sabato 10 marzo 2018

CIAO DAVIDE


Ciao Davide,
è già passata una settimana da quando, come un fulmine a ciel sereno, te ne sei andato lassù. Giustamente il calcio italiano domenica scorsa si è fermato, sconvolto dalla tua scomparsa che nessuno poteva immaginarsi così assurda. Sabato scorso sei andato a dormire nella tua camera d’albergo, magari dopo esserti visto qualche video sul modo di giocare di Zapata e Lasagna, che il giorno dopo avresti dovuto marcare contro l’Udinese. E lì, come ti sei addormentato, non ti sei svegliato più. 



Immagine da Ilgiorno.it 

È davvero assurdo andarsene così e a pensarci viene ancora da chiedersi se tutto ciò sia accaduto davvero. Eri un semplice ragazzo di 31 anni con i suoi affetti e la sua passione per il calcio, così come molti di noi che, non avendo la fortuna di averne fatto una professione, la coltivano sui campetti di calcetto con gli amici. È strano pensare a come, da piccoli, guardiamo al calciatore come all’eroe, al modello che vorremmo un giorno diventare. E poi, quando cresciamo, guardiamo ai nostri coetanei che ce l’hanno fatta con un po’ di sana invidia. Pensiamo che certe cose a certi livelli non possano accadere, come se il mondo del calcio fosse un olimpo di immortali. E invece non è così, non esistono déi ma solo uomini come altri. 




In questa settimana abbiamo assistito al dolore dei tuoi compagni di squadra, che adesso non avranno più i tuoi consigli e le tue indicazioni da capitano. Abbiamo assistito al dolore di tutto il mondo del calcio, troppo spesso concentrato sulle polemiche e sempre meno attento a ricordarsi della sua vera essenza, quella di un semplice gioco nel quale un pallone rotola per entrare dentro a una porta. Quel pallone che tu cercavi di tenere il più lontano possibile dalla tua, spazzandolo di testa e appoggiandolo ai tuoi compagni con il tuo sinistro educato. Chissà quanti pensieri avrai tolto ai tuoi portieri, quanti gol evitati e quanti sospiri di sollievo per i tuoi tifosi. Ma anche i gol segnati, ché ogni tanto ti piaceva anche gonfiarla la rete. Una piazza viola l’altro giorno ti ha dato l’ultimo saluto, fra applausi e lacrime che era impossibile non scendessero. D’altronde bastava guardare la tua faccia pulita e il tuo costante sorriso sereno dentro e fuori dal campo per capire quanto fossi uomo prima che calciatore. Sorrisi che, senza retorica, sono sempre più rari e che dovrebbero essere più spesso presi da esempio per i piccoli che di questo gioco sono appassionati ed affascinati. Facce pulite che dovrebbero valere più dell’ultima moda di esultare o di allacciarsi le scarpette. 

Oggi la giostra del calcio riprenderà il suo corso, perché lo show deve continuare e la vita deve continuare a scorrere. Difficile da capire, difficile da accettare. Quello che è sicuro è però il pensiero che oggi e domani volerà a te, al di là del semplice minuto di silenzio. Così come è sicuro che tu guarderai giù compagni, avversari e tifosi con lo stesso sorriso che ti ha sempre accompagnato. E mentre l’arbitro fischierà il calcio di inizio, scenderai in campo anche tu. Lassù, a marcare gli angeli. 

lunedì 5 marzo 2018

LA PANCIA DEGLI ELETTORI E L'ELITISMO DEL PD

Abbracci, larghi sorrisi e flash di fotografi senza sosta: è questa la cornice che ha visto il voto del 4 marzo incoronare Luigi Di Maio e Matteo Salvini come vincitori assoluti delle politiche 2018. Il primo partito e la prima forza della coalizione del centrodestra (con quest’ultima che, ricordiamolo, grazie a Forza Italia e Giorgia Meloni ha raggiunto il 37% delle preferenze contro il 32% dei cinque stelle e il lontano 23% del centrosinistra) si ritrovano così ad essere gli attori politici protagonisti della prossima legislatura, almeno stando ai numeri che ne hanno sancito la vittoria. 


