giovedì 17 luglio 2014

Una lancia in favore di Leo


Prima il tormentone era: meglio Maradona o Pelé? Oggi è: meglio Maradona, Pelé o... Messi? Il fantasista del Barcellona, vincitore di numerosi titoli fra campionati e coppe con i blaugrana, è ormai costantemente al centro dei dibattiti calcistici sui re del pallone. Leo oggi ha 27 anni e ha già vinto tutto da un pezzo: Liga, Champions League, Copa del Rey, Supercoppa di Spagna, Supercoppa Europea, Mondiale per Club, Scarpa d'Oro, Pallone d'Oro. E siccome vincere tutto già quando hai poco più di vent'anni ti porta sopra a tutto e tutti, la sfida non può essere che provare a rivincere quello che hai già vinto, battere record di gol, di presenze, diventare capitano della Nazionale argentina e competere costantemente con quel furbacchione di Cristiano Ronaldo, che non perde occasione per pizzicarsi col fuoriclasse argentino. Ecco, una cosa manca però a Leo: vincere con la Nazionale. In carriera, come detto, ha già vinto tutto, anche più di Maradona, eroe nazionale ancora venerato come una divinità. Il problema è che per consacrarsi definitivamente come una divinità al pari del Pibe, Leo deve portare la sua Nazionale sul tetto del Mondo. Solo questo gli permetterà di poter superare Maradona. La finale con la Germania era l'occasione di una vita, ma è andata male. Leo non ha brillato, o meglio, essendo ormai tutti abituati alle sue giocate e ai suoi dribbling, ciò che per un giocatore normale sarebbe straordinario, per lui ormai è ordinaria amministrazione: tutti si aspettano sempre di più. Ed ecco che una prestazione normale della Pulce diventa invece una prestazione pessima: ci sta, è il gioco del calcio e dei media che hanno bisogno di parlare dei grandi campioni. Ma allo stesso tempo non ci sta per niente: attaccare Messi, mettendo persino in dubbio il suo talento, è qualcosa di insensato. Sono attacchi gratuiti, che non rendono giustizia ad un giocatore che ha incantato il mondo dimostrando sul campo il suo valore. La Fifa ha consegnato a Messi il Pallone d'Oro del Mondiale, sollevando numerose critiche, dato la prestazione pessima (o normale, a seconda dei punti di vista) di Leo in finale. Sono critiche giuste e legittime, dato che il premio sarebbe potuto benissimo andare ad esempio a James Rodriguez, capocannoniere della competizione con sei gol, davanti a Mueller (5) e allo stesso Messi (4). Questo conferma forse come nel calcio, e soprattutto nella Fifa guidata ormai da troppo tempo da Blatter, ci siano dinamiche e pressioni politiche che devono soddisfare gli interessi particolari di qualcuno. In tal senso è curioso come la stessa Fifa abbia escluso l'argentino dalla top 11 dei Mondiali: ma scusate, non era stato il miglior giocatore ai Mondiali? Detto questo è giusto spezzare una lancia in favore di Messi: viene accusato di non essere stato decisivo in questo Mondiale e di non aver portato l'Argentina a vincere un titolo che manca dagli anni Settanta. Come se fosse solo colpa sua. Nessuno dice che è stata tutta l'Argentina a non brillare e non solo Messi: Higuain ha fatto un solo gol, anche se bello e decisivo contro il Belgio ai quarti, Palacio zero, così come Aguero e Lavezzi. Nessuno dice che Sabella ha lasciato a casa uno come Tevez, così come nessuno dice che se l'Argentina è arrivata dove è arrivata, lo deve proprio a Messi e a nessun altro: un gol alla Bosnia, due alle Nigeria e uno all'Iran, tutti decisivi, belli e fondamentali per la vittoria, senza contare che il gol allo scadere dei supplementari di Di Maria contro la Svizzera agli ottavi, nasce da una serpentina di Leo, che serve al compagno un assist al bacio. La colpa di Leo è stata quella di fermarsi lì, una volta arrivate le partite più importanti, e questo certamente non gli fa meritare fino in fondo il premio di miglior giocatore del torneo. Ma questo non gli può certo togliere il suo talento e il suo essere un campione in un calcio fatto più da modelli e calciatori-immagine che da uomini di sport.  

