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sabato 3 settembre 2016

CHARLIE HEBDO E LA SATIRA MESCHINA

Dicono che se non sai capire (alcuni dicono anche apprezzare) le vignette di Charlie Hebdo, allora sei una persona limitata, intollerante, conservatrice, contro la libertà di espressione, incapace di capire l'ironia critica e di denuncia di un giornale che invece sa come raccontare al mondo la realtà di ciò che accade. Sì insomma, chi non capisce la satira (che satira non è) di Charlie Hebdo è una persona bigotta e priva di humor a cui piace fare il moralista.



E vabbè, sarò anche tutto questo e allora parto da un punto semplice: Charlie Hebdo mi fa schifo. O meglio, mi fa schifo la sua linea editoriale irrispettosa, volgare, presuntuosa e priva di buon senso. Ovviamente non per questo spezzerei le matite dei suoi "vignettisti", perché è vero, viviamo in una società dove la libertà d'espressione è (dovrebbe) essere sacra. Diciamo allora che se ci fossero meno giornaletti del genere l'informazione ne gioverebbe parecchio. Anzi, preciso: in primis a stare meglio sarebbe proprio la satira. Che diciamocelo, non ha niente a che fare con Charlie Hebdo.

La satira ha il compito di "colpire" con le parole e le immagini il potere e chi lo detiene, denunciando fatti e misfatti al fine di portare a una riflessione qualora questo potere non portasse al bene di una società. Ma ha dei limiti, quelli del rispetto e del buon senso, divenuti ormai un optional nella società del "faccio e dico quello che voglio".

Ieri il giornale francese ha pubblicato una vignetta che ritrae le vittime del terremoto che ha colpito il Centro Italia la settimana scorsa come se fossero "penne al sugo di pomodoro", "penne gratinate" e "lasagne". Insomma, come ha titolato Charlie Hebdo, di fronte avevamo un bel "terremoto all'italiana". Proteste e indignazione si sono subito fatte strade sul web e il giornale satirico ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una nuova vignetta che recitava: "Italiani, non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case ma la mafia".

Eh sì, la mafia, quel caro biglietto da visita che ci presenta al mondo intero, ovviamente insieme alla pasta al pomodoro e alle lasagne che Charlie Hebdo ha prontamente disegnato. Anni fa il settimanale tedesco Der Spiegel ci aveva (noi, cara serva Italia) rappresentati come un piatto di spaghetti con una rivoltella sopra, ma lì ovviamente era giusto indignarsi, protestare per un pregiudizio nei confronti dell'Italia deviato dal comune "italiani pizza, mafia e mandolino".



Così come era giusto indignarsi quando Libero, nel novembre 2015 a seguito degli attentati terroristici a Parigi, aveva titolato "Bastardi islamici", titolo provocatorio, volgare, irrispettoso, razzista, politicamente scorretto. Ma quindi, che differenza c'è fra il titolo di Libero e la linea editoriale di Charlie Hebdo? Nessuna, se non che il primo lancia il sasso mentre il secondo lancia il sasso e nasconde la mano, usando la satira come maschera che tutto giustifica in nome della libertà di espressione.



Nei giorni successivi al becero attentato contro lo stesso Charlie Hebdo da parte di Al Qaeda i giornalisti del giornale francese sopravvissuti hanno vissuto lo shock di aver rischiato di perdere la vita e di aver visto amici e colleghi morire sotto i colpi dell'estremismo e del fanatismo islamico. Il Tempo oggi ha aperto la prima pagina con questa eloquente e significativa vignetta:




Sì è vero io ho quel brutto morbo della morale cristiana che dice "non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te". E quindi boh, penso che se il giorno dopo l'attentato a Charlie Hebdo fosse uscita davvero una vignetta del genere non credo che si sarebbero fatti davvero due risate. Non so, mi metterei nei panni di quei genitori che hanno perso dei figli sotto le macerie o di chiunque abbia perso una persona cara, vederseli rappresentati come delle penne al pomodoro. "Però oh, è la satira!".