Immagine da Termometropolitico.it 


Legislatura che dovrà quindi tenere conto di un governo dalle larghe intese generato da queste due realtà che rappresentano, per motivi diversi, il ribaltamento della politica moderata a favore di quella estremista e populista. 

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio dopo le prime proiezioni degli scrutini



Estremista in senso di ribellione, di insofferenza da parte dei cittadini e dell’opinione pubblica verso i partiti tradizionali. Populista nel senso di recupero di una sovranità popolare che sarebbe andata persa nel corso delle ultime legislature a causa delle ingerenze dell’Europa. In questo senso l’affluenza rappresenta un dato importante: è stata superiore al 73%, il che testimonia la volontà da parte dei cittadini di dire la propria. Se la Lega ha sbaragliato le urne al nord, il M5S ha fatto incetta di voti al sud, specialmente in Puglia, dove le dichiarazioni pro cinque stelle da parte del Presidente della Regione Michele Emiliano hanno sicuramente contribuito ad affossare il PD. 


Immagine da Quotidiano.net

Emiliano però è solo un esempio di come il centrosinistra sia riuscito, ancora una volta, a farsi del male da solo. Se il governatore di una Regione va - nemmeno troppo velatamente - contro il proprio partito, resta da chiedersi cosa ci sia da stupirsi di fronte al pessimo risultato che il PD di Renzi è riuscito a portare a casa. Dimissioni o non dimissioni da parte del segretario (le quali sono arrivate puntuali, proprio come dopo la sconfitta al referendum dello scorso anno), è chiaro come la fuga della sinistra storica per fondare Liberi e Uguali altro non poteva essere che un presagio di sconfitta. Su tutti i fronti. 




Il PD ha perso ormai da tempo la sua base elettorale radicata nel territorio, da sempre forza della sinistra. Renzi ha probabilmente commesso l’errore di personalizzare troppo il partito e oggi si ritrova a fare i conti con una rottamazione della vecchia guardia che si è rivelata essere un boomerang: sembra solo di ieri il 40% raggiunto nel 2014, risultato straordinario che, col senno di poi, si può dire mascherasse le numerose e profonde crepe esistenti fra l’elettorato di sinistra e quello più centrista. Due anime parallele ma non complementari, frutto di un’unione di idee diverse che nella teoria doveva rappresentare quel senso di democrazia alla base del nome stesso del partito ma nella realtà troppo distanti per rappresentarne la forza. 

La progressiva fuoriuscita dei vari Civati, D’Alema, Grasso e Bersani ha portato via la fedeltà elettorale al partito che la base popolare esprimeva attraverso il più classico dei voti di appartenenza. Il centrosinistra si è frastagliato, si è fatto la guerra in una campagna elettorale poverissima di contenuti e carica, al contrario, di frasi fatte, luoghi comuni, lotte fratricide e malcontenti. Il populismo di Salvini e di Di Maio, con la loro antipolitica, ha fatto presa su questa insofferenza popolare, andando a infliggere il colpo di grazia al Partito Democratico dilaniando proprio una delle sue ferite più grandi: le continue liti interne e l’incapacità di una comunanza di intenti, almeno ai fini di una compattezza di facciata. 

Cosa che è invece riuscita a fare il centrodestra grazie alla triplice alleanza firmata Salvini, Meloni e Berlusconi. Quest’ultimo esce sconfitto dallo scontro interno con il Matteo leghista, ma ancora una volta dimostra come quello di destra sia un elettorato nostalgico in grado di compattarsi attorno a un ideale o a uno scopo. Nonostante la sentenza che gli impedisce di essere candidabile, Berlusconi è riuscito a risvegliare un 14% di fedeli forzisti risultati fondamentali ai fini degli scopi di coalizione: affossare Renzi, stare davanti al Movimento 5 Stelle e candidarsi alla leadership di Palazzo Chigi. 



Immagine da Rainews.it


Il voto di domenica ci riporta al voto di protesta, all’antipolitica che dei contenuti dei programmi elettorali se ne fa un baffo. D’altronde, come si diceva prima, questa è stata forse la campagna elettorale più scarna e sterile di sempre: nessun confronto televisivo, nessuna discussione costruttiva, nessuna ricerca di punti di contatto. Obiettivi ricercati, almeno in parte, dal solo Renzi, la cui strategia di elencare le buone cose fatte dal suo governo e da quello Gentiloni si è persa nel vuoto di un elettorato incattivito e sordo. Renzi si è così ritrovato di fronte ad un muro di gomma, ostile nel far rimbalzare indietro ogni buon proposito per il futuro. 

