mercoledì 4 gennaio 2017

UN SELFIE CON IL PAPA, IL DOCUMENTARIO DI RAI3


Domenica 1° gennaio è andato in onda, in prima serata su Rai3, il documentario "Un Selfie con Il Papa" (che potete guardare a questo link). Un documentario realizzato dal regista Michele Truglio, che ho avuto il piacere di intervistare per il periodico Il Regno e che mi ha raccontato di un progetto inedito il cui obiettivo era quello di conoscere Papa Francesco da una prospettiva diversa. Una sorta di spostamento dell'obiettivo nel quale a fare da filtro su un personaggio rivoluzionario come Bergoglio sono gli occhi della gente. 


La gente comune, con le difficoltà della vita di tutti i giorni, con i sogni per il domani e la speranza del bene. Insomma, di tutto quello che proprio il Papa cerca di parlare nelle sue omelie a Santa Marta, nelle sue visite pastorali, nei suoi incontri occasionali e tramite le sue preghiere. 

Un documentario tutto da scoprire e che permette davvero di far sentire la vicinanza del Papa come "uno di noi", disposto com'è a scambiare una parola, a baciare e benedire un bambino, a regalare una carezza e un sorriso. E perché no, anche a concedere un selfie. 

Buona visione!

mercoledì 7 dicembre 2016

LA POLITICA È ANCHE SENTIMENTO. BASTA CHE A GUIDARLA SIA LA VERITÀ

Photo Credit: usoeriuso.it 

Da un po' di anni a questa parte ho avuto modo di vivere l'esperienza di scrutatore al mio seggio elettorale. Comunali, regionali, europee, politiche, referendum: ogni tipo di votazione ha meccanismi diversi, non solo politici ma anche e soprattutto sociali. Sì, perché in fin dei conti il voto è anche uno strumento sociale che ci permette di esprimere la nostra idea, condivisibile o meno che sia. È quello strumento che ci permette di dire sì o no a qualcosa - come nel referendum di domenica - oppure di determinare i rappresentanti politici del nostro Comune/Regione/Parlamento. 

E ogni volta, volenti o nolenti, si va a votare anche con i sentimenti, è inutile negarlo. Capita di scrutinare e trovare schede con insulti, battute o scarabocchi, che sono espressione di rabbia, disappunto, rassegnazione. Ma anche un voto espresso correttamente - e con correttamente intendo non nullo - può essere espressione di sentimenti positivi o negativi. 

Certo, il voto è meglio che sia espressione di una scelta razionale e ponderata, ma la componente emotiva è imprescindibile in politica. Simpatie e antipatie fanno parte del gioco e sono le stesse campagne elettorali a determinarle. Sono gli stessi attori politici a far leva sulla pancia - e oserei dire anche sul cuore - degli elettori tirandoli da una parte o dall'altra e la conseguenza delle loro decisioni dentro la cabina elettorale non può che essere - nella maggior parte dei casi, non in tutti - che un voto di pancia (o di cuore). 

È quello che è successo anche domenica con il referendum costituzionale. Osservando le molte persone venute a votare (affluenza molto alta, segno che il referendum era particolarmente sentito) posso dire che il tempo passato dentro alla cabina elettorale è stato in media di due secondi. Questo vuol dire che la maggior parte delle persone è venuta a votare già con le idee chiare, senza aver bisogno di stare troppo tempo a leggere e rileggere il quesito referendario. 



Questo potrebbe voler dire che la gente ha tendenzialmente votato sì o no di pancia/cuore in base ad antipatie/simpatie o che semplicemente si era già informata conoscendo bene il quesito e i contenuti del referendum (superamento del bicameralismo perfetto, abolizione del CNEL, abolizione delle Province, riduzione dei costi della politica). Ovvio che tutti ci auguriamo sia stato il secondo caso a prevalere ma è inevitabile domandarsi se questo referendum sia stato davvero un atto politico sul merito o un voto personale su Renzi, principale autore e promotore della riforma che inevitabilmente o volutamente ha personalizzato questo voto.