Immagine presa da www.lastampa.it 

mercoledì 16 luglio 2014

UN MONDIALE STRANO


Germania vs Argentina: 0 a 0. Come per gli altri turni eliminatori durante i Mondiali in Brasile anche la finale del torneo si decide ai supplementari. Il pareggio sembra essere l'esito della sfida, ma Goetze al 113' trafigge Romero regalando la Coppa del Mondo alla Germania, con tanto di esultanza della cancelliera Merkel in tribuna (e poi negli spogliatoi). Una Germania forte e straripante a tratti (chiedere al povero Brasile, spazzato via con un 7 a 1 eclatante), la quale ha dimostrato di essere superiore alle altre “grandi” del calcio. Una Germania che ci raggiunge a quota 4 Mondiali nell'albo d'oro, uno in meno del Brasile, il quale esce da questa competizione psicologicamente distrutto. Un Mondiale che doveva essere vinto dalla squadra di Scolari, dopo le innumerevoli proteste per le spese sostenute dal governo nell'organizzazione della competizione (proteste già cominciate l'anno scorso durante la Confederations Cup), sfociate in scioperi dei mezzi pubblici, tafferugli e boicottaggi: la vittoria non era solo una questione sportiva e di prestigio, ma anche e soprattutto una questione politica, sociale e purtroppo, di ordine pubblico (non a caso dopo la sconfitta in semifinale non sono mancati gli scontri). Un esito che purtroppo era prevedibile, data la qualità scarsa della rosa del Brasile, la quale, paradossalmente, spiccava di più nel reparto difensivo che in quello offensivo, grazie ai vari Julio Cesar, Thiago Silva, David Luiz, Marcelo, Maicon e Dani Alves. Eppure è bastata la squalifica di Thiago Silva per far crollare il reparto difensivo contro la Germania. Un Brasile scarso, il quale non è riuscito ancora a sostituire degnamente la generazione di grandi campioni che gli hanno permesso di vincere i Mondiali del 2002 in Corea e Giappone: Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho, Emerson, Roberto Carlos, Cafù, giusto per citarne alcuni, oggi sostituiti da Bernard, Fred, Jo e Hulk. Un Brasile aggrappato a Neymar, giocatore di grande talento ma forse considerato un fenomeno troppo presto, quasi fosse un dio, tanto da attaccare mediaticamente il colombiano Zuniga, colpevole, secondo i brasiliani, di aver deliberatamente abbattuto il giocatore del Barcellona: in realtà un semplice fallo, non cattivo, è stato ingigantito più del dovuto, quando a parti inverse, niente di tutto ciò sarebbe accaduto. È stato un Mondiale strano, che probabilmente non ha entusiasmato molto: è forse il segno che il calcio sta diventando sempre meno uno sport e sempre più una questione di soldi, marketing e pubblicità; insomma, sempre meno gioco e sempre più apparenza e fronzoli. Abbiamo visto per la prima volta lo spry col quale l'arbitro segnava la posizione del punto di battuta delle punizioni e il limite delle barriere, snaturando forse quello che è il bello del calcio: astuzia, strategia e un po' di malizia. Abbiamo visto per la prima volta la moviola in campo, in occasione del secondo gol della Francia contro l'Honduras, dove le immagini hanno confermato che la palla aveva oltrepassato la linea, con tanto di proiezione sui maxischermi dello stadio: in questo caso un fatto positivo, dopo la clamorosa svista in occasione della sfida Inghilterra vs Germania ai Mondiali del 2010, quando la terna arbitrale si perse clamorosamente un evidente gol di Lampard. É stato un Mondiale strano e sorprendente, con le clamorose e inaspettate qualificazioni agli ottavi di Costa Rica e Grecia, con le entusiasmanti prestazioni di Messico, Colombia e Cile, ma soprattutto con le deludenti eliminazioni di Italia, Spagna e Inghilterra. Ovviamente non si può non ricordare che uno degli eventi più sorprendenti è stato sicuramente il morso di Suarez a Chiellini, il quale gli è costato una bella squalifica data la sua recidività (ah, sorge spontaneo chiedersi: perché nessuna moviola in campo in questo caso?). Ma è stato anche un Mondiale con delle note positive, come il record di gol totali nella competizione del tedesco Klose (16, contro i 15 del Fenomeno Ronaldo), l'esplosione del talentuoso James Rodriguez, fantasista colombiano del Monaco, e la sorpresa Belgio, Nazionale piena di giovani talenti. Insomma, è stato un Mondiale nel quale è successo di tutto e di più, ma nel quale pochi si sono divertiti per davvero, a parte i tedeschi che oltre a dettar legge economicamente e politicamente, ora la dettano pure calcisticamente, grazie ad un campionato nazionale fatto di squadre sane nei conti, con stadi di proprietà sempre pieni e impianti all'avanguardia. La Germania, a differenza dell'Italia, è l'esempio di un Paese che ha saputo investire nel calcio. E intanto la Merkel balla, canta ed esulta coi giocatori, mentre il resto del mondo torna a casa a testa bassa.  