Troppo forte è stata la pancia degli elettori, intercettata inevitabilmente da chi è riuscito a toccare le corde giuste promettendo portate succulenti: reddito di cittadinanza, maggiore indipendenza dall’Europa, cambiamento della politica dal basso. Troppo debole, ancora una volta, è stata invece l’anima intellettuale del centrosinistra, che la politica con la P maiuscola la vuole sì fare, con il risultato però di perdersi nel classico specchietto per allodole finendo per parlare solo a se stesso e al proprio circolo di narcisi che ne sanno di più. Un fare elitario che si dimentica però della pancia degli elettori, che nelle cabine elettorali, scheda e matita in mano, la differenza la fa eccome. 



Per Renzi è una seconda sconfitta pesante e il progetto di un grande partito in grado di tenere insieme centrodestra e centrosinistra ha finito per strapparlo in due una volta che queste due fazioni si sono troppo polarizzate. Il ruolo di opposizione che il PD ricoprirà nella prossima legislatura sarà l’occasione per recuperare la propria identità. O meglio, per capire in quale direzione vuole andare e a chi vuole davvero parlare.

domenica 18 febbraio 2018

La pochezza di contenuti di Di Maio e del Movimento 5 Stelle

Luigi Di Maio, leader politico e candidato premier del Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni del 4 marzo, è stato ospite della redazione del quotidiano torinese La Stampa per una video intervista a 360° su quelle che sono le intenzioni pentastellate circa il prossimo governo e il futuro del Belpaese. 





Un'intervista che ha avuto luogo a distanza di pochi giorni dallo scandalo che ha colpito Di Maio & Co. e che ha visto "alcuni parlamentari del Movimento truffare il partito non versando o fingendo di versare la quota di stipendio che tutti gli eletti del M5S sono tenuti a versare in un fondo per il microcredito gestito dal ministero dell’Economia", come recita Il Post in questo articolo che potete leggere qui. Sempre Il Post sottolinea come sarebbero almeno dieci i parlamentari coinvolti, i quali "avrebbero evitato di versare in tutto 1,4 milioni di euro, su un fondo di poco più di 20. Il Movimento ha ammesso alcune irregolarità e ha annunciato sospensioni ed espulsioni di tutti i parlamentari coinvolti".

Il M5S ha subito sottolineato, attraverso questo post sul proprio blog, come il Movimento abbia versato "23,4 milioni di euro derivanti dal taglio dei propri stipendi personali. Un dato che possiamo condividere con grande orgoglio". Un dato certificato che però racconta una parziale verità e che pone la questione da un altro punto di vista, forse ben più importante: quanto accaduto mette in discussione l'identità politica e sociale del Movimento, la quale si sgretola come neve al sole di fronte all'evidenza dei fatti.Se gli albori pentastellati annunciavano infatti la nascita di un Movimento in grado di essere diverso rispetto alla corruttibilità della politica e più vicino ai cittadini e alle loro necessità, la realtà ci presenta invece oggi una forza politica che, a differenza di quanto annuncia ormai da anni di fronte alle telecamere, altro non è che parte integrante delle politica stessa e del suo modus operandi troppo spesso fallace.  

Cavallo di battaglia è sempre stato denunciare la corruttibilità altrui, vedi Maria Elena Boschi, sulla bocca dei pentastellati in ogni comizio o trasmissione televisiva* (vedi nota sotto). Ma se la politica è un sistema malato a causa delle mele marce che ne fanno parte, allora anche il Movimento 5 Stelle è a sua volta malato a causa delle mele marce che ne fanno (e ne faranno) parte. Ergo, a discapito di una verginità sbandierata orgogliosamente, il M5S non è diverso dal resto dei partiti che denunciano. 