Determinare se il 40% del sì sia un completo apprezzamento sull'ex (?) Presidente del Consiglio e il 60% del no una sua completa bocciatura è ancora troppo presto per dirlo: i motivi che hanno portato ai due voti sono molti, diversi e intrecciati fra loro e saranno probabilmente le prossime elezioni, con il senno di poi, a permettere di comprendere il risultato di domenica.

Di sicuro una cosa si può dire: anche fra chi ha votato sì c'è chi ha espresso un voto politico di pancia/cuore. Se fra chi ha votato no può aver prevalso la paura di un cambiamento incerto o l'avversità verso il Governo, fra chi ha votato sì può aver prevalso la speranza di un cambiamento atteso o l'apprezzamento verso il Governo e il suo operato. Al di là del merito sul quesito.

Nei giorni precedenti il voto il dibattito si è incentrato sul non votare di pancia e sul Renzi/nonRenzi. Come se i sentimenti negativi fossero gli unici non giustificabili. Ma è la politica, signori: giocare sulla sfera emotiva per far coincidere la speranza e il sogno con la propria figura politica e la paura con quella dell'avversario. E in questo hanno giocato tutti e due gli schieramenti: quello del no con le bufale sul referendum e quello del sì con la smentita di tali bufale (a suon di altre bufale) e l'idealizzazione della riforma costituzionale come via maestra di un futuro migliore. 

È la logica degli spot elettorali, degli slogan, di chi dice meglio cosa (vero o non vero che sia). È la comunicazione politica. È la campagna elettorale. È raccontare storie, ideali, progetti. È storytelling

In un precedente post avevo consigliato alcune fonti per votare informati, che è la vera discriminante per un voto coerente. Se la parte emotiva di pancia e di cuore è naturale, la corretta informazione è la prova del nove affinché le proprie simpatie/antipatie siano coerenti con la realtà dei fatti. Senza farsi ingannare da bufale e sentito dire. Perché diciamocelo: la politica è anche sentimento e negarlo è solo un nascondersi dietro a un dito. L'importante è che sia la verità a guidare i sentimenti e non viceversa.




sabato 26 novembre 2016

"MI PAR TI", LA POESIA IN PORDENONESE DI MASSIMO BUSET




Oggi, presso l'ex Convento San Francesco - luogo nevralgico per le iniziative culturali di Pordenone - Massimo Buset presenterà "Mi par ti", una raccolta di poesie nella parlato pordenonese che raccontano aneddoti, storie e personaggi della città di Pordenone. Alle 18.00 interverranno il presidente della Propordenone Giuseppe Pedicini, il vicedirettore del Messaggero Veneto Giuseppe Ragogna e Aldo Colonnello del circolo culturale Menocchio, che rispettivamente hanno pubblicato il libro, intervisteranno Massimo Buset nel racconto del libro e introdurranno all'evento. 

Per chi ama la nostra città e vuole conoscerla un po' di più quello di oggi è un appuntamento a cui non mancare, come si può leggere in questa intervista rilasciata da Massimo al Messaggero Veneto, nella quale esprime il suo amore per Pordenone attraverso il ricordo. E poi perché la poesia di Massimo - per me un amico oltre che una persona della quale nutro grande ammirazione e stima per la sua forza d'animo e la sua fede in Dio - è in grado di regalare allo stesso tempo emozioni, speranza e conoscenza. 

Ho avuto il piacere di intervistare Massimo due volte, sempre per la rivista Eventi. Nella prima occasione - era l'estate di un anno fa - ricordo il suo racconto personale di un rapporto forte con la poesia, ma ancor prima con le parole e il loro significato, spesso denso di emozioni. Un incontro nel quale si parlò proprio di Pordenone e delle sue storie. Ecco che quindi ripropongo qui, con piacere, i contenuti di quell'intervista, anzi, di quella chiacchierata su Dio, la sofferenza, la speranza e la bellezza delle parole cariche di un significato positivo. 

Massimo, come nasce la tua passione per la poesia?

