l'impegno a cercare di compiere sforzi per arrivare entro 1,5 gradi. 

- L'obiettivo è quindi quello di controllare il riscaldamento globale, ossia l'aumento della temperatura media annua dell'aria sulla superficie del pianeta. 

- Di conseguenza altro punto fondamentale è l'impegno a non aumentare le emissioni di gas serra raggiungendo nella seconda metà del secolo il riassorbimento naturale dei nuovi gas serra prodotti. 

- Per fare ciò in maniera costante è stato poi deciso di controllare eventuali progressi ogni 5 anni tramite nuove Conferenze.

- Infine stanziare 100 miliardi di dollari ogni anno ai Paesi più poveri al fine di permettere loro di sviluppare fonti di energia meno inquinanti. 

Un accordo che non riguarda solo dinamiche ambientali e legate all'inquinamento ma anche sociali: numerosi sono infatti gli impatti sociali legati al cambiamento climatico, come ad esempio le migrazioni. Molte sono infatti le problematiche: disastri ambientali, salute, sicurezza alimentare, disponibilità d'acqua, conflitti e inabilità di zone colpite dall'innalzamento delle acque. 


Per maggiori approfondimenti consultare lo speciale di Valigia Blu

venerdì 11 dicembre 2015

LIGABUE E LE CANZONI DI INCAZZATURA




A che ora è la fine del mondo? Se lo chiedeva Ligabue nel 1994, l'anno della "discesa in campo" di Silvio Berlusconi, all'epoca semplicemente il presidente del Milan e il numero uno di Mediaset, quando ancora oltre all'appellativo de "il Cavaliere" non eravamo abituati a sentir nominare anche quello di "Presidente del Consiglio". Erano gli anni della fine della Prima Repubblica e dell'inizio della Seconda - che forse tanto diversa dalla prima non lo era e non lo è mai stata - ma soprattutto dell'influenza della televisione nei consumi e negli stili di vita attraverso la pubblicità. Una sorta di sogno americano sbarcato in ritardo nel nostro Paese, che ha visto nel buon Silvio l'incarnazione del (presunto) sogno italiano, sfociato poi nel celebre libello elettorale di inizio millennio "Una storia italiana". Rimembri politici nefasti a parte la domanda di metà anni Novanta di un Ligabue ad inizio carriera rimane ancora di attualità: a che ora è la fine del mondo? "Berlusconi diceva che la TV non contava, beh non era proprio così": con quella canzone Liga ha voluto denunciare il potere della televisione sulla gente attraverso l'ironia. 



Denuncia che il cantante di Correggio ha poi inserito in altre celebri canzoni, seppur in maniera diversa ma sempre con il fine di una sorta di "protesta". Come in Baby è un mondo super (Album: Miss Mondo, 1999) o come in Sotto Bombardamento (Album: Campovolo 2.011, 2012), canzone nella quale si prende di mira il ruolo politico della stampa e dell'informazione: 

"Tieni giù la testa che volano titoli... Dicevi che il mondo va cambiato e intanto è lui che cambia te... Tienimi giù la testa che volano news, volano missili...".



L'album più denso di proteste è però Mondovisione (2013), da molti definito un album pieno di canzone "politiche": "È un disco per dare voce allo sfinimento. Non è un disco politico perché anche le canzoni d'incazzatura sono canzoni sentimentali", aveva dichiarato Ligabue in una puntata di Che Tempo Che Fa. Ecco "di incazzatura" è l'espressione probabilmente migliore per esprimere ciò che Ligabue cerca di vomitare fuori ne Il muro del suono e Il sale della terra, canzoni nelle quali non si risparmiano colpi a media, politica e magistratura. 

"... sotto i colpi di spugna di una democrazia... la pallottola è in canna in bella calligrafia, la giustizia che ti aspetti è uguale per tutti ma le sentenze sono un pelo in ritardo, avvocati che alzano i calici al cielo sentendosi Dio..." 