Altri dicono: "L'hanno fatto anche con i loro morti, con quelli delle stragi di Parigi e di Nizza". Beh, signori, qui non si tratta di morti italiani o francesi, ma semplicemente di morti, che in quanto tali hanno il sacrosanto diritto di riposare in pace.

Che poi, da un giornaletto che ha avuto anche il coraggio di pubblicare una vignetta su Aylan, il bimbo di due anni trovato morto sulle coste turche dopo una traversata andata male, cosa mi dovrei aspettare? E anche lì tutti pronti a piangere e a battersi il petto.

Ma consiglio a questo punto la lettura del pensiero del vignettista Emilio Giannelli del Corriere della Sera, che titolando "Non si calpestano così trecento morti" ha detto tutto.

La posizione del vignettista Emilio Giannelli uscita oggi,
sabato 3 settembre 2016 , sul Corriere della Sera


Ma anche il Buongiorno di Massimo Gramellini dal titolo "Je suis o non Je suis" spiega ancora una volta meglio perché quella di Charlie Hebdo non è una vignetta satirica ma solo una provocazione di cattivo gusto.


Il Buongiorno di Massimo Gramellini uscito su La Stampa (3 settembre 2016)



Diceva bene in questi giorni Enrico Mentana su Facebook: "Charlie Hebdo è questo! Basta laicamente dire che una vignetta ci fa schifo". E allora sì, caro Charlie Hebdo: le tue vignette mi fanno schifo. E non perché fai satira, ma perché fai satira meschina. Se volevi davvero criticare la mafia italiana che costruisce case pericolanti potevi farlo in mille altri modi. Una cosa è certa: non rappresenti la libertà d'espressione.

martedì 20 gennaio 2015

SIAMO O NON SIAMO CHARLIE?


Le ormai note vicende di Parigi di più di dieci giorni fa hanno sconvolto la società francese e mondiale, facendo riemergere la minaccia del terrorismo islamico come non la si percepiva dall’11 settembre 2001. Ma parallelamente si è aperto un altro acceso dibattito, quello relativo alla libertà d’espressione. C’è chi sostiene che essa non debba avere alcun limite, ad esempio come scritto per il settimanale Internazionale da Philippe Ridet, corrispondente in Italia per il quotidiano francese Le Monde; c’è chi sostiene invece che Charlie Hebdo abbia passato il limite, andandosela un po’ a cercare, come sostenuto dal Financial Times in un editoriale; infine c’è chi, pur condannando apertamente la cruenta vicenda, si distacca dalla linea editoriale politicamente scorretta del periodico francese, non accettando l’offesa al credo religioso, sia esso musulmano o cristiano. #JeSuisCharlie è lo slogan che subito si è diffuso in sostegno di Charlie Hebdo, apparso su cartelli, manifesti, magliette, giornali e programmi televisivi, nelle piazze quanto sul web, ma è stato ed è soprattutto un messaggio che ha un significato ben preciso: la difesa incondizionata della libertà d’espressione come principio supremo della democrazia. Molti politici, giornalisti e semplici cittadini di tutta Europa hanno fatto proprio questo slogan identificandosi con il suo messaggio: “essere Charlie” significa sostenere, apertamente e in maniera convinta, la libertà d’espressione. Una libertà d’espressione che legittima anche una libertà di satira indipendente dal politicamente corretto e dal rispetto della sensibilità del credo religioso (questione sulla quale si potrebbe aprire un dibattito molto ampio, anche alla luce della regolamentazione giuridica della satira stessa). Eppure, a mente fredda, a distanza dai fatti di Parigi, sorge spontanea una domanda: ma siamo davvero tutti Charlie oppure no? Siamo cioè davvero a favore della libertà d’espressione senza confini e senza limiti, come la definiscono Ridet e molti suoi colleghi e come l’hanno dipinta molti all’interno dell’opinione pubblica? Quindi, cosa significa soprattutto che la libertà d’espressione “non deve conoscere confini” (cit. Ridet)? Significa, ad esempio, che anche l’insulto, la blasfemia e le aggressioni verbali potrebbero venire ad essere legittimati, con buona pace del rispetto, del dialogo e dei vari reati di vilipendio, diffamazione e reputazione (una libertà d’espressione senza limiti rende difficile definire un insulto o un’offesa, dato che essi sussistono quando si supera il limite del rispetto, del decoro e del buon senso). 

Quindi, cosa significa “essere tutti Charlie Hebdo”? Davvero siamo pronti a rispettare il pensiero altrui e il diritto ad esprimerlo, anche quando non ci va bene? In realtà sembrerebbe di no. Sabato a Milano si è tenuto un convegno, dal titolo “Contro i falsi miti di progresso”, tenuto da Mario Adinolfi, Costanza Miriano, Maurizio Botta e Marco Scicchitano, i quali hanno argomentato il loro punto di vista a riguardo della difesa della famiglia tradizionale, la loro contrarietà alla pratica dell’utero in affitto e la loro convinzione del diritto di un bambino ad avere un padre e una madre. Insomma, hanno organizzato un meeting aperto per confrontarsi su una tematica, una cosa normale in un paese democratico e rispettoso delle varie e differenti posizioni. Eppure tale convegno ha dovuto subire beceri attacchi mediatici da parte di Repubblica, che l’ha definito un convegno omofobo in quanto contro gli omosessuali (manipolando anche il numero di partecipanti al convegno, perché non sia mai che si sappia in giro che tremila persone la pensavano come Adinolfi, la Miriano e compagnia bella), senza che gli omosessuali venissero invece mai etichettati, additati e addirittura menzionati, e con tanto di disturbatore istruito ad hoc dalle Iene salito sul palco per provocare. 

Gli atti vandalici contro l'insegna
de La Croce


Nei pressi della redazione de La Croce, inoltre, un’insegna del quotidiano diretto da Adinolfi è stata presa a sprangate, mentre la sede della redazione di Tempi, periodico anch’esso di stampo cristiano, è stata imbrattata dalla scritta “Tempi merde omofobe e sessiste”, con tanto di escrementi lasciati in bella vista. Ma naturalmente gli organi di stampa e di informazione non parlano di tutto ciò, se non in maniera strumentale. Gli attacchi a Charlie Hebdo erano partiti con minacce, poi con una bomba molotov, infine con un atto di terrorismo in cui hanno perso la vita dodici persone. Charlie Hebdo era ed è un giornale critico nei confronti della religione, La Croce e Tempi invece no, ma a prescindere da questo, in entrambi i casi rappresentano l’espressione di un pensiero e sono pertanto uguali, con il medesimo diritto a dare voce all’opinione pubblica. Eppure nessuna manifestazione di solidarietà, nessun hashtag #IoSonoTempi o #IoSonoLaCroce. Quindi, siamo davvero tutti Charlie Hebdo? Siamo davvero a favore della libertà di pensiero in ogni caso, in ogni dove, per tutto e per tutti? Oppure per la libertà d’espressione ci sono figli e figliocci? 

giovedì 8 gennaio 2015

L'ATTENTATO A CHARLIE HEBDO E LA LIBERTÀ DI SATIRA


Rappresaglie contro numerose moschee e una sparatoria a sud di Parigi, nella quale è morta una poliziotta. Queste sono le conseguenze dell’attentato avvenuto ieri contro la sede del settimanale Charlie Hebdo, che ha visto due franco-algerini irrompere nella sede del giornale, incappucciati e armati, durante una riunione di redazione, facendo fuoco contro il direttore, Stephan Charbonnier, detto Charb, e i tre più noti vignettisti, Cabu, Tignous e George Wolinski.
(Immagine tratta da www.primissima.it)
Un attacco studiato nei dettagli e legato all’estremismo islamico: i due attentatori infatti hanno fatto irruzione urlando "Allah u Akbar"(Allah è grande), con l’intento di vendicare il profeta Maometto, offeso dalle numerose vignette satiriche pubblicate dal giornale parigino nel corso di questi anni (un quarto d’ora prima dell’attentato era stata inoltre twittata una vignetta riguardante al-Baghdadi, leader dell’ISIS). Il giornale era già stato minacciato a seguito delle vignette pubblicate nel 2006 che avevano scaturito una forte polemica in tutta Europa (in Italia il leghista Calderoli mostrò in tv una maglietta raffigurante una della vignette) e in tutto il mondo musulmano. Nel novembre del 2011 un incendio doloso distrusse la redazione del giornale, tanto da spingere le autorità a mettere sotto protezione l’edificio ospitante la sede di Charlie Hebdo. Protezione che non è però bastata ieri, quando due poliziotti sono stati freddati senza esitazione dai due attentatori. Tale dimestichezza con la morte e la violenza ha fatto subito pensare a due uomini addestrati, come si è poi certificato a seguito della loro identificazione: i due sarebbero riconducibili infatti ad Al Qaeda. L’attentato ha quindi una palese natura religiosa, per l’ennesima volta legata alla violenza, che rischia di far scaturire una sorta di guerra di religione. Il rapporto fra l’Islam e l’Occidente è una continua escalation di tensione e violenza, nella quale ne fanno le spese la società civile e quei musulmani che con il terrorismo e la jihad non vogliono avere nulla a che fare: poco tempo fa a seguito delle uccisioni degli ostaggi da parte dell’ISIS in nome dell’Islam molti musulmani avevano alzato la loro voce contro tale violenza, attraverso la campagna #NotInMyName. Grido che si sta ripetendo in queste ore, ma che deve fare ora i conti con una inevitabile crescente paura e diffidenza da parte degli occidentali: il fatto che i due attentatori siano nati e cresciuti in Francia fa capire come ormai Al Qaeda e l’ISIS trovino terreno fertile proprio in quell’Occidente che vogliono combattere, con l’obiettivo di distruggerlo dall’interno. In tutto questo può inserirsi facilmente un forte nazionalismo: in Italia il leghista Maroni ha ribadito ancora una volta la volontà di sospendere gli accordi di Schengen, mentre in Francia, paese europeo con la più alta percentuale di cittadini musulmani, a seguito dell’attentato il Front National di Marine Le Pen potrà rafforzare il suo consenso. Un attentato che è il più grave negli ultimi trent’anni della storia francese e che si aggiunge ai recenti fatti di Sydney e a quelli di Bruxelles dell’anno scorso, senza dimenticare quelli degli scorsi anni negli USA, a Londra e a Madrid. La Francia sta vivendo il suo 11 settembre, con immagini terribili che stanno facendo il giro del mondo in televisione quanto sul web, in particolare se si pensa all’agghiacciante uccisione del poliziotto (tra l'altro musulmano) davanti alla sede di Charlie Hebdo. Le autorità politiche di tutto il mondo hanno condannato fortemente l’attentato, da Obama a Hollande, fino a Putin, Renzi, Bergoglio e la Merkel, con la conseguente ed inevitabile allerta terrorismo. Anche la società civile si è mobilitata, con manifestazioni di solidarietà nelle grandi piazze europee: Parigi, Marsiglia, Lione, Stoccolma, Vienna, Roma, Milano, Berlino, Londra e Bruxelles sono state sedi di numerose veglie e fiaccolate, unite dal messaggio solidale #JeSuisCharlie, “Io sono Charlie”.
(Immagine tratta da www.nydailynews.com)
Tutti in difesa della libertà di espressione, della libertà di stampa e della libertà di satira, principi essenziali della democrazia. Ma c’è un però. Premessa la sacrosanta libertà di satira, viene da chiedersi quanto essa possa spingersi oltre quando si parla di religione, qualsiasi religione. La religione è sempre stata e sempre sarà oggetto di contese e divisioni, perché troppo spesso ricondotta ad una visione ideologica (quella stessa visione ideologica che porta agli attentati terroristici): il Financial Times ha pubblicato un editoriale nel quale si definisce “stupido” l’atteggiamento editoriale di Charlie Hebdo, in quanto provocatorio nei confronti dei musulmani. Una dichiarazione forte, ma che può e deve far riflettere: siamo sicuri che ritrarre una divinità in modo provocatorio sia semplice libertà di espressione e non anche blasfemia e offesa per intere comunità religiose? Di sicuro c’è solo che alle parole e alle vignette si è risposto con le armi, la violenza e la morte.