È qualcosa che ha sempre fatto parte di me fin da quando ero bambino. Un qualcosa che scaturiva da una sorta di dialogo interiore nel quale sentivo il bisogno di cogliere e di trasmettere un messaggio. Ricordo che un giorno alle medie la mia professoressa di italiano si accorse che stavo scrivendo durante la lezione: all’inizio si arrabbiò ma quando capì che stavo scrivendo poesie fu subito contenta. Da lì in poi ho capito davvero che il mio dialogo interiore poteva essere poesia e da quel momento ne ho scritte tante. 

Come definiresti la tua poesia?

La mia poesia nasce da un ambiente di tribolata speranza nella drammaturgia della vita di ogni giorno, dove il dramma della vita si riferisce non solo alle mie sofferenze ma anche a quelle delle persone più semplici e a volte “maledette” perché non corrispondono ai classici canoni di bontà, dalla prostituta al barbone fino al “fuori di testa” che spesso si dimostra invece più “dentro di testa” di noi. Di pari passo però è una poesia nella quale è forte un’esperienza di fede cristiana, trasmessami dalle persone che mi sono sempre state vicine e a tanti testimoni che ho incontrato: una fede che ha certamente i suoi momenti di crisi e le sue cadute, così come il suo progredire – anche nel silenzio - in un desiderio di conoscenza che è un po’ il filo rosso della mia esistenza. 

In cosa consiste questo “filo rosso”?

Penso che se c’è una falsa drammaturgia della vita c’è anche una vera drammaturgia della vita che va oltre quello che noi umanamente concepiamo e dove possiamo trovare delle risposte che vengono da Dio. Non siamo stati creati a caso, senza motivo o per un inganno. 

In questa drammaturgia della vita che ruolo ha la sofferenza?

Ritengo la sofferenza una grande maestra, nonostante con essa abbia un rapporto di apprezzamento e di rifiuto al tempo stesso, perché la sofferenza mi pesa e mi pesa ancor più quella degli altri. Ma nonostante ciò mi ha aiutato ad evolvere nel pensiero e a lottare per vincerla nella speranza. E proprio la speranza è il messaggio di positività che cerco di trasmettere attraverso la poesia, perché ti permette anche di comprendere gli altri e di allargare la mente. È una scelta: la sofferenza può incatenarti portandoti alla disperazione oppure può spingerti a spalancarti aprendoti alla speranza attraverso la fede, che ne è la chiave. 

Cos’è per te la fede?

La fede nasce da un dialogo nel quale dire: “Ok, proviamoci, ci credo!”. Come ho detto prima ho avuto la fortuna di avere accanto a me tanti testimoni, a partire dalle persone più semplici, a volte anche sconosciute. Come ad esempio un barbone, che ogni tanto compariva nei luoghi più disparati per chiedermi come stavo. Ho ricevuto molto da don Angelo, dai missionari comboniani e da mons. Lozer. Durante l’adolescenza ho affinato la mia fede anche attraverso una giusta contestazione e una giusta coscienza critica nei confronti della Chiesa: non del suo senso e della sua missione ma delle sue strutture. 

Com’è nata la decisione di diventare diacono? 

La vocazione al diaconato è arrivata durante la lavanda dei piedi di un giovedì santo. Don Angelo mi battè una mano sulle ginocchia e mi disse: “Tu diventerai diacono”. Ricordo che alla fine della messa dissi a mia moglie Sofia: “don Angelo è diventato matto, ne ha sparata una delle sue!”. Io non ci pensavo proprio perché uscivo da un brutto periodo dove mi ero ammalato ed ero impossibilitato a lavorare: poi dopo un anno o due ricordo che durante una messa, quando don Angelo sollevò l’ostia alla Consacrazione, io la guardai e sentii chiaro e forte il desiderio di farmi diacono. Quando andai a dirglielo mi rispose “Va bene”, come per dire: “Sì lo so, te l’avevo già detto!”. Ritengo il diaconato un dono di Dio che convalida il mio desiderio di essere per gli ultimi, non solo per i bisognosi di pane ma anche per i bisognosi di considerazione, perché ognuno di noi è un portatore di qualche dono e di una missione.

Come descriveresti Dio? 