mercoledì 25 giugno 2014

Una eliminazione meritata

Sudafrica 2010 e Brasile 2014: Italia eliminata dalla competizione alla fase a gironi. Due eliminazioni clamorose: non accadeva dagli anni Sessanta di venire eliminati per due volte di fila al primo turno. Nel '62 la spedizione in Cile non riuscì a superare il girone che prevedeva come avversari i padroni di casa, la Svizzera e la Germania Ovest, mentre nel '66 fummo eliminati nel raggruppamento che prevedeva Corea del Nord, URSS e ancora una volta Cile. In quest'ultima occasione le modalità della disfatta rispecchiano la recente eliminazione subita ad opera dell'Uruguay di Tabarez: esordimmo battendo i cileni, per poi perdere con sovietici e nordcoreani. Il Mondiale inglese del '66 è quindi in qualche modo lo specchio del brutto Mondiale in Brasile, dove la vittoria contro l'Inghilterra nella prima partita ha illuso squadra e allenatore, incapaci di vincere contro il Costa Rica e almeno di pareggiare contro l'Uruguay. Una eliminazione che si somma alla brutta figura fatta in Sudafrica, quando il rientrato ct Campione del Mondo, Marcello Lippi, non riuscì a portare i suoi agli ottavi di finale. In quell'occasione l'ex allenatore di Juventus e Inter si dimise: dimissioni che sono state presentate anche dal ct Prandelli, il quale le ha definite "irrevocabili". Anche Abete, presidente della FIGC, ha presentato dimissioni "irrevocabili", in una conferenza stampa congiunta con l'ormai ex ct della Nazionale. Dimissioni dovute e inevitabili, in tutti e due i casi, e che sono espressione del "fallimento del progetto tecnico", come lo ha definito Prandelli. Un fallimento che rispecchia più in generale quello del calcio italiano, che va dalla decadenza degli stadi e degli impianti sportivi alla scarsa etica sportiva (vedi Calciopoli e scandalo scommesse), senza dimenticare l'elevato numero di giocatori stranieri nel nostro campionato a discapito dei giovani giocatori italiani che diventano la fortuna e il patrimonio delle squadre straniere. Un calcio in crisi che si traduce in società indebitate e quindi non sane e solide economicamente, ma soprattutto incapaci di competere a livello europeo e internazionale, come dimostra il crollo nel ranking Fifa e la progressiva perdita di posti nelle competizioni europee. Come sempre è facile dare la colpa all'allenatore e chiedere la sua testa: ammettiamo però che in questo caso non può che essere così. Prandelli ha raccolto le ceneri di una Nazionale ormai distrutta, dopo la disfatta dei Mondiali in Sudafrica, con l'obiettivo di riscattarla e riuscendo pian piano a ricostruirla dandole un'identità e delle regole: agli Europei del 2012 l'Italia è arrivata in finale, battendo squadre del calibro dell'Inghilterra e della Germania, dimostrando perlomeno una solidità difensiva e organizzativa; alla Confederations Cup del 2013 è arrivata terza, battendo ai rigori proprio l'Uruguay. Due risultati positivi, anche se erano evidenti alcuni limiti e alcune imperfezioni sui quali però era giusto lavorare nel tempo. Cosa che però non ha portato dei risultati ma una clamorosa disfatta. Il fallimento di Prandelli è quantomeno sorprendente e inspiegabile: la sua dedizione al lavoro e la sua precisione, che tanto bene gli hanno fatto fare nelle squadre di club, erano le qualità giuste per un allenatore in grado di portare dei risultati alla Nazionale. Invece questo Mondiale è nato male, fin dalle convocazioni: il ct non si è dimostrato chiaro nelle scelte, prolungando il mistero sui possibili convocati, ma soprattutto non è mai stato chiaro il modulo e gli uomini sui quali puntare. Sono stati convocati molti attaccanti esterni, come Cassano, Cerci e Insigne e due attaccanti centrali, Immobile e Balotelli. Con un attacco simile sarebbe stato logico giocare con una prima punta e due attaccanti esterni in grado di sfruttare le fasce e l'uno contro uno. Invece niente di tutto questo è stato fatto: il modulo usato da Prandelli, il 4-1-4-1, ha semplicemente imbottito la squadra di centrocampisti, finendo per lasciare solo Balotelli davanti. Altre scelte inspiegabili sono la scelta di Chiellini terzino e Marchisio esterno sinistro nelle prime due partite, ma a questo punto è inutile girare troppo il coltello nella piaga. Prandelli ha fatto delle scelte,  in buona fede e con un progetto tecnico preciso, che purtroppo non ha pagato. Ma ovviamente non è solo colpa dell'allenatore: probabilmente manca un profondo senso di responsabilità e di maturità in molti giocatori, in primis Balotelli, incapace, nonostante il suo talento e la fiducia in lui riposta, di prendersi sulle spalle le squadre in cui gioca. Manca una generazione di giocatori di spessore e non solo di talento, in grado di sostituire gradualmente la generazione dei Campioni del Mondo facendo fare un salto di qualità, come sta accadendo all'Olanda e alla Germania. Si potrebbero fare mille altre analisi tecniche sul calcio italiano, del quale questa Nazionale è l'emblema, ma dobbiamo ammettere una cosa: siamo noi italiani ad essere così, troppo spesso inconcludenti e bravi a parlare.  Una sola cosa è certa: questa è una eliminazione meritata. Evidentemente ci piace così, nel calcio come nella vita. 

mercoledì 18 giugno 2014

Esiste ancora la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione?

Gli ultimi giorni hanno visto la cronaca nera riempire le pagine dei giornali e gli spazi televisivi: prima il terribile triplice omicidio di Motta Visconti, dove il trentunenne Carlo Lissi ha ucciso la sua famiglia (moglie e due figli piccoli); poi l'annuncio (da anni atteso) dell'assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate trovata morta il 26 febbraio 2011 in un campo del bergamasco, individuato nella persona di Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore della zona. Due fatti che hanno sconvolto l'opinione pubblica italiana per la crudezza degli eventi: un uomo che stermina la famiglia perché la considera un <<ostacolo>> all'amore provato per una collega e un altro uomo che è accusato di aver seviziato e ucciso una adolescente dell'età dei propri figli. Quello che accomuna le due vicende, oltre alla follia omicida e alla violenza estrema, è il fatto che gli omicidi siano stati commessi da due padri di famiglia: su questo aspetto si potrebbe aprire un lungo dibattito sulla crisi della famiglia e del matrimonio nella nostra società, come un altro dibattito inerente sarebbe quello della follia che abita nell'uomo, capace di uccidere senza se e senza ma persone innocenti e indifese come i bambini, anche i propri. Ma non è questo il luogo adatto. Quello che lascia perplessi è la freddezza e il cinismo con il quale vengono trattate le due vicende dal sistema mediatico in maniera strumentale e inappropriata. Sulle homepage dei siti online dei quotidiani si sono moltiplicate in maniera smisurata le foto riguardanti la vita delle persone coinvolte: "poco male", penserete, per descrivere una vicenda è necessario dare il maggior numero di informazioni possibile. Vero, anche le fotografie sono un aspetto rilevante della cronaca giornalistica, informazioni in grado di descrivere più di interminabili articoli e riflessioni piene di congetture. Quello che non va bene è la strumentalizzazione di queste immagini, giocare cioè sull'emotività del lettore scatenando odio e risentimento verso i protagonisti "negativi" della vicenda, come se non bastassero già i fatti per condannarli. Mettere a ripetizione la foto del matrimonio fra l'assassino Lissi e la moglie è un modo un po' crudo di giocare sulla tragica fine della loro relazione, andando un po' oltre la legittima narrazione oggettiva dei fatti. Come strumentale è la serie di gallerie fotografiche dedicate a Bossetti, presunto assassino di Yara: foto prese dal suo profilo Facebook nelle quali viene ritratto in diversi aspetti quotidiani della sua vita privata, con l'obiettivo di tracciare un profilo psicologico dell'assassino, come se non ci fossero già degli esperti che queste cose le fanno di professione. Tema che è ben spiegato e approfondito in un articolo comparso nella giornata di ieri su Wired. La vicenda di Brembate rispetto a quella di Motta Visconti si differenzia però in un aspetto fondamentale: nel primo caso Bossetti è, per ora, solo accusato di essere l'assassino (anche se il Dna e le prove a suo carico lasciano poche altre possibilità), mentre nel secondo caso l'assassino ha confessato. "Fermato il presunto assassino di Yara", hanno titolato alcune testate giornalistiche. "Presunto", appunto. Autorità, istituzioni e media però ne hanno da subito parlato come fosse certo, creando una sostanziale confusione sulle posizioni formali ed ufficiali di chi di dovere: Alfano, Ministro dell'Interno, non ha esitato ad annunciare, anche via Twitter, l'esito delle lunghe indagini e il nome del (presunto) assassino, definendolo sostanzialmente come sicuro, salvo creare successivamente imbarazzo in Procura, dove si aspettavano maggior riserbo sulla vicenda, "anche a tutela dell'indagato", che ricordiamo essere ancora solo accusato e non condannato. Alfano ha cercato poi di rimediare alla gaffe con un tweet nel quale ricorda la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione, ma ormai inevitabilmente la frittata era fatta: la smania di fare una bella figura ha portato a farne una cattiva. Ormai purtroppo si sa, ciò che fa notizia sembra non rispondere più alle regole del buon senso e della giusta cronaca: lo scoop viene prima di tutto, poco importa se uno è accusato di un crimine o ne è invece ritenuto responsabile tramite un regolare processo e una condanna. Ciò che importa è che bisogna soddisfare la necessità di trovare un colpevole, scatenando una gogna mediatica che rischia però di trasformare in negativo la realtà, eliminando la differenza fra accusa e condanna. A scanso di equivoci è giusto sottolineare come l'accusa a Bossetti sia fortemente fondata, dopo lunghe e approfondite indagini rafforzate dai risultati del Dna, che si avvicinano alla quasi totale certezza. Il problema è il principio sbagliato: oggi è capitato ad un uomo quasi sicuramente responsabile, domani potrà capitare ad un semplice sospettato, magari poi innocente, la cui reputazione sarà comunque infangata e cancellata. 

lunedì 16 giugno 2014

Azzurri, attenti ai facili entusiasmi!

Pronti, via. Dopo le tante critiche ricevute dalla Nazionale di Prandelli per i due scarsi risultati nelle amichevoli pre-Mondiale (0 a 0 con l'Eire e 1 a 1 con il Lussemburgo), gli azzurri battezzano la competizione brasiliana con una bella vittoria per due reti ad una contro l'Inghilterra dell'ex tecnico interista Roy Hogdson. Una vittoria che dà fiducia ai nostri ragazzi e mette in discesa la strada verso la qualificazione agli ottavi, data la sconfitta inattesa dell'Uruguay contro il sorprendente Costa Rica. Proprio il Costa Rica sarà il nostro prossimo avversario e una vittoria contro la Nazionale dell'America Centrale ci permetterebbe la matematica qualificazione e buone probabilità di arrivare primi nel girone. Vittoria che forse in molti danno già per scontata, data la bella prestazione contro gli inglesi, dimenticando che i costaricani hanno battuto nettamente per 3 a 1 l'Uruguay di Cavani e dell'infortunato Suarez, arrivato quarto agli ultimi Mondiali in Sudafrica nel 2010 e vincitore della Coppa America nel 2011. Facile pensare che sia stato un caso, una delle tante sorprese che il calcio regala a chi lo segue. Ma attenzione: anche noi, italiani esperti di calcio, siamo abituati alle sorprese, in positivo come in negativo. È vero che abbiamo vinto i Mondiali del 2006 contro ogni aspettativa, dopo lo scandalo Calciopoli, ma è anche vero che siamo riusciti a confezionare una magra figura agli ultimi Mondiali in Sudafrica, nei quali non abbiamo ottenuto nemmeno una vittoria nel girone contro Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Due pareggi e una sconfitta che ci hanno rispediti in madre patria con tanto di sbeffeggio internazionale: un girone che dovevamo stravincere nel quale non siamo riusciti nemmeno ad arrivare secondi. Adesso il pericolo è proprio questo: rilassarsi dando per scontata la qualificazione dopo aver ottenuto i primi tre punti contro la squadra più ostica del girone. La stampa italiana celebra la prestazione tattica e cinica dei nostri, il gol di Balotelli e la bella prestazione di Candreva, la geometria di Pirlo e l'intesa con Verratti: tutto vero, tutto giusto. Ma è giusto anche guardare agli errori commessi e tenere alta l'attenzione: dopo il vantaggio ci siamo subito rilassati e fatti raggiungere dopo due minuti (colossale dormita di difesa e centrocampo nell'azione del pari inglese), ma soprattutto, diciamocelo, abbiamo vinto con intelligenza una partita difficile che poteva finire in qualsiasi modo. Non abbiamo dominato, non abbiamo schiacciato gli inglesi nella loro metà campo sommergendoli di tiri in porta. Insomma, non abbiamo vinto 5 a 1 contro la Spagna campione del Mondo e due volte campione d'Europa. Non è mai stato nelle nostre corde giocare in questo modo aggressivo, è vero. Tattica, attenzione, catenaccio e contropiede sono le nostre armi migliori (vedi Mondiali 2006). Ma proprio per questo bisogna essere prudenti e realisti: se la partita fosse finita in pareggio non ci sarebbe stato nulla da dire. Va bene l'entusiasmo di stampa e tifosi per la vittoria, necessario forse anche per scaricare un po' la tensione delle aspettative, ma teniamo i piedi per terra. Ricordiamoci che ogni volta che la Nazionale italiana è stata osannata e data per favorita, ha deluso le aspettative. A fari spenti invece, possiamo andare molto lontano.

#ForzaAzzurri!  



venerdì 18 aprile 2014

#graziegazebo

Così, senza neanche accorgercene, anche la seconda stagione di Gazebo è volata via. E ora? Cosa faremo al martedì, mercoledì e giovedì sera? Chi ci racconterà l'attualità e la politica dal dietro le quinte, con ironia e semplicità? Un altro Gazebo, un mix esplosivo di buona musica, giornalismo, creatività e simpatia non c'è, quindi per un po' di tempo dovremo accontentarci dei soliti ("noiosi") talk show politici e telegiornali. Dovremo fare a meno delle social top ten, dello #spiegonedamilano, della trepidante attesa di Mirco sotto Palazzo Chigi, delle strombettate di Giovanni e delle foto di Diego prima dell'inizio della puntata. Magari, quando ci verrà nostalgia, ci guarderemo su YouTube qualche capolavoro del genio Makkox, o metteremo a palla in macchina Pace Interiore! di Roberto. La politica continuerà ad essere quel noioso e scuro teatrino di giochi di palazzo, battute e controbattute, scandali e incoerenze, promesse e aspettative: la leggeremo sui giornali, la ascolteremo alla radio e la guarderemo alla tv. Quello che ci mancherà sarà viverla attraverso Gazebo. Ma l'attesa sarà breve: Gazebo va solo in vacanza, anche se siamo sicuri che Zoro&Co. continueranno a lavorare per noi, il suo amato pubblico. Intanto ripassiamoci gli appunti di hackeraggio del prof Salerno e proviamo a mettere in pratica i tutorial di Makkox, in attesa delle nuove inchieste di Zoro. Aspetteremo (im)pazienti la terza stagione. Per ora ci limitiamo a dire: #graziegazebo



Copyright Gazebo 



giovedì 27 marzo 2014

Il diavolo e l'acqua santa

Il talent show di Rai2, The Voice, ha visto partecipare nella recente puntata una ragazza di 25 anni che ha dimostrato grandi abilità canore. E quindi? Qual è la novità? E' normale, per un talent incentrato sulla musica. Sì, è vero. Ciò che ha ha lasciato sbalorditi tutti, in primis i coach del programma (J-AX, Raffaella Carrà, Piero Pelù e Noemi), è il fatto che questa ragazza fosse una suora. Esatto, una suora in tutto e per tutto, dal velo, all'abito e alla croce. Incredibili le facce dei quattro coach quando hanno visto che la voce che li aveva estasiati era quella di una "sorella"; soprattutto J-AX, che si è girato per primo, incitando poi i suoi colleghi a schiacciare il pulsante della poltrona per girarsi verso la concorrente: "Schiaccia! Schiaccia!". Cristina, o meglio, suor Cristina, ha incantato i quattro cantando la canzone No One di Alicia Keys, con uno stile dinamico, assorbita dalla musica. La sua voce ha fatto commuovere J-AX, che ha subito manifestato la volontà di prenderla nel suo team: "Io e te siamo imbattibili, lo sai perchè? Siamo il diavolo e l'acqua santa! Devi venire con me!". Noemi e Piero Pelù hanno provato a soffiarla al loro collega, senza però riuscirci: suor Cristina ha scelto J-AX, che è subito andato ad abbracciarla, entusiasta ed esultante. La Carrà è rimasta forse quella più sorpresa di tutti: "Senti, suor Cristina, ma come ti è venuto in mente di venire a The Voice?", "Beh, ho un dono, ve lo dono!", ha risposto prontamente la consacrata, dimostrandosi a suo agio davanti al pubblico e alle telecamere. Risposta prontissima anche ad un'altra domanda della Carrà, che le chiedeva: "Ma secondo te cosa si dice in Vaticano che ti sei presentata a The Voice?", "Ah non lo so, mi aspetto una telefonata da Papa Francesco! Lui ci invita ad uscire, ad evangelizzare, a dire che Dio non toglie niente, anzi, ci dona ancora di più!". Naturalmente la partecipazione di suor Cristina al programma e la sua brillante esibizione non hanno trovato solo consensi ed applausi: i maligni sostengono che fosse tutto organizzato, che la partecipazione di una suora al programma e la sorpresa dei coach fossero tutto un teatrino legato alla legge degli ascolti. Altri condannano suor Cristina definendola esibizionista, non condividendo la scelta di mescolarsi all'ambiente dello spettacolo, tanto meno attraverso scene come l'abbraccio con J-AX, non ritenuto, come Piero Pelù, un modello di cristianità. I maligni non tengono però conto delle reali doti di suor Cristina, vincitrice del Good News Festival, come ricordato anche da Padre Giacopuzzi, il quale si è mosso in prima persona per far partecipare la consacrata al programma dopo molte richieste e con i dovuti permessi. Suor Cristina ha messo in pratica l' "andare fuori" predicato e auspicato da Papa Francesco, che vede nella missionarietà una delle caratteristiche fondamentali del cristiano, il quale non deve essere missionario per forza andando lontano, ma testimoniando la propria fede attraverso la propria vita ai "vicini". Ha dimostrato e testimoniato come non bisogna avere paura di essere se stessi, in qualsiasi luogo e circostanza, ma soprattutto anche che allo stesso tempo non bisogna giudicare ed etichettare: si può cercare di incontrare l'altro, il "diverso", attraverso il dialogo e la condivisione di interessi e passioni. E l'abbraccio con J-AX ne è l'esempio perfetto.