"... siamo il culo sulla sedia... siamo quelli a cui non devi chiedere fattura ... siamo l'opinione sotto libro paga... "



Un cerchio che si chiude con una delle ultime canzoni, Non ho che te, nella quale l'attualità della disoccupazione e di un'economia malata non sono purtroppo un miraggio ma una triste realtà. 



Insomma, quando la musica diventa una bella espressione di critica... 

sabato 14 novembre 2015

ISLAM-OCCIDENTE, QUANDO A PARLARE FURONO ORIANA FALLACI, TERZANI E BENEDETTO XVI

Immagine tratta da lamaterianonesolida.com


Gli attentati di Parigi di ieri sera che hanno sconvolto la Francia e l'Europa riportano alla ribalta mediatica l'ormai complesso dilemma: Islam uguale terrorismo, morte e violenza? La pancia, intesa come paura ed emotività, ci spinge a dire sì, la ragione invece ci porta sul binario opposto: no, non si può fare di tutta un'erba un fascio. 

Una questione spinosa che si alimenta ormai da quel celebre e triste 11 settembre 2001, quando il terrorismo - anche mediatico - di Al Qaeda sconvolse l'Occidente con gli attentati aerei kamikaze che fecero crollare le Torri Gemelle e simbolicamente la supremazia statunitense nel mondo. Evento che sconvolse anche la grande giornalista Oriana Fallaci, che dopo quel tragico evento vomitò fuori tutta la sua rabbia, la sua indignazione e anche la sua paura di un mondo ormai senza senso e alla deriva. Un pensiero espresso nel libro La forza della ragione - secondo de La Trilogia di Oriana Fallaci (gli altri due sono La rabbia e l'orgoglio e Oriana Fallaci intervista sé stessa) - nel quale la giornalista rifiuta ogni possibilità di integrazione fra cristiani e musulmani, fra Occidente e Medio Oriente, fra Bibbia e Corano, in quanto espressioni di due culture troppo diverse e incompatibili fra loro. 

Vignetta circolata nei giorni successivi all'attentato
a Charlie Hebdo dello scorso gennaio


Un pensiero duro, impregnato di delusione ed espresso coraggiosamente al quale ha successivamente risposto il giornalista e scrittore Tiziano Terzani, che quasi affettuosamente cerca di riportare l'amica Oriana alla ragione, alla contestualizzazione, alla comprensione della diversità. Una lettera aperta e diretta che alla rabbia provocata da uno violenza ingiusta contrappone la necessità di cercare la verità, al fine di evitare che alla rabbia si sostituisca l'odio. 

E il rapporto complesso fra Islam e cristianità, fra Occidente e Medio Oriente è stato anche il tema affrontato dall'ormai Papa Emerito Benedetto XVI in quel tanto contestato discorso di Ratisbona del settembre 2006 il cui senso travisato fu usato strumentalmente ma che in realtà aveva come fine quello di rafforzare il dialogo interreligioso, centrale nella Chiesa e nella sua opera già dal Pontificato di Giovanni Paolo II. 

Tre punti di vista a volte incompresi, a volte strumentalizzati, a volte anche contrastanti fra di loro ma sicuramente complementari per cercare di capire cos'è l'Islam ma anche e soprattutto cosa siamo noi occidentali. Tre punti di vista che ad ogni azione terroristica tornano d'attualità e che sarebbe bene leggere per non dimenticare e non dover continuare a rivivere queste tragedie per capire che il dialogo è l'unica alternativa alla violenza. 

Immagine circolata nelle ultime ore sui social
in solidarietà alla città di Parigi dopo gli attentati di ieri sera



ORIANA FALLACI, LA FORZA DELLA RAGIONE (passi salienti in quest'articolo dell'Huffington Post) 

TIZIANO TERZANI, IL SULTANO E SAN FRANCESCO (risposta aperta ad Oriana Fallaci)

BENEDETTO XVI, DISCORSO DI RATISBONA (Lectio Magistralis, 12 settembre 2006, Università di Regensburg)