Se dovessi descrivere Dio lo descriverei come un arcobaleno, perché non riesco mai a racchiuderlo in una sola immagine. Ho tante immagini di Dio: può essere padre, madre, amico e alla fine mi viene in mente sempre tanta luce, tanti colori e tante espressioni che lo rendono infinito come la bellezza e come la poesia. 

Hai parlato prima degli ultimi. Che importanza ha per te il volontariato? 

Il volontariato penso debba essere mosso dall’attenzione alle relazioni dando tempo all’uomo. E questo serve in diversi campi: dal recupero dalle tossicodipendenze e dall’alcol fino all’aiuto alle ragazze madri. Il volontariato che personalmente amo di più è per me quello che nasce dalle occasioni quotidiane cercando l’uomo e rapportandosi con esso: una sorta di viandante che Dio mette sulla tua strada dandoti l’opportunità di porre al primo posto il servizio. 

Tornando nello specifico del tuo modo di intendere la poesia: quali sono gli ingredienti che ritieni fondamentali? 

Mi vengono in mente tre parole: sentimento, simbolo e messaggio. Sempre per cercare di produrre in me e negli altri il risveglio delle coscienze, sia per la propria dignità che per quella degli altri ma soprattutto senza dimenticare la Creazione, della quale cerco di cantare la bellezza attraverso la mia poesia e devo dire anche di difenderla. Tutti teniamo in ordine gli orti e i giardini delle nostre case ma penso sia ora di guardare anche oltre le nostre siepi, tenendo d’occhio la strada che tutti noi abbiamo davanti e che spesso smarriamo cadendo nell’abbruttimento: pensiamo a tutti i disastri che sfiancano il nostro pianeta ma anche le nostre città. 

C’è una poesia alla quale sei legato in maniera particolare? 

In genere è sempre l’ultima, perché fa parte di quel filo rosso che Qualcuno tiene in mano e che a volte rischio io stesso di spezzare. Proprio poco fa, prima di cominciare l’intervista, stavo abbozzando dei versi, che a volte nascono dalla contemplazione e delle altre vengono così, improvvisi. Stavo scrivendo così: “Maria, illogica, piena di grazia”. Una poesia alla quale sono affezionato è Profumi, che ho dedicato a mia moglie Sofia. 

Quali sono i momenti in cui ami scrivere? 

Il mio scrivere generalmente è improvviso: magari sto pregando o sto parlando con qualcuno e mi viene in mente qualche verso da scrivere. Ricordo che una volta non avevo con me nessun pezzo di carta e allora scrissi uno scritto di due o tre pagine su dei tovaglioli. Però il mio scrivere nasce anche dalle mie riflessioni e dai miei approfondimenti. Ultimamente mi capita di scrivere delle poesie che definisco didascaliche, come Lacrime, che recita così: “Terra arida, sonante d’acqua”. Ecco una piccola poesia, un pensiero. 

Oltre a scrivere poesie religiose e in italiano scrivi anche poesie in dialetto. Cosa rappresenta per te la poesia dialettale e qual è il messaggio che vuoi dare attraverso di essa? 

Qualcuno ha detto che un albero non può vivere senza radici. Io voglio ricordare a me stesso e agli altri che dobbiamo recuperare e curare le radici, non come cose da museo ma come essenza vitale per la nostra esistenza. La poesia dialettale è quindi suono, parola ancestrale, origine e radice dalla quale si sviluppa l’albero anche nella giusta dimensione di modernità. Non è solo ricordo e memoria ma anche uno strumento per cogliere scorci di Pordenone - come vicolo San Rocco e il Campanile di San Marco – da mantenere vivi. Attraverso la poesia dialettale cerco di mantenere vivi anche personaggi semplici che ho conosciuto in casa di riposo o che sono stati miei vicini di casa: ognuna di queste mie poesie ha un messaggio e l’obiettivo di dare voce a questi personaggi e ai colori delle loro sofferenze e delle loro speranze. 

Quali sono invece i riscontri dei lettori a proposito delle tue poesie? 