Ma torniamo all'intervista di Di Maio a La Stampa. Quello che preoccupa è soprattutto la pochezza di contenuti che il Movimento - e il candidato - propongono. La linea politica pentastellata è sempre stata quella di denunciare gli errori altrui senza però fornire grandi alternative: insomma, una logica distruttiva tendente a fare terra bruciata del "sistema" ma sterile dal punto di vista delle proposte per cambiare veramente la rotta. 

Lo si evince in primis dal programma proposto in vista della campagna elettorale, il quale si potrebbe definire, senza troppi giri di parole, una brutta figura. Sempre Il Post ci racconta comel'elenco di proposte fatte dal M5S sia in realtà una serie di plagi, con il risultato di un programma elettorale composto da studi e analisi copiati, interrogazioni parlamentari del PD (sì, proprio quel partito che dovrebbe rappresentare il male assoluto della politica), articoli di giornale, articoli di Wikipedia e addirittura un pezzo di una tesi di laurea. Qui potete comunque leggervi tranquillamente tutto nel dettaglio e farvi la vostra idea. 

L'intervista di Di Maio a La Stampa è un tutto e niente che testimonia, ancora una volta, la strategia statica del M5S di stare con un piede in due scarpe, al fine di riuscire a intercettare il maggior numero di scontenti possibili, sia a destra che a sinistra. E un esempio è la non presa di posizione - o peggio, il continuo cambio di posizione - su argomenti come l'immigrazione e l'Europa. Una strategia che vuole gli altri fare la prima mossa e il M5S comportarsi di conseguenza. 

Alla domanda del vicedirettore vicario de La Stampa, Luca Ubadelschi, circa la possibilità di una candidatura di Torino alle Olimpiadi invernali del 2026, la risposta di Di Maio è stata: "In realtà non esiste ancora un piano economico, se non sbaglio. So che la Camera di Commercio, mi pare, stava per fare qualcosa. Il Movimento comunque si rimetterà alle decisioni della Sindaca Appennino". Insomma, non abbiamo ancora chiara la situazione, ma va bene qualunque cosa deciderà la Sindaca, che conosce il territorio e ha le relazioni per seguire il progetto Olimpiadi. Non proprio il massimo della pianificazione per una realtà politica che vorrebbe governare il Paese. 

Una cosa è però chiara a Luigi Di Maio: se il Movimento sarà il primo partito e ci sarà da dialogare con gli altri per formare un governo, il premier dovrà essere lui. Su questo non si discute. 




*la settimana scorsa stavo seguendo la trasmissione Otto e mezzo di Lilli Gruber, con ospiti Sandro Gozi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei nel Governo Renzi e in quello Gentiloni (e ricandidato alle prossime elezioni con il PD), e Dino Giarrusso, ex giornalista de Le Iene candidato con il M5S. Al minuto 23 del video che trovate sotto si parla di debito pubblico e se sia aumentato o meno sotto il centrosinistra. Gozi cerca di spiegare come conti il rapporto fra debito e crescita, spiazzando evidentemente Giarrusso che per attaccare nuovamente sposta il discorso sulla candidatura di Boschi come capolista: mossa infelice che evidenzia, ancora una volta, la pochezza di contenuti pentastellati fuori dagli slogan imparati a memoria. 



martedì 14 novembre 2017

L'Italia chiamò. Nessuno (o quasi) rispose.

Trovare le parole il giorno dopo un'eliminazione dai play-off di qualificazione ai Mondiali di calcio non è per niente facile. Forse perché la realtà è che non ci sono parole giuste da pronunciare, né tantomeno riflessioni da snocciolare: quelle saranno da fare a freddo, una volta cominciata a digerire la nuda e cruda realtà. Già, perché dopo sessant'anni l'Italia non parteciperà ai Mondiali di calcio. 




Poco male, direte: sono tutti sfaticati strapagati a cui non importa niente. E chissà, magari è anche vero. Ma questa sarà una di quelle riflessioni da fare domani o dopodomani o fra una settimana, insieme a quella sullo stato di salute del calcio italiano, dai settori giovanili sempre meno valorizzati agli stadi ancora troppo fatiscenti e inadeguati, passando per società sempre meno italiane. 