Devo dire che ho sempre ricevuto degli apprezzamenti, sia di persona che per mail: ad esempio per il recital “Rosso Risveglio” si sono complimentate tante persone. Ma gli apprezzamenti che mi piacciono di più sono quelli che escono fuori dai canoni, ad esempio: “La tua poesia mi ha talmente toccato il cuore che mi ha fatto piangere lacrime di sangue” – devo dire che mi sono anche un po’ sentito in colpa e mandai subito alla lettrice un’altra poesia! Inoltre sono contento quando i miei scritti vengono apprezzati per l’apertura alla speranza che cerco di trasmettere nei miei finali, a volte anche battendo forte per poter dare la possibilità di vedere la vita con un occhio diverso. Il mio obiettivo è quello di far pensare il lettore perché penso che oggi nella nostra società si pensi poco: sono convinto che ognuno di noi in fondo sia un poeta.

Ti viene più spontaneo scrivere in dialetto o in italiano? 

In passato scrivevo di più in italiano e lo scrivere in dialetto era sporadico e occasionale, mentre oggi è molto più frequente. Devo dire che la poesia dialettale è molto più diretta rispetto a quella scritta in italiano, che invece ha bisogno di essere letta più di una volta per essere compresa fino in fondo nel suo messaggio. 

Prima hai parlato di alcuni scorci di Pordenone. Ci sono dei luoghi che ritieni essere poesia o che ti sono di ispirazione in maniera particolare? 

Pordenone è una città violentata con un cuore piccolo architettonicamente ma che esprime grande arte: mi riferisco a tutto il centro di Pordenone e in particolare alle zone di San Marco e corso Vittorio Emanuele e di tutti i suoi vicoletti. Su Pordenone ho scritto una poesia che mi sta tanto a cuore e che amo molto perché le racchiude tutte – Filò – che parla della città e del Noncello e che inizia così: “Sol e Nonsel, se scambian caresse”. Ma ho anche scritto della città in maniera polemica in riferimento alle amministrazioni comunali perché credo che Pordenone meriti una cura maggiore, specie da noi cittadini. A volte mentre passeggio per il centro con Sofia mi capita di rimanere colpito da qualche dettaglio che genera in me poesia, magari mentre siamo seduti al tavolino di un bar a bere un caffè in mezzo alla gente che passa a piedi o in bicicletta. 

Che sensazioni ti ha lasciato la giornata del recital “Rosso Risveglio”? 

Il titolo “Rosso Risveglio” ha come significato un risveglio che nasce dal sangue e dalla sofferenza: un sangue che però è anche vita e la mia vita ha senso solo se diventa dono nella fatica del giorno, nella speranza, nel pensiero e nel dialogo con gli altri. Quando mi hanno fatto delle domande sul palco all’inizio ero un po’ a disagio ma dopo le prime due parole mi sono sentito bene e sicuro di me stesso perché quello che desideravo era comunicare con le persone per trasmettere un’esperienza e un messaggio di speranza. 

Hai qualche progetto in mente?

Un titolo che mi passa spesso per la mente è “Orazioni di Amore”, nel quale vorrei scrivere la poesia religiosa intramezzata da un altro tipo di poesia che è quella legata all’amore umano, come Profumi. Quello che per me è importante è scrivere tenendo conto del confronto, perché il dialogo ti aiuta ad emergere e a generare qualcosa che vale. Il pensiero chiuso è morto in partenza mentre quello aperto si allarga e riceve reciproci stimoli e reciproche risposte con chi entra in relazione con te. 





mercoledì 23 novembre 2016

REFERENDUM, SÌ VS NO: VOTARE INFORMATI




Mancano poco meno di due settimane a domenica 4 dicembre 2016, giorno in cui saremo chiamati a votare un referendum riguardante quella riforma costituzionale che tanto sta tenendo banco da un po' di mesi a questa parte su giornali, programmi radiofonici, social e telegiornali. 

Come in ogni referendum si contrappongono i due fronti: quello del no e quello del sì. Questo referendum è forse il più politicizzato come non accadeva da un po' di tempo: riguarda una riforma della Costituzione promossa dal governo Renzi e per questo motivo rischia di trasformarsi in un voto di giudizio sul Presidente del Consiglio piuttosto che sui contenuti della riforma. 

È quindi necessario più che mai scindere le due cose, per un voto che possa essere il più coerente possibile con la bontà o meno delle proposte e non un voto populista o da tifo da stadio. 

I CONTENUTI

Partiamo allora proprio dai contenuti: di cosa parla la riforma? 

1. Superamento del bicameralismo paritario
2. Ripartizione competenze statali e regionali (Titolo V della Costituzione)
3. Elezione del Presidente della Repubblica
4. Abolizione del CNEL (Consiglio Nazionale per l'Economia e il Lavoro)
5. Eliminazione delle Province

IL TESTO DEL QUESITO

Contenuti racchiusi nel testo del quesito che troveremo nella scheda referendaria: 

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?”

UN REFERENDUM NON ABROGATIVO

Leggendo il testo è evidente come, a differenza di molte altre occasioni, il referendum al quale saremo chiamati a rispondere sì o no non sarà abrogativo e in quanto tale non sarà necessario alcun quorum: l'esito sarà infatti determinato semplicemente dal numero dei votanti che si recheranno alle urne. Viene meno quindi il principio dell'astensionismo che vedeva i contrari al referendum ostacolarne la validità non esercitando il voto. 

IL TESTO DELLA RIFORMA

In questo post non esprimerò alcun giudizio nè sulle ragioni del no nè su quelle del sì, non sostenendo alcuna posizione. Semplicemente riporterò alcune fonti dalle quali informarsi nella maniera più chiara possibile. 

Partendo proprio dal testo della riforma che potete trovare in Gazzetta Ufficiale. 

LE RAGIONI DEL SÌ E QUELLE DEL NO

Come detto molte sono le ragioni dei due fronti, che potete trovare qui: 

1. Comitato del Sì - Basta un Sì
2. Comitato del No - Io Voto No 

APPROFONDIMENTI

Di seguito anche alcuni link per approfondire tutte le tematiche che riguardano il referendum. 




Ovviamente non poteva mancare il celebre Speciale referendum su La7 di Enrico Mentana, così come varrebbe la pena seguire il dibattito televisivo - moderato sempre da Mentana - fra il Presidente del Consiglio Renzi e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky:



Infine, #TBUtalksaboutcostituzione, lo speciale di The Bottom Up che approfondirà, con una serie di articoli, le ragioni del sì e quelle del no. 

Insomma, che votiate sì o che votiate no, l'importante è che lo facciate con senno. E andateci a votare, perché altrimenti a decidere saranno sempre gli altri. 


domenica 11 settembre 2016

THE FALLING MAN

The Falling Man, la fotografia scattata da Richard Drew
dell'Associated Press 
Dieci secondi. È il tempo che ci è mediamente voluto per morire gettandosi dalle finestre delle Torri Gemelle quell'ormai tragico 11 settembre 2001. È il tempo in cui mille pensieri hanno affollato la mente di chi stava precipitando con la consapevolezza di morire di lì a poco, di chi è stato costretto a scegliere come morire, senza l'opportunità al contrario di poter scegliere come salvarsi. Tremila morti in quel giorno che sono state vittime di quell'estremismo islamico che ancora oggi siamo costretti a combattere e che invece di essere debellato si è evoluto in qualcosa di più macabro. Tremila morti che rappresentano il pegno pagato dall'Occidente per politiche internazionali sbagliate e sfociate poi in guerre in nome di chissà quale ideale di democrazia che ancora oggi stiamo pagando e che ancora non sappiamo per quanto tempo ancora pagheremo.

"The Falling Man" è una fotografia che racconta quei dieci secondi in cui centinaia di persone hanno dovuto scegliere la morte per evitare la morte. Una foto che racconta la crudeltà del terrorismo, delle violenza, dell'intolleranza, del fondamentalismo religioso, dell'interesse politico. Una foto che racconta le vittime di tutto ciò e che oggi, a 15 anni di distanza da quel giorno che tanto ha segnato la storia dell'Occidente e del mondo intero, ci ricorda che nulla è cambiato.