Ma oggi, il giorno dopo, dobbiamo solo pensare a cominciare a prendere atto di quello che è successo ieri sera. Partendo dal non nascondere che il non qualificarsi ai Mondiali è un vero e proprio dramma sportivo. Sì, perché quando a giugno cominceranno le partite, noi tifosi italiani non ne vorremo sapere. Anche solo parlare di calcio ci farà venire la nausea, la nostalgia, l'invidia, la rabbia. 

Niente corse al supermercato a fare scorte di birre ghiacciate, niente tricolori esposti su balconi e finestre, niente facce pitturate di verde bianco e rosso, niente Inno cantato a squarciagola né chiacchiere da bar sulla formazione e i pronostici sulle partite del girone. Niente speranze di arrivare in fondo, gara dopo gara, gol dopo gol, sogno dopo sogno. 

Niente di tutto questo, che è svanito ieri sera al triplice fischio di una partita dopo la quale San Siro si è dipinto di un giallo che non avremmo mai voluto si accendesse. Il nostro orgoglio italiano viene ancora una volta ferito da quella Svezia che ci ha fatto assaggiare l'amaro gusto del biscotto con la Danimarca nel 2004, infliggendoci un'altra umiliazione dura da digerire.

La frenesia dell'attesa di un sogno da realizzare questa volta non ci verrà protagonisti, ma spettatori. "Gli italiani perdono partite di calcio come se fossero guerre e perdono guerre come se fossero partite di calcio", disse una volta Winston Churchill. Ed è vero, siamo fatti così. Il calcio è forse l'unico pretesto che ci unisce davvero sotto i colori di una bandiera, l'unico momento in cui sappiamo raccoglierci nel nostro essere italiani condividendo un obiettivo comune. La Nazionale è forse una delle poche cose che ci fa dimenticare le nostre divisioni interne e ci fa sentire una cosa sola. 

La delusione del giorno dopo è forse anche la consapevolezza che tutto questo ci mancherà ancor più della speranza di alzare una coppa salendo sul tetto del mondo. È la delusione di rendersi conto che per noi italiani la Nazionale serve a rispolverare quell'unità che spesso ci dimentichiamo. 

L'Italia chiamò, ma nessuno rispose. O quasi. Sì, perché se c'è chi non ha saputo essere all'altezza, Gianluigi Buffon rappresenta invece quell'unica nota positiva in un concerto stonato di un'orchestra allo sbando. Vent'anni con la maglia azzurra non meritavano di concludersi con una serata così amara, ma il ringraziamento umano e sincero del popolo italiano è sicuramente più forte di qualsiasi sconfitta sportiva. 



Un popolo che da questa caduta ha il dovere e la responsabilità di trovare la forza e l'orgoglio di destarsi nuovamente. 









sabato 11 novembre 2017

In una mattinata di sole mi sono imbattutto nel signor Mario, alla ricerca di via Magolfa

Dopo una settimana di pioggia e nuvole, Milano decide di risvegliarsi col sole. Un sole tiepido che non scalda, ma sufficiente a far scorrere vita in città in un sabato mattina di inizio novembre. E allora ecco che decido di far parte di questo flusso di persone decise a godersi la città, prendo il tram 10 e vado. Mi immergo fra le vie di Milano senza decidere dove e quando scendere, lasciandomi trasportare. Il tram è forse il mezzo di trasporto più bello e rilassante che ci sia: non devi guidare, non sei sommerso dalla frenesia della metro, non sei sottoterra ma alla luce ma soprattutto i suoi passeggeri non hanno fretta. Mi siedo vicino all'uscita, mentre salgono e scendono papà e mamme con bambini, ragazzi africani carichi di stecche di sigarette da smerciare in giro, donne in missione shopping e vecchietti. Questi ultimi sono forse i più interessanti, una sorta di memoria storica di una città in continuo cambiamento e allo stesso tempo una grande fonte di energia nonostante tutta la loro fragilità. 

La Stazione Centrale, il cimitero Monumentale e via fino all'Arco della Pace, mentre le chiacchiere e le urla festose dei bambini a bordo si mischiano al rumore delle rotaie. Borse della spesa, passeggini e monopattini fanno da sfondo, fino a quando il tram non si ferma al capolinea di Piazza 24 Maggio, per una sosta prima di ripartire a ritroso. Scendo e decido di vagare per la Darsena e i Navigli, fra artisti di strada e turisti. È quasi mezzogiorno e non fa freddo, ma la punta del naso si gela comunque un po'. Quel freddo tollerabile che ti tiene sveglio e attivo, mentre un ragazzo suona e canta "Rebel Rebel" di David Bowie. 

"Scusi, mi sa dire dove si trova via Magolfa?"

Mi giro in direzione della provenienza della voce e mi ritrovo davanti un vecchietto, avvolto in un cappotto beige, una coppola marrone chiaro e lo sguardo filtrato da un paio di occhiali da vista con le lenti fotocromatiche. 

Rispondo che non lo so, ma mi offro di trovargliela su Google Maps. 

"Grazie, dovrebbe essere qui vicino al Naviglio. Milano non è più come ai miei tempi. Ormai sono vecchio"

Trovo il percorso e in realtà il simpatico vecchietto non era mica lontano dalla destinazione. Gli spiego la strada e mi ringrazia. Sta cercando un ristorante in cui andava spesso, quasi fosse spinto da una improvvisa nostalgia. Mi saluta e prende la sua direzione, mentre io prendo quella opposta. Penso a quanto fosse simpatico e a quanto assomigliasse al vecchietto di Up. 




Continuo il mio vagare in una zona Navigli stranamente tranquilla rispetto al fiume di gente che la frequenta alla sera. Fino a quando, più o meno un quarto d'ora dopo, incontro nuovamente il vecchietto. 

"Purtroppo il ristorante era chiuso. Peccato". 

Quella punta di malinconia si mischia a una contrastante positività d'animo, un mix raro che mi incuriosisce. Gli chiedo allora come si chiama. 

"Mi chiamo Mario" - risponde. 

Mi presento e gli chiedo se posso offrirgli un caffè o un bicchiere di vino. Mi sorride e gentilmente declina l'invito. 

"Continuo le mie passeggiate. Anche se la mia Milano è ormai cambiata. Ora che sono da poco vedovo poi... Sai, io sono del '27 mentre lei era del '29. Ora è tutto diverso". 

Mi dà una pacca sulla spalla e mi saluta, sempre con l'allegria del suo sorriso e la malinconia  dei suoi occhi, nascosti dagli occhiali. E per un momento penso che il signor Mario, forse, altro non potesse essere che il vecchietto di Up. 

Rimango qualche secondo a guardarlo mentre si allontana a passo lento. La curiosità mi spinge così ad andare in via Magolfa. Al mio arrivo, alla targa con il nome della via sul muro se ne aggiunge un'altra, che recita: "Via della Poesia". La percorro in tutta la sua bellezza e tranquillità. Cerco su Google il perché via Magolfa sia nota come la via della poesia e trovo questo articolo del Corriere, che racconta di come seguisse un'antica roggia della vecchia Milano e del campanile della chiesetta di Santa Maria del Sasso, dal quale si vedono ancora i tetti dove salivano gli uomini a pulire i camini. In fondo, la casa che ricorda Alda Merini, poetessa e aforista milanese ricordata anche grazie al caffè letterario dedicatole, in una cornice di graffiti sui muri che costeggiano la via con alcuni dei suoi aforismi. 

Un aforisma di Alda Merni. Sullo sfondo il campanile della "chiesetta degli spazzacamini"

Via Magolfa, la Via della Poesia

Un murales raffigurante Alda Merini (1931-2009)



In una mattinata di sole mi sono imbattuto nel signor Mario, alla ricerca di via Magolfa e probabilmente di quel ristorante in cui chissà quante volte avrà portato la sua amata moglie. Regalando a me una storia e un pezzo della vecchia Milano. 


giovedì 2 novembre 2017

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA

"Centinaia di donne stanno in piedi nel fiume con i fucili puntati addosso e l'ordine di non muoversi. Un gruppo di soldati si avvicina a una ragazza minuta, Rajuma, con l'acqua fino alla vita e il suo neonato tra le braccia. 'Tu', le fanno i militari. Lei si blocca. Stringe il bambino ancora più forte. Nei minuti successivi, violenti e confusi, i soldati colpiscono Rajuma sul volto, le strappano il figlio dalle braccia e lo gettano tra le fiamme. Poi la portano in una casa e la stuprano". 

Rajuma è una rohingya e la sua storia è stata raccolta da Jeffrey Gettleman, giornalista del New York Times. Sta cercando di attraversare il fiume Naf per raggiungere uno dei campi profughi in Bangladesh. Fugge dalla Birmania, dove le violenze dell'esercito stanno portando avanti una vera e propria pulizia etnica nei confronti di una minoranza per niente riconosciuta nella Paese del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.



Photo Credit: Kevin Frayer


Una minoranza che non vede riconosciuti diritti civili e politici, la cui discriminazione è anche di carattere religioso. I rohingya sono infatti musulmani che vivono nel Rakhine, apolidi considerati immigrati bangladesi e discriminati dalla maggioranza rakhine, di religione buddista. Una maggioranza che ha paura della diversità e che considera i rohingya una minaccia per la propria identità.

All'interno del numero 1228/anno 24 di Internazionale (27 ott-2 nov 2017) due articoli di Francis Wade sul The New York Review of Book e di Lee Jones sul New Mandala raccontano dei seicentomila rohingya scappati dalla Birmania verso il Bangladesh, dell'odio verso questa etnia e delle sue radici storiche e politiche. A partire dal colonialismo britannico fino a un'ostilità che oggi è sostenuta dalla maggioranza della popolazione, passando da una transizione democratica che non è pienamente riuscita. Nel 2010 infatti il potere è passato dalla giunta militare a un governo civile, oggi guidato da Aung San Suu Kyi, liberata dopo 26 anni di arresti domiciliari. Eppure proprio il premio Nobel per la pace sembra non essere particolarmente sensibile alla situazione dei rohingya, considerati dalla maggioranza della popolazione birmana "un'etnia cattiva".


Photo Credit: Kevin Frayer


Una situazione che ha visto il coinvolgimento degli Stati Uniti, che tramite il segretario di Stato Rex Tillerson lo scorso 24 ottobre ha parlato di "pulizia etnica", con sanzioni che potrebbero essere inflitte alla Birmania nel caso in cui la crisi umanitaria non dovesse rientrare. Cosa molto difficile, data la situazione di piena emergenza e un odio culturale che non può certo cancellare decenni di ostilità radicata. 

In questo articolo del The Guardian, il racconto fotografico della precarietà dei rohingya nei campi profughi e la drammaticità del loro esodo al confine con il Bangladesh tramite il fiume Naf. Reportage a opera di Kevin Frayer (@kevinfrayer), fotografo canadese autore di numerosi reportage in Asia e Medioriente.

http://www.kevinfrayer.com/ 


Photo Credit: Kevin Frayer





mercoledì 12 luglio 2017

BREVE GUIDA SU DOVE E COME INFORMARSI PER COMBATTERE LE FAKE NEWS


L’informazione dei nostri giorni è sempre più influenzata dal dibattito sulle fake news, quelle notizie false e/o appositamente create ad hoc per far passare un determinato messaggio, a discapito di quella che molti amano definire verità dei fatti. Un fenomeno che sta sempre più caratterizzando i social network, in particolare Facebook, diventati ormai arena di dibattiti di ogni genere e megafono di notizie che, purtroppo, spesso e volentieri seguono la logica del telefono senza fili. E proprio il classico risultato di questa logica, dove l’ultimo ricevitore del messaggio apprende un contenuto assai lontano da quello reale, ha portato Facebook a cominciare la sua battaglia alle fake news, con l’obiettivo di rendere l’ambiente social uno spazio di fruizione di una informazione sana e non manipolata. 
Ma il dibattito sulle fake news è l’occasione per parlare anche di un altro discorso, ossia quello inerente a come dovremmo informarci, quotidianamente, per non cadere in questa trappola. Certamente i social network, sui quali gli stessi mezzi di informazione stanno puntando molto (dagli Instant Articles alla produzione di contenuti video), sono un canale fondamentale nella ricezione delle notizie, visto il molto tempo che ogni giorno spendiamo scorrendo il dito sullo schermo del nostro smartphone. Ma è importante sottolineare come i social e tutto ciò che riguarda il web (edizioni online e app comprese) non abbiano sancito – quantomeno per il momento – la morte dell’informazione sui media tradizionali. Nonostante dirette live e stories su Facebook e Instagram (a proposito, a riguardo del social network fotografico sarebbe interessante raccontare il ruolo sempre più importante che sta assumendo nel mondo giornalistico), leggiamo infatti ancora i giornali, ascoltiamo la radio e guardiamo la televisione. Insomma, forse i media tradizionali staranno assumendo un ruolo diverso nel panorama comunicativo, ma certamente non sono morti e hanno ancora molto da dire. 
Per questo motivo sono ancora da considerare in quella che potremmo definire dieta dell’informazione, ossia il nostro modo quotidiano di apprendere le notizie. Ovviamente non esiste una dieta universale valida per tutti: ognuno definirà la sua in base ai suoi interessi. Quello che deve essere un punto di partenza consigliabile è però cercare di apprendere da più fonti possibili. Personalmente cerco di integrare l’informazione online con l’informazione offline.

INFORMAZIONE ONLINE
L’app dell’ANSA è un’ottima fonte per avere un panorama a 360° delle ultime notizie, grazie a un mix fra lanci d’agenzia, gallery fotografiche e brevi tg di un minuto (mediamente tre volte al giorno). 
Immediatezza delle notizie garantita anche da Twitter, che permette non solo di avere una rassegna stampa live (ovviamente in base ai following) ma anche di suddividerla per categorie grazie alle liste. 
In questo senso un ottimo strumento possono indubbiamente essere gli alert di Google, in grado di raccogliere tutti gli articoli relativi a un determinato argomento, con una raccolta di notizie direttamente al proprio account. E qui c’è da sottolineare un punto di forza di questo strumento: avere la possibilità di confrontare la stessa notizia tramite fonti e approfondimenti diversi. Ah beh, ovviamente non abusatene, se non volete avere un’invasione di mail! 
A completare gli strumenti online, anche gli Instant Articles di Facebook, una funzione in grado di caricare gli articoli delle più importanti testate internazionali tramite il social di Zuckerberg senza passare dal browser. Insomma, tramite essi è possibile fruire degli articoli di alcune testate editoriali direttamente dalla App Mobile di Facebook. Uno strumento che ha spinto ancora di più Facebook verso la sua progressiva trasformazione in piattaforma editoriale (e qui si aprirebbe un discorso interessante come le dirette live in stile diretta televisiva). 



INFORMAZIONE OFFLINE
Ma passiamo ora all’informazione offline. Qui il discorso cambia, perché più che parlare di strumenti, si parla di linee editoriali che sono una scelta puramente soggettiva. Quindi non si può dire altro se non consigliare di leggere un quotidiano o un periodico cartaceo. Voi direte, ma la stessa informazione su carta o su web è la stessa cosa! E invece non esattamente. Il web ha portato a una velocità delle notizie tale che esse sono in costante aggiornamento, diventando paradossalmente quasi subito vecchie. Questa è la logica dell’online, alla quale si contrappone quella tradizionale dell’offline, dove la notizia si sta trasformando sempre più in un contenuto di approfondimento, che quasi dà per scontati i semplici fatti, ormai tendenzialmente appresi sul web. Per questo leggere quotidiani e periodici ci permette di conoscere una notizia già appresa dai social con sfumature diverse, con un taglio più analitico. 
Infine, i telegiornali. La televisione ha ancora un ruolo importante, sposta opinioni, crea tendenze, è la base di quei format che oggi abitano il web. È tutto tranne che morta. E sì, il telegiornale rappresenta la miglior sintesi dell’informazione e dell’informare. Personalmente ritengo TG La7 e SkyTG24 i più completi e imparziali, ma ognuno potrà farsi la sua idea. Senza dimenticare la radio, altro universo mediale tutt’altro che finito e che merita sempre il suo spazio (almeno in macchina resiste ancora!). 




Queste, in sostanza, le basi per una informazione abbastanza completa. Dico abbastanza perché quella perfetta non esiste, ci vorrebbero confronti e approfondimenti che con la velocità della comunicazione odierna sarebbero impossibili da raggiungere. Ma chissà che un giorno non ci arriveremo.