LA STORIA DELLA CELEBRE FOTOGRAFIA RACCONTATA IN QUESTO ARTICOLO DE IL POST




sabato 3 settembre 2016

CHARLIE HEBDO E LA SATIRA MESCHINA

Dicono che se non sai capire (alcuni dicono anche apprezzare) le vignette di Charlie Hebdo, allora sei una persona limitata, intollerante, conservatrice, contro la libertà di espressione, incapace di capire l'ironia critica e di denuncia di un giornale che invece sa come raccontare al mondo la realtà di ciò che accade. Sì insomma, chi non capisce la satira (che satira non è) di Charlie Hebdo è una persona bigotta e priva di humor a cui piace fare il moralista.



E vabbè, sarò anche tutto questo e allora parto da un punto semplice: Charlie Hebdo mi fa schifo. O meglio, mi fa schifo la sua linea editoriale irrispettosa, volgare, presuntuosa e priva di buon senso. Ovviamente non per questo spezzerei le matite dei suoi "vignettisti", perché è vero, viviamo in una società dove la libertà d'espressione è (dovrebbe) essere sacra. Diciamo allora che se ci fossero meno giornaletti del genere l'informazione ne gioverebbe parecchio. Anzi, preciso: in primis a stare meglio sarebbe proprio la satira. Che diciamocelo, non ha niente a che fare con Charlie Hebdo.

La satira ha il compito di "colpire" con le parole e le immagini il potere e chi lo detiene, denunciando fatti e misfatti al fine di portare a una riflessione qualora questo potere non portasse al bene di una società. Ma ha dei limiti, quelli del rispetto e del buon senso, divenuti ormai un optional nella società del "faccio e dico quello che voglio".

Ieri il giornale francese ha pubblicato una vignetta che ritrae le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia la settimana scorsa come se fossero "penne al sugo di pomodoro", "penne gratinate" e "lasagne". Insomma, come ha titolato Charlie Hebdo, di fronte avevamo un bel "terremoto all'italiana". Proteste e indignazione si sono subito fatte strade sul web e il giornale satirico ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una nuova vignetta che recitava: "Italiani, non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case ma la mafia".

Eh sì, la mafia, quel caro biglietto da visita che ci presenta al mondo intero, ovviamente insieme alla pasta al pomodoro e alle lasagne che Charlie Hebdo ha prontamente disegnato. Anni fa il settimanale tedesco Der Spiegel ci aveva (noi, cara serva Italia) rappresentati come un piatto di spaghetti con una rivoltella sopra, ma lì ovviamente era giusto indignarsi, protestare per un pregiudizio nei confronti dell'Italia deviato dal comune "italiani pizza, mafia e mandolino".



Così come era giusto indignarsi quando Libero, nel novembre 2015 a seguito degli attentati terroristici a Parigi, aveva titolato "Bastardi islamici", titolo provocatorio, volgare, irrispettoso, razzista, politicamente scorretto. Ma quindi, che differenza c'è fra il titolo di Libero e la linea editoriale di Charlie Hebdo? Nessuna, se non che il primo lancia il sasso mentre il secondo lancia il sasso e nasconde la mano, usando la satira come maschera che tutto giustifica in nome della libertà di espressione.



Nei giorni successivi al becero attentato contro lo stesso Charlie Hebdo da parte di Al Qaeda i giornalisti del giornale francese sopravvissuti hanno vissuto lo shock di aver rischiato di perdere la vita e di aver visto amici e colleghi morire sotto i colpi dell'estremismo e del fanatismo islamico. Il Tempo oggi ha aperto la prima pagina con questa eloquente e significativa vignetta:




Sì è vero io ho quel brutto morbo della morale cristiana che dice "non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te". E quindi boh, penso che se il giorno dopo l'attentato a Charlie Hebdo fosse uscita davvero una vignetta del genere non credo che si sarebbero fatti davvero due risate. Non so, mi metterei nei panni di quei genitori che hanno perso dei figli sotto le macerie o di chiunque abbia perso una persona cara, vederseli rappresentati come delle penne al pomodoro. "Però oh, è la satira!".

Altri dicono: "L'hanno fatto anche con i loro morti, con quelli delle stragi di Parigi e di Nizza". Beh, signori, qui non si tratta di morti italiani o francesi, ma semplicemente di morti, che in quanto tali hanno il sacrosanto diritto di riposare in pace.

Che poi, da un giornaletto che ha avuto anche il coraggio di pubblicare una vignetta su Aylan, il bimbo di due anni trovato morto sulle coste turche dopo una traversata andata male, cosa mi dovrei aspettare? E anche lì tutti pronti a piangere e a battersi il petto.

Ma consiglio a questo punto la lettura del pensiero del vignettista Emilio Giannelli del Corriere della Sera, che titolando "Non si calpestano così trecento morti" ha detto tutto.

La posizione del vignettista Emilio Giannelli uscita oggi,
sabato 3 settembre 2016 , sul Corriere della Sera


Ma anche il Buongiorno di Massimo Gramellini dal titolo "Je suis o non Je suis" spiega ancora una volta meglio perché quella di Charlie Hebdo non è una vignetta satirica ma solo una provocazione di cattivo gusto.


Il Buongiorno di Massimo Gramellini uscito su La Stampa (3 settembre 2016)



Diceva bene in questi giorni Enrico Mentana su Facebook: "Charlie Hebdo è questo! Basta laicamente dire che una vignetta ci fa schifo". E allora sì, caro Charlie Hebdo: le tue vignette mi fanno schifo. E non perché fai satira, ma perché fai satira meschina. Se volevi davvero criticare la mafia italiana che costruisce case pericolanti potevi farlo in mille altri modi. Una cosa è certa: non rappresenti la libertà d'espressione.

sabato 16 luglio 2016

TURCHIA, DOPO IL TERRORISMO ECCO IL COLPO DI STATO

Sono passate poco più di due settimane dall'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul e la Turchia torna ad essere teatro di violenza. Dopo le 42 vittime e 239 feriti targati Isis ecco le almeno 190 vittime del colpo di Stato che la scorsa notte ha visto una frangia dell'esercito turco tentare di prendere il potere con l'obiettivo di destituire Erdogan in nome della libertà civile e politica. 

Recep Tayyip Erdogan, 12° Presidente della Turchia

Un tentativo fallito dopo una iniziale situazione nella quale Erdogan sembrava addirittura in fuga e richiedente asilo in Germania e - pare - Gran Bretagna senza trovare però accoglienza. Un Erdogan che intanto, tramite FaceTime, aveva invitato la popolazione a scendere in strada per difendersi da un colpo di Stato "illegittimo", sperando di far leva su quella maggioranza che comunque lo appoggia nel Paese. E infatti ecco che la risposta della popolazione è prontamente arrivata, con i militari costretti alla resa e adesso in odore di severe sanzioni da parte di un Erdogan che ha promesso che i responsabili "pagheranno duramente per il loro tradimento". 

Erdogan si rivolge alla popolazione tramite FaceTime in diretta sulla CNN turca

Quasi 3000 i soldati "ribelli" arrestati e prima accerchiati dalla popolazione pronta a reagire al colpo di Stato, come testimoniano le immagini pubblicate da Rai News.  Ma cosa ha portato al fallimento di questo colpo di Stato (che Erdogan attribuisce al nemico Fethullah Gulen, imam e politologo turco, dichiaratamente ostile al Presidente turco)? Probabilmente una serie di fattori, in primis una disorganizzazione nell'effettuazione dell'azione rivoltosa da parte di una minoranza dell'esercito che non ha trovato l'appoggio dei militari di rango alto. In secondo luogo una reazione della popolazione probabilmente inaspettata, dopo che i militari avevano bloccato il ponte sul Bosforo e istituito il coprifuoco. 

Un evento che ovviamente ha dei risvolti geopolitici importanti, sia per quanto riguarda la politica interna della Turchia, sia per quanto riguarda il suo ruolo di Stato "cuscinetto" e di mediazione fra l'Europa e il Medio Oriente. 

Di seguito alcuni link per maggiori approfondimenti: