"Tutto è connesso. Comunicazione e media digitali per un umanesimo integrato e integrante". Questo il titolo dell'incontro del 9 e 10 ottobre andato di scena alla Cattolica di Milano in occasione dell'incontro in presenza di Anicec, il corso online per gli Animatori della Comunicazione e della Cultura organizzato dall'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI e proprio dall'Università Cattolica del Sacro Cuore. Una full immersion di due giorni nella quale molteplici sono stati gli spunti d'analisi e di riflessioni che i corsisti di Anicec hanno potuto affrontare, dal ruolo che i media digitali si stanno conquistando all'interno del panorama mediatico e sociale fino al ruolo che l'uomo e la società stessa devono assumere nei confronti dei cosiddetti new media.
La prima giornata ha visto don Ivan Maffeis, direttore dell'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. mons. Claudio Giuliodori, Assistente ecclesiastico generale dell'Università Cattolica, il prof. Francesco Botturri, Prorettore dell'Università Cattolica e la prof.ssa Chiara Giaccardi, direttore scientifico del corso ANICEC e responsabile del sito www.firenze2015.it animare la tavola rotonda all'interno della quale si è parlato delle prospettive presenti e future che la comunicazione è chiamata ad affrontare con l'avvento di Internet e del web 2.0, prima di una rapida visita al Padiglione Zero e a quelli della Caritas e della Santa Sede all'interno di Expo.
Don Ivan Maffeis ha sottolineato l'importanza di saper interpretare l'abbondanza di dati che in certi contesti può comportare l'espandersi di una cultura frammentata che non garantisce approfondimento e unità. Concetto elaborato partendo da una considerazione del prof. Botturi che ha ricordato l'importanza di promuovere una cultura dell'abitare il nostro tempo argomentandola attraverso tre provocazioni: 1) La comunicazione sociale è operatrice di connessione? 2) È possibile comunicare la verità? 3) È possibile un pudore ecclesiale? Oggi ciò che è oggetto della comunicazione è disponibile a tutti creando una sorta di universalizzazione nella quale ciò che non è invece disponibile finisce per non esistere, creando isolamento, esclusione ed autoreferenzialità. Inoltre una massa di informazioni non crea necessariamente conoscenza, aspetto che più volte risalta nella nostra società, dove la notizia selezionata e confezionata diventa un prodotto da vendere al pubblico anche a discapito della realtà delle cose. Infine altro aspetto non certo meno importante è il pericolo di violare la riservatezza della vita privata in nome di una eccessiva resa pubblica attraverso una condivisione sregolata di contenuti e informazioni.
Mons. Giuliodori ha posto altre quattro domande come spunto di riflessione: 1) Come vive la Chiesa italiana il tema della connessione? 2) Quali vantaggi e svantaggi nella iperconnessione? 3) Quale senso per la connessione? Quale direzione per la comunicazione? Il punto di partenza è sicuramente la necessità di sfruttare le tecnologie del tempo per evangelizzare nel mondo attraverso una connessione interna alla comunità ecclesiale e una connessione esterna con il resto della comunità in cui viviamo. Il tutto attraverso la ricerca di quella cultura dell'incontro promossa da Papa Francesco nella quale è importante saper dialogare e nella quale i media contribuiscono fortemente a creare e formare l'opinino pubblica. È quindi importante saper sfruttare al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie senza dimenticare che la connettività non deve tramutarsi in una iperconnessione dannosa all'essere umano. Bisogna cioè trovare un equilibrio nella connessione secondo il quale è importante saper anche essere disconnessi quando necessario! La connessione non deve quindi generare consenso attraverso la pubblicità in un processo secondo il quale gli input comunicativi diventano business e interesse economico: solo saper mantenere un senso vero delle cose permetterà di comunicare efficacemente, dando alla comunicazione stessa una direzione giusta.
E in questo senso la prof.ssa Giaccardi ha ribadito come la connessione non sia una prodotto della tecnologia in quanto prima del livello tecnologico domina il livello ontologico e antropologico della comunicazione. C'è cioè un primato della dimensione antropologica che permette di alimentare la cultura dell'incontro accrescendo la connessione fra gli uomini, tenendo a mente che prima di ogni mezzo di comunicazione viene l'uomo stesso. Il rischio è quello di una ideologia dilagante che deve essere combattuta da una fondamentale consapevolezza del limite, da una dimensione dell'umanesimo e da una integrazione di linguaggi che siano testimonianza e partecipazione attiva raccontando storie ed esperienze nel quale si predilige il dare rispetto al consumare.
Infine la seconda giornata ha visto la lezione del prof. Daniele Chieffi, Head of Web Media Relations, Social Media management and Reputation Monitoring di ENI, nella quale si è entrati nel mondo delle relazioni professionali all'interno del digitale cercando di capire come i social media hanno cambiato il modo di comunicare e come tali cambiamenti hanno cambiato le strutture organizzative di aziende e istituzioni. Il tutto anche attraverso un'esercitazione pratica all'interno dell'"Officina digitale" come campo di allenamento nell'ideazione di un piano strategico di digital communication.
Tanti gli argomenti su cui riflettere e ancora di più gli aspetti da scoprire e approfondire per una comunicazione sempre più incentrata sulla connessione ma senza dimenticare l'uomo come perno di una sana comunicazione.
"È difficile accettare una critica, soprattutto quando viene da un parente, un amico, un conoscente o un estraneo" (Franklin P. Jones)
venerdì 16 ottobre 2015
sabato 26 settembre 2015
IL DISCORSO INTEGRALE DI PAPA FRANCESCO ALL'ONU
"Signor
Presidente, Signore e Signori,
Ancora
una volta, seguendo una tradizione della quale mi sento onorato, il
Segretario Generale delle Nazioni Unite ha invitato il Papa a
rivolgersi a questa onorevole assemblea delle nazioni. A mio nome e a
nome di tutta la comunità cattolica, Signor Ban Ki-moon, desidero
esprimerLe la più sincera e cordiale riconoscenza; La ringrazio
anche per le Sue gentili parole. Saluto inoltre i Capi di Stato e di
Governo qui presenti, gli Ambasciatori, i diplomatici e i funzionari
politici e tecnici che li accompagnano, il personale delle Nazioni
Unite impegnato in questa 70.ma Sessione dell’Assemblea Generale,
il personale di tutti i programmi e agenzie della famiglia dell’ONU
e tutti coloro che in un modo o nell’altro partecipano a questa
riunione. Tramite voi saluto anche i cittadini di tutte le nazioni
rappresentate a questo incontro. Grazie per gli sforzi di tutti e di
ciascuno per il bene dell’umanità.
Questa
è la quinta volta che un Papa visita le Nazioni Unite. Lo
hanno fatto i miei predecessori Paolo VI nel 1965, Giovanni Paolo II
nel 1979 e nel 1995 e il mio immediato predecessore, oggi Papa
emerito Benedetto XVI, nel 2008. Tutti costoro non hanno risparmiato
espressioni di riconoscimento per l’Organizzazione, considerandola
la risposta giuridica e politica adeguata al momento storico,
caratterizzato dal superamento delle distanze e delle frontiere ad
opera della tecnologia e, apparentemente, di qualsiasi limite
naturale all’affermazione del potere. Una risposta imprescindibile
dal momento che il potere tecnologico, nelle mani di ideologie
nazionalistiche o falsamente universalistiche, è capace di produrre
tremende atrocità. Non posso che associarmi all’apprezzamento dei
miei predecessori, riaffermando l’importanza che la Chiesa
Cattolica riconosce a questa istituzione e le speranze che ripone
nelle sue attività.
La
storia della comunità organizzata degli Stati,
rappresentata dalle Nazioni Unite, che festeggia in questi giorni il
suo 70° anniversario, è una storia di importanti successi comuni,
in un periodo di inusitata accelerazione degli avvenimenti. Senza
pretendere di essere esaustivo, si può menzionare la codificazione e
lo sviluppo del diritto internazionale, la costruzione della
normativa internazionale dei diritti umani, il perfezionamento del
diritto umanitario, la soluzione di molti conflitti e operazioni di
pace e di riconciliazione, e tante altre acquisizioni in tutti i
settori della proiezione internazionale delle attività umane. Tutte
queste realizzazioni sono luci che contrastano l’oscurità del
disordine causato dalle ambizioni incontrollate e dagli egoismi
collettivi. È sicuro che, benché siano molti i gravi problemi non
risolti, è però evidente che se fosse mancata tutta quell’attività
internazionale, l’umanità avrebbe potuto non sopravvivere all’uso
incontrollato delle sue stesse potenzialità. Ciascuno di questi
progressi politici, giuridici e tecnici rappresenta un percorso di
concretizzazione dell’ideale della fraternità umana e un mezzo per
la sua maggiore realizzazione. Rendo perciò omaggio a tutti gli
uomini e le donne che hanno servito con lealtà e sacrificio l’intera
umanità in questi 70 anni. In particolare, desidero ricordare oggi
coloro che hanno dato la lorovita per la pace e la riconciliazione
dei popoli, a partire da Dag Hammarskjöld fino ai moltissimi
funzionari di ogni grado, caduti nelle missioni umanitarie di pace e
di riconciliazione.
L’esperienza
di questi 70 anni, al
di là di tutto quanto è stato conseguito, dimostra che la riforma e
l’adattamento ai tempi sono sempre necessari, progredendo verso
l’obiettivo finale di concedere a tutti i Paesi, senza eccezione,
una partecipazione e un’incidenza reale ed equa nelle decisioni.
Tale necessità di una maggiore equità, vale in special modo per gli
organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di
Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi
specificamente creati per affrontare le crisi economiche. Questo
aiuterà a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei
confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari
internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile
dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a
sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso,
sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà,
esclusione e dipendenza.
Il
compito delle Nazioni Unite, a
partire dai postulati del Preambolo e dei primi articoli della sua
Carta costituzionale, può essere visto come lo sviluppo e la
promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è
requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità
universale. In questo contesto, è opportuno ricordare che la
limitazione del potere è un’idea implicita nel concetto di
diritto. Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di
giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può
considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i
diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali. La
distribuzione di fatto del potere (politico, economico, militare,
tecnologico, ecc.) tra una pluralità di soggetti e la creazione di
un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli
interessi, realizza la limitazione del potere. Oggi il panorama
mondiale ci presenta, tuttavia, molti falsi diritti, e – nello
stesso tempo – ampi settori senza protezione, vittime piuttosto di
un cattivo esercizio del potere: l’ambiente naturale e il vasto
mondo di donne e uomini esclusi. Due settori intimamente uniti tra
loro, che le relazioni politiche ed economiche preponderanti hanno
trasformato in parti fragili della realtà. Per questo è necessario
affermare con forza i loro diritti, consolidando la protezione
dell’ambiente e ponendo termine all’esclusione.
Anzitutto
occorre affermare che
esiste un vero “diritto dell’ambiente” per una duplice ragione.
In primo luogo perché come esseri umani facciamo parte
dell’ambiente. Viviamo in comunione con esso, perché l’ambiente
stesso comporta limiti etici che l’azione umana deve riconoscere e
rispettare. L’uomo, anche quando è dotato di «capacità senza
precedenti» che «mostrano una singolarità che trascende l’ambito
fisico e biologico» (Enc. Laudato sì, 81), è al tempo stesso una
porzione di tale ambiente. Possiede un corpo formato da elementi
fisici, chimici e biologici, e può sopravvivere e svilupparsi
solamente se l’ambiente ecologico gli è favorevole. Qualsiasi
danno all’ambiente, pertanto, è un danno all’umanità. In
secondo luogo, perché ciascuna creatura, specialmente gli esseri
viventi, ha un valore in sé stessa, di esistenza, di vita, di
bellezza e di interdipendenza con le altre creature. Noi cristiani,
insieme alle altre religioni monoteiste, crediamo che l’universo
proviene da una decisione d’amore del Creatore, che permette
all’uomo di servirsi rispettosamente della creazione per il bene
dei suoi simili e per la gloria del Creatore, senza però abusarne e
tanto meno essendo autorizzato a distruggerla. Per tutte le credenze
religiose l’ambiente è un bene fondamentale (cfr ibid., 81).
L’abuso
e la distruzione dell’ambiente,
allo stesso tempo, sono associati ad un inarrestabile processo di
esclusione. In effetti, una brama egoistica e illimitata di potere e
di benessere materiale, conduce tanto ad abusare dei mezzi materiali
disponibili quanto ad escludere i deboli e i meno abili, sia per il
fatto di avere abilità diverse (portatori di handicap), sia perché
sono privi delle conoscenze e degli strumenti tecnici adeguati o
possiedono un’insufficiente capacità di decisione politica.
L’esclusione economica e sociale è una negazione totale della
fraternità umana e un gravissimo attentato ai diritti umani e
all’ambiente. I più poveri sono quelli che soffrono maggiormente
questi attentati per un triplice, grave motivo: sono scartati dalla
società, sono nel medesimo tempo obbligati a vivere di scarti e
devono soffrire ingiustamente le conseguenze dell’abuso
dell’ambiente. Questi fenomeni costituiscono oggi la tanto diffusa
e incoscientemente consolidata “cultura dello scarto”.
La
drammaticità di tutta questa situazione di esclusione e di inequità,
con le sue chiare conseguenze, mi porta, insieme a tutto il popolo
cristiano e a tanti altri, a prendere coscienza anche della mia grave
responsabilità al riguardo, per cui alzo la mia voce, insieme a
quella di tutti coloro che aspirano a soluzioni urgenti ed efficaci.
L’adozione dell’ “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”
durante ilVertice mondiale che inizierà oggi stesso, è un
importante segno di speranza. Confido anche che la Conferenza di
Parigi sul cambiamento climatico raggiunga accordi fondamentali ed
effettivi.
Non
sono sufficienti, tuttavia, gli impegni assunti solennemente,
anche quando costituiscono un passo necessario verso la soluzione dei
problemi. La definizione classica di giustizia alla quale ho fatto
riferimento anteriormente contiene come elemento essenziale una
volontà costante e perpetua: Iustitia est constans et perpetua
voluntas ius suum cuique tribuendi. Il mondo chiede con forza a tutti
i governanti una volontà effettiva, pratica, costante, fatta di
passi concreti e di misure immediate, per preservare e migliorare
l’ambiente naturale e vincere quanto prima il fenomeno
dell’esclusione sociale ed economica, con le sue tristi conseguenze
di tratta degli esseri umani, commercio di organi e tessuti umani,
sfruttamento sessuale di bambini e bambine, lavoro schiavizzato,
compresa la prostituzione, traffico di droghe e di armi, terrorismo e
crimine internazionale organizzato. È tale l’ordine di grandezza
di queste situazioni e il numero di vite innocenti coinvolte, che
dobbiamo evitare qualsiasi tentazione di cadere in un nominalismo
declamatorio con effetto tranquillizzante sulle coscienze. Dobbiamo
aver cura che le nostre istituzioni siano realmente efficaci nella
lotta contro tutti questi flagelli.
La
molteplicità e complessità dei problemi richiede
di avvalersi di strumenti tecnici di misurazione. Questo, però,
comporta un duplice pericolo: limitarsi all’esercizio burocratico
di redigere lunghe enumerazioni di buoni propositi – mete,
obiettivi e indicatori statistici –, o credere che un’unica
soluzione teorica e aprioristica darà risposta a tutte le sfide. Non
bisogna perdere di vista, in nessun momento, che l’azione politica
ed economica, è efficace solo quando è concepita come un’attività
prudenziale, guidata da un concetto perenne di giustizia e che tiene
sempre presente che, prima e aldilà di piani e programmi, ci sono
donne e uomini concreti, uguali ai governanti, che vivono, lottano e
soffrono, e che molte volte si vedono obbligati a vivere miseramente,
privati di qualsiasi diritto.
Affinché
questi uomini e donne concreti possano
sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere
degni attori del loro stesso destino. Lo sviluppo umano integrale e
il pieno esercizio della dignità umana non possono essere imposti.
Devono essere costruiti e realizzati da ciascuno, da ciascuna
famiglia, in comunione con gli altri esseri umani e in una giusta
relazione con tutti gli ambienti nei quali si sviluppa la socialità
umana – amici, comunità, villaggi e comuni, scuole, imprese e
sindacati, province, nazioni, ecc. Questo suppone ed esige il diritto
all’istruzione – anche per le bambine (escluse in alcuni luoghi)
– che si assicura in primo luogo rispettando e rafforzando il
diritto primario della famiglia a educare e il diritto delle Chiese e
delle altre aggregazioni sociali a sostenere e collaborare con le
famiglie nell’educazione delle loro figlie e dei loro figli.
L’educazione, così concepita, è la base per la realizzazione
dell’Agenda 2030 e per il risanamento dell’ambiente.
Al
tempo stesso, i governanti devono fare tutto il possibile affinché
tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per
rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una
famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale.
Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro
e terra; e un nome a livello spirituale: libertà dello spirito, che
comprende la libertà religiosa, il diritto all’educazione e gli
altri diritti civili.
Per
tutte queste ragioni, la
misura e l’indicatore più semplice e adeguato dell’adempimento
della nuova Agenda per lo sviluppo sarà l’accesso effettivo,
pratico e immeditato, per tutti, ai beni materiali e spirituali
indispensabili: abitazione propria, lavoro dignitoso e debitamente
remunerato, alimentazione adeguata e acqua potabile; libertà
religiosa e, più in generale, libertà dello spirito ed educazione.
Nello stesso tempo, questi pilastri dello sviluppo umano integrale
hanno un fondamento comune, che è il diritto alla vita, e, in senso
ancora più ampio, quello che potremmo chiamare il diritto
all’esistenza della stessa natura umana.
La
crisi ecologica, insieme
alla distruzione di buona parte della biodiversità, può mettere in
pericolo l’esistenza stessa della specie umana. Le nefaste
conseguenze di un irresponsabile malgoverno dell’economia mondiale,
guidato unicamente dall’ambizione di guadagno e di potere, devono
costituire un appello a una severa riflessione sull’uomo: «L’uomo
non si crea da solo. È spirito e volontà, però anche natura»
(BENEDETTO XVI, Discorso al Parlamento della Repubblica Federale di
Germania, 22 settembre 2011; citato in Enc. Laudato sì, 6). La
creazione si vede pregiudicata «dove noi stessi siamo l’ultima
istanza [...]. E lo spreco della creazione inizia dove non
riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto
noi stessi» (ID., Incontro con il Clero della Diocesi di
Bolzano-Bressanone, 6agosto 2008, citato ibid.). Perciò, la difesa
dell’ambiente e la lotta contro l’esclusione esigono il
riconoscimento di una legge morale inscritta nella stessa natura
umana, che comprende la distinzione naturale tra uomo e donna (cfr
Enc. Laudato sì, 155) e il rispetto assoluto della vita in tutte le
sue fasi e dimensioni (cfr ibid., 123; 136).
Senza
il riconoscimento di alcuni limiti etici naturali insormontabili
e senza l’immediata attuazione di quei pilastri dello sviluppo
umano integrale, l’ideale di «salvare le future generazioni dal
flagello della guerra» (Carta delle Nazioni Unite, Preambolo) e di
«promuovere il progresso sociale e un più elevato livello di vita
all’interno di una più ampia libertà» (ibid.) corre il rischio
di diventare un miraggio irraggiungibile o, peggio ancora, parole
vuote che servono come scusa per qualsiasi abuso e corruzione, o per
promuovere una colonizzazione ideologica mediante l’imposizione di
modelli e stili di vita anomali estranei all’identità dei popoli
e, in ultima analisi, irresponsabili. La guerra è la negazione di
tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si
vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre
proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le
nazioni e tra i popoli.
A
tal fine bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e
l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e
all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera
norma giuridica fondamentale. L’esperienza dei 70 anni di esistenza
delle Nazioni Unite, in generale, e in particolare l’esperienza dei
primi 15 anni del terzo millennio, mostrano tanto l’efficacia della
piena applicazione delle norme internazionali come l’inefficacia
del loro mancato adempimento. Se si rispetta e si applica la Carta
delle Nazioni Unite con trasparenza e sincerità, senza secondi fini,
come un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e non come uno
strumento per mascherare intenzioni ambigue, si ottengono risultati
di pace. Quando, al contrario, si confonde la norma con un semplice
strumento da utilizzare quando risulta favorevole e da eludere quando
non lo è, si apre un vero vaso di Pandora di forze incontrollabili,
che danneggiano gravemente le popolazioni inermi, l’ambiente
culturale, e anche l’ambiente biologico.
Il
Preambolo e il primo articolo della Carta delle Nazioni
Unite indicano
le fondamenta della costruzione giuridica internazionale: la pace, la
soluzione pacifica delle controversie e lo sviluppo delle relazioni
amichevoli tra le nazioni. Contrasta fortemente con queste
affermazioni, e le nega nella pratica, la tendenza sempre presente
alla proliferazione delle armi, specialmente quelle di distruzione di
massa come possono essere quelle nucleari. Un’etica e un diritto
basati sulla minaccia della distruzione reciproca – e
potenzialmente di tutta l’umanità – sono contraddittori e
costituiscono una frode verso tutta la costruzione delle Nazioni
Unite, che diventerebbero “Nazioni unite dalla paura e dalla
sfiducia”. Occorre impegnarsi per un mondo senza armi nucleari,
applicando pienamente il Trattato di non proliferazione, nella
lettera e nello spirito, verso una totale proibizione di questi
strumenti. Il recente accordo sulla questione nucleare in una regione
sensibile dell’Asia e del Medio Oriente, è una prova delle
possibilità della buona volontà politica e del diritto, coltivati
con sincerità, pazienza e costanza. Formulo i miei voti perché
questo accordo sia duraturo ed efficace e dia i frutti sperati con la
collaborazione di tutte le parti coinvolte.
In
tal senso, non mancano gravi prove delle
conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati
tra i membri della comunità internazionale. Per questo, seppure
desiderando di non avere la necessità di farlo, non posso non
reiterare i miei ripetuti appelli in relazione alla dolorosa
situazione di tutto il Medio Oriente, del Nord Africa e di altri
Paesi africani, dove i cristiani, insieme ad altri gruppi culturali o
etnici e anche con quella parte dei membri della religione
maggioritaria che non vuole lasciarsi coinvolgere dall’odio e dalla
pazzia, sono stati obbligati ad essere testimoni della distruzione
dei loro luoghi di culto, del loro patrimonio culturale e religioso,
delle loro case ed averi e sono stati posti nell’alternativa di
fuggire o di pagare l’adesione al bene e alla pace con la loro
stessa vita o con la schiavitù.
Queste
realtà devono costituire un serio appello ad
un esame di coscienza di coloro che hanno la responsabilità della
conduzione degli affari internazionali. Non solo nei casi di
persecuzione religiosa o culturale, ma in ogni situazione di
conflitto, come in Ucraina, in Siria, in Iraq, in Libia, nel
Sud-Sudan e nella regione dei Grandi Laghi, prima degli interessi di
parte, pur se legittimi, ci sono volti concreti. Nelle guerre e nei
conflitti ci sono persone, nostri fratelli e sorelle, uomini e donne,
giovani e anziani, bambini ebambine che piangono, soffrono e muoiono.
Esseri umani che diventano materiale di scarto mentre non si fa altro
che enumerare problemi, strategie e discussioni. Come ho chiesto al
Segretario Generale delle Nazioni Unite nella mia lettera del 9
agosto 2014, «la più elementare comprensione della dignità umana
[obbliga] la comunità internazionale, in particolare attraverso le
norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto il
possibile per fermare e prevenire ulteriori sistematiche violenze
contro le minoranze etniche e religiose» e per proteggere le
popolazioni innocenti.
In
questa medesima linea vorrei citare un altro tipo di conflittualità,
non sempre così esplicitata ma che silenziosamente comporta la morte
di milioni di persone. Molte delle nostre società vivono un altro
tipo di guerra con il fenomeno del narcotraffico. Una guerra
“sopportata” e debolmente combattuta. Il narcotraffico per sua
stessa natura si accompagna alla tratta delle persone, al riciclaggio
di denaro, al traffico di armi, allo sfruttamento infantile e al
altre forme di corruzione. Corruzione che è penetrata nei diversi
livelli della vita sociale, politica, militare, artistica e
religiosa, generando, in molti casi, una struttura parallela che
mette in pericolo la credibilità delle nostre istituzioni.
Ho
iniziato questo intervento ricordando le visite dei
miei predecessori. Ora vorrei, in modo particolare, che le mie parole
fossero come una continuazione delle parole finali del discorso di
Paolo VI, pronunciate quasi esattamente 50 anni or sono, ma di
perenne valore. «È l’ora in cui si impone una sosta, un momento
di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare,
cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro
destino comune. Mai come oggi [...] si è reso necessario l’appello
alla coscienza morale dell’uomo [poiché] il pericolo non viene né
dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi
risolvere molti dei gravi problemi che assillano l’umanità»
(Discorso ai Rappresentanti degli Stati, 4 ottobre 1965). Tra le
altre cose, senza dubbio, la genialità umana, ben applicata, aiuterà
a risolvere le gravi sfide del degrado ecologico e dell’esclusione.
Proseguo con le parole di Paolo VI: «Il pericolo vero sta nell’uomo,
padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle
più alte conquiste!» (ibid.).
La
casa comune di tutti gli uomini deve
continuare a sorgere su una retta comprensione della fraternità
universale e sul rispetto della sacralità di ciascuna vita umana, di
ciascun uomo e di ciascuna donna; dei poveri, degli anziani, dei
bambini, degli ammalati, dei non nati, dei disoccupati, degli
abbandonati, di quelli che vengono giudicati scartabili perché li si
considera nient’altro che numeri di questa o quella statistica. La
casa comune di tutti gli uomini deve edificarsi anche sulla
comprensione di una certa sacralità della natura creata.
Tale
comprensione e rispetto esigono un grado superiore di saggezza,
che accetti la trascendenza, rinunci alla costruzione di una élite
onnipotente e comprenda che il senso pieno della vita individuale e
collettiva si trova nel servizio disinteressato verso gli altri e
nell’uso prudente e rispettoso della creazione, per il bene comune
. Ripetendo le parole di Paolo VI, «l’edificio della moderna
civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di
sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo» (ibid.). Il
Gaucho Martin Fierro, un classico della letteratura della mia terra
natale, canta: “I fratelli siano uniti perché questa è la prima
legge. Abbiano una vera unione in qualsiasi tempo, perché se
litigano tra di loro li divoreranno quelli di fuori”.
Il
mondo contemporaneo apparentemente connesso,
sperimenta una crescente e consistente e continua frammentazione
sociale che pone in pericolo «ogni fondamento della vita sociale» e
pertanto «finisce col metterci l’uno contro l’altro per
difendere i propri interessi» (Enc. Laudato sì, 229).
Il
tempo presente ci invita a privilegiare azioni che
possano generare nuovi dinamismi nella società e che portino frutto
in importanti e positivi avvenimenti storici (cfr Esort. ap.
Evangelii gaudium, 223). Non possiamo permetterci di rimandare
“alcune agende” al futuro. Il futuro ci chiede decisioni critiche
e globali di fronte ai conflitti mondiali che aumentano il numero
degli esclusi e dei bisognosi.
La
lodevole costruzione giuridica internazionale dell’Organizzazione
delle Nazioni Unite e di tutte le sue realizzazioni, migliorabile
come qualunque altra opera umana e, al tempo stesso, necessaria, può
essere pegno di un futuro sicuro e felice per le generazioni future.
Lo sarà se i rappresentanti degli Stati sapranno mettere da parte
interessi settoriali e ideologie e cercare sinceramente il servizio
del bene comune. Chiedo a Dio Onnipotente che sia così, e vi
assicuro il mio appoggio, la mia preghiera e l’appoggio e le
preghiere di tutti i fedeli della Chiesa Cattolica, affinché questa
Istituzione, tutti i suoi Stati membri e ciascuno dei suoi
funzionari, renda sempre un servizio efficace all’umanità, un
servizio rispettoso della diversità e che sappia potenziare, per il
bene comune, il meglio di ciascun popolo e di ciascun cittadino.
La
benedizione dell’Altissimo, la
pace e la prosperità a tutti voi e a tutti i vostri popoli. Grazie"
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venerdì 25 settembre 2015
IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO AL CONGRESSO DEGLI STATI UNITI
"Signor
Vicepresidente, Signor Presidente della Camera dei Rappresentanti,
Onorevoli Membri del Congresso, Cari Amici, Sono molto grato per il
vostro invito a rivolgermi a questa Assemblea Plenaria del Congresso
nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”. Mi piace pensare
che la ragione di ciò sia il fatto che io pure sono un figlio di
questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e
verso il quale condividiamo una comune responsabilità. Ogni figlio o
figlia di una determinata nazione ha una missione, una responsabilità
personale e sociale.
La
vostra propria responsabilità come membri del Congresso è di
permettere a questo Paese, grazie alla vostra attività legislativa,
di crescere come nazione. Voi siete il volto di questo popolo, i suoi
rappresentanti. Voi siete chiamati a salvaguardare e a garantire la
dignità dei vostri concittadini nell’instancabile ed esigente
perseguimento del bene comune, che è il fine di ogni politica. Una
società politica dura nel tempo quando si sforza, come vocazione, di
soddisfare i bisogni comuni stimolando la crescita di tutti i suoi
membri, specialmente quelli in situazione di maggiore vulnerabilità
o rischio. L’attività legislativa è sempre basata sulla cura
delle persone. A questo siete stati invitati, chiamati e convocati da
coloro che vi hanno eletto. Il vostro è un lavoro che mi fa
riflettere sulla figura di Mosè, per due aspetti. Da una parte il
patriarca e legislatore del popolo d’Israele simbolizza il bisogno
dei popoli di mantenere vivo il loro senso di unità con gli
strumenti di una giusta legislazione. Dall’altra, la figura di Mosè
ci conduce direttamente a Dio e quindi alla dignità trascendente
dell’essere umano. Mosè ci offre una buona sintesi del vostro
lavoro: a voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della
legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto
umano. Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi,
all’intero popolo degli Stati Uniti.
Qui,
insieme con i suoi rappresentanti, vorrei cogliere questa opportunità
per dialogare con le molte migliaia di uomini e di donne che si
sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di
portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e –
un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie
famiglie. Sono uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di
pagare le tasse, ma, nel modo discreto che li caratterizza,
sostengono la vita della società. Generano solidarietà con le loro
attività e creano organizzazioni che danno una mano a chi ha più
bisogno. Vorrei anche entrare in dialogo con le numerose persone
anziane che sono un deposito di saggezza forgiata dall’esperienza e
che cercano in molti modi, specialmente attraverso il lavoro
volontario, di condividere le loro storie e le loro esperienze. So
che molti di loro sono pensionati, ma ancora attivi, e continuano a
darsi da fare per costruire questo Paese. Desidero anche dialogare
con tutti quei giovani che si impegnano per realizzare le loro grandi
e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e
che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato
dell’immaturità di tanti adulti.
Vorrei
dialogare con tutti voi, e desidero farlo attraverso la memoria
storica del vostro popolo. La mia visita capita in un momento in cui
uomini e donne di buona volontà stanno celebrando gli anniversari di
alcuni grandi Americani. Nonostante la complessità della storia e la
realtà della debolezza umana, questi uomini e donne, con tutte le
loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e
sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di
costruire un futuro migliore. Hanno dato forma a valori fondamentali
che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un
popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e
conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per
andare avanti e farlo con dignità. Questi uomini e donne ci offrono
una possibilità di guardare e di interpretare la realtà.
Nell’onorare la loro memoria, siamo stimolati, anche in mezzo a
conflitti, nella concretezza del vivere quotidiano, ad attingere
dalle nostre più profonde riserve culturali. Vorrei menzionare
quattro di questi Americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King,
Dorothy Day e Thomas Merton.
Quest’anno
ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del
Presidente Abraham Lincoln, il custode della libertà, che ha
instancabilmente lavorato perché “questa nazione, con la
protezione di Dio, potesse avere una nuova nascita di libertà”.
Costruire un futuro di libertà richiede amore per il bene comune e
collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà. Siamo
tutti pienamente consapevoli, ed anche profondamente preoccupati, per
la inquietante l’odierna situazione sociale e politica del mondo.
Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e
brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione.
Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno
individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo
essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo,
tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato
equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una
religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si
salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà
intellettuale e le libertà individuali.
Ma
c’è un’altra tentazione da cui dobbiamo guardarci: il
semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se
preferite, giusti e peccatori. Il mondo contemporaneo, con le sue
ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle,
richiede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe
dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere
liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il
nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli
assassini è il modo migliore di prendere il loro posto. Questo è
qualcosa che voi, come popolo, rifiutate. La nostra, invece,
dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di
giustizia. Ci è chiesto di fare appello al coraggio e
all’intelligenza per risolvere le molte crisi economiche e
geopolitiche di oggi. Perfino in un mondo sviluppato, gli effetti di
strutture e azioni ingiuste sono fin troppo evidenti. I nostri sforzi
devono puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere
gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei
popoli. Dobbiamo andare avanti insieme, come uno solo, in uno spirito
rinnovato di fraternità e di solidarietà, collaborando
generosamente per il bene comune. Le sfide che oggi affrontiamo,
richiedono un rinnovamento di questo spirito di collaborazione, che
ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti. La
complessità, la gravità e l’urgenza di queste sfide esigono che
noi impieghiamo le nostre risorse e i nostri talenti, e che ci
decidiamo a sostenerci vicendevolmente, con rispetto per le nostre
differenze e per le nostre convinzioni di coscienza.
In
questa terra, le varie denominazioni religiose hanno contribuito
grandemente a costruire e a rafforzare la società. È importante che
oggi, come nel passato, la voce della fede continui ad essere
ascoltata, perché è una voce di fraternità e di amore, che cerca
di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società. Tale
cooperazione è una potente risorsa nella battaglia per eliminare le
nuove forme globali di schiavitù, nate da gravi ingiustizie le quali
possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme
di consenso sociale. Penso qui alla storia politica degli Stati
Uniti, dove la democrazia è profondamente radicata nello spirito del
popolo americano. Qualsiasi attività politica deve servire e
promuovere il bene della persona umana ed essere basata sul rispetto
per la dignità di ciascuno. “Consideriamo queste verità come per
sé evidenti, cioè che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono
dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra
questi ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della
felicità” (Dichiarazione di Indipendenza, 4 luglio 1776). Se la
politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne
consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e
della finanza. Politica è, invece, espressione del nostro
insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter
costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità
che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella
giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua
vita sociale. Non sottovaluto le difficoltà che questo comporta, ma
vi incoraggio in questo sforzo.
Penso
anche alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a
Montgomery cinquant’anni fa come parte della campagna per
conseguire il suo “sogno” di pieni diritti civili e politici per
gli Afro-Americani. Quel sogno continua ad ispirarci. Mi rallegro che
l’America continui ad essere, per molti, una terra di “sogni”.
Sogni che conducono all’azione, alla partecipazione, all’impegno.
Sogni che risvegliano ciò che di più profondo e di più vero si
trova nella vita delle persone. Negli ultimi secoli, milioni di
persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno
di costruire un futuro in libertà. Noi, gente di questo continente,
non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta
eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo
che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati. Tragicamente, i
diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati
sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni, dal cuore della
democrazia americana, desidero riaffermare la mia più profonda stima
e considerazione. Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e
violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del
presente. Tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella,
non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato. Dobbiamo
decidere ora di vivere il più nobilmente e giustamente possibile,
così come educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al
loro “prossimo” e a tutto quanto ci circonda. Costruire una
nazione ci chiede di riconoscere che dobbiamo costantemente
relazionarci agli altri, rifiutando una mentalità di ostilità per
poterne adottare una di reciproca sussidiarietà, in uno sforzo
costante di fare del nostro meglio. Ho fiducia che possiamo farlo.
Il
nostro mondo sta fronteggiando una crisi di rifugiati di proporzioni
tali che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.
Questa realtà ci pone davanti grandi sfide e molte dure decisioni.
Anche in questo continente, migliaia di persone sono spinte a
viaggiare verso il Nord in cerca di migliori opportunità. Non è ciò
che volevamo per i nostri figli? Non dobbiamo lasciarci spaventare
dal loro numero, ma piuttosto vederle come persone, guardando i loro
volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che
possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre
umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi
comune: scartare chiunque si dimostri problematico. Ricordiamo la
Regola d’Oro: «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri
facessero a te» (Mt 7,12). Questa norma ci indica una chiara
direzione. Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione
con cui vorremmo essere trattati. Cerchiamo per gli altri le stesse
possibilità che cerchiamo per noi stessi. Aiutiamo gli altri a
crescere, come vorremmo essere aiutati noi stessi. In una parola, se
vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se
vogliamo opportunità, provvediamo opportunità. La misura che usiamo
per gli altri sarà la misura che il tempo userà per noi.
La
Regola d’Oro ci mette anche di fronte alla nostra responsabilità
di proteggere e difendere la vita umana in ogni fase del suo
sviluppo. Questa convinzione mi ha portato, fin dall’inizio del mio
ministero, a sostenere a vari livelli l’abolizione globale della
pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal
momento che ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una
inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla
riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini.
Recentemente i miei fratelli Vescovi qui negli Stati Uniti hanno
rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io
non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono
convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere
la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione. In
questi tempi in cui le preoccupazioni sociali sono così importanti,
non posso mancare di menzionare la serva di Dio Dorothy Day, che ha
fondato il Catholic Worker Movement. Il suo impegno sociale, la sua
passione per la giustizia e per la causa degli oppressi, erano
ispirati dal Vangelo, dalla sua fede e dall’esempio dei santi.
Quanto
cammino è stato fatto in questo campo in tante parti del mondo!
Quanto è stato fatto in questi primi anni del terzo millennio per
far uscire la gente dalla povertà estrema! So che voi condividete la
mia convinzione che va fatto ancora molto di più, e che in tempi di
crisi e di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di
solidarietà globale. Allo stesso tempo desidero incoraggiarvi a non
dimenticare tutte quelle persone intorno a noi, intrappolate nel
cerchio della povertà. Anche a loro c’è bisogno di dare speranza.
La lotta contro la povertà e la fame dev’essere combattuta
costantemente su molti fronti, specialmente nelle sue cause. So che
molti americani oggi, come in passato, stanno lavorando per
affrontare questo problema. Va da sé che parte di questo grande
sforzo sta nella creazione e distribuzione della ricchezza. Il
corretto uso delle risorse naturali, l’appropriata applicazione
della tecnologia e la capacità di ben orientare lo spirito
imprenditoriale, sono elementi essenziali di un’economia che cerca
di essere moderna, inclusiva e sostenibile.
«L’attività
imprenditoriale, che è una nobile vocazione, orientata a produrre
ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo
molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue
attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di
lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune»
(Enc. Laudato si’, 129). Questo bene comune include anche la terra,
tema centrale dell’Enciclica che ho recentemente scritto, per
«entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune»
(ibid., 3). «Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti,
perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci
riguardano e ci toccano tutti» (ibid., 14). Nell’Enciclica Laudato
si’ esorto ad uno sforzo coraggioso e responsabile per «cambiare
rotta» (ibid., 61) ed evitare gli effetti più seri del degrado
ambientale causato dall’attività umana. Sono convinto che possiamo
fare la differenza e non ho dubbi che gli Stati Uniti - e questo
Congresso – hanno un ruolo importante da giocare. Ora è il momento
di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura
della cura» (ibid., 231) e «un approccio integrale per combattere
la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso
tempo per prendersi cura della natura» (ibid., 139). Abbiamo la
libertà necessaria per limitare e orientare la tecnologia (cfr
ibid., 112), per individuare modi intelligenti di «orientare,
coltivare e limitare il nostro potere» (ibid., 78) e mettere la
tecnologia «al servizio di un altro tipo di progresso, più sano,
più umano, più sociale e più integrale» (ibid., 112). Al
riguardo, ho fiducia che le istituzioni americane di ricerca e
accademiche potranno dare un contributo vitale negli anni a venire.
Un
secolo fa, all’inizio della Grande Guerra, che il Papa Benedetto XV
definì “inutile strage”, nasceva un altro straordinario
Americano: il monaco cistercense Thomas Merton. Egli resta una fonte
di ispirazione spirituale e una guida per molte persone. Nella sua
autobiografia scrisse: “Sono venuto nel mondo. Libero per natura,
immagine di Dio, ero tuttavia prigioniero della mia stessa violenza e
del mio egoismo, a immagine del mondo in cui ero nato. Quel mondo era
il ritratto dell’Inferno, pieno di uomini come me, che amano Dio,
eppure lo odiano; nati per amarlo, ma che vivono nella paura di
disperati e contradittori desideri”. Merton era anzitutto uomo di
preghiera, un pensatore che ha sfidato le certezze di questo tempo e
ha aperto nuovi orizzonti per le anime e per la Chiesa. Egli fu anche
uomo di dialogo, un promotore di pace tra popoli e religioni. In
questa prospettiva di dialogo, vorrei riconoscere gli sforzi fatti
nei mesi recenti per cercare di superare le storiche differenze
legate a dolorosi episodi del passato. È mio dovere costruire ponti
e aiutare ogni uomo e donna, in ogni possibile modo, a fare lo
stesso. Quando nazioni che erano state in disaccordo riprendono la
via del dialogo – un dialogo che potrebbe essere stato interrotto
per le ragioni più valide – nuove opportunità si aprono per
tutti. Questo ha richiesto, e richiede, coraggio e audacia, che non
vuol dire irresponsabilità. Un buon leader politico è uno che,
tenendo presenti gli interessi di tutti, coglie il momento con
spirito di apertura e senso pratico. Un buon leader politico opta
sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» (Esort. ap.
Evangelii gaudium, 222-223).
Essere
al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente
determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti
conflitti armati in tutto il mondo. Qui dobbiamo chiederci: perché
armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere
indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta,
come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è
intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo
vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il
problema e fermare il commercio di armi. Tre figli e una figlia di
questa terra, quattro individui e quattro sogni: Lincoln, libertà;
Martin Luther King, libertà nella pluralità e non-esclusione;
Dorothy Day, giustizia sociale e diritti delle persone; e Thomas
Merton, capacità di dialogo e di apertura a Dio. Quattro
rappresentanti del Popolo americano. Terminerò la mia visita nella
vostra terra a Filadelfia, dove prenderò parte all’Incontro
Mondiale delle Famiglie. È mio desiderio che durante tutta la mia
visita la famiglia sia un tema ricorrente. Quanto essenziale è stata
la famiglia nella costruzione di questo Paese! E quanto merita ancora
il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento! Eppure non posso
nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata,
forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno.
Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la
base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre
l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita
familiare.
In
particolare, vorrei richiamare l’attenzione su quei membri della
famiglia che sono i più vulnerabili, i giovani. Per molti di loro si
profila un futuro pieno di tante possibilità, ma molti altri
sembrano disorientati e senza meta, intrappolati in un labirinto
senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione. I loro
problemi sono i nostri problemi. Non possiamo evitarli. È necessario
affrontarli insieme, parlarne e cercare soluzioni efficaci piuttosto
che restare impantanati nelle discussioni. A rischio di banalizzare,
potremmo dire che viviamo in una cultura che spinge i giovani a non
formare una famiglia, perché mancano loro possibilità per il
futuro. Ma questa stessa cultura presenta ad altri così tante
opzioni che anch’essi sono dissuasi dal formare una famiglia. Una
nazione può essere considerata grande quando difende la libertà,
come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla
gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e
sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per
la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con
il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e
semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton. In queste
note ho cercato di presentare alcune delle ricchezze del vostro
patrimonio culturale, dello spirito del popolo americano. Il mio
auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere,
in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e
dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare.
Dio benedica l’America!"
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martedì 22 settembre 2015
TRATTOLIBERO, UN GRUPPO DI SCRITTURA CREATIVA FRA MULTILINGUISMO E CREATIVITÀ
Tre le raccolte di racconti prodotte dal gruppo: “I Seminatori
di storie”, “Anchora Spero di Meglio” e “Inpaziente attesa”.
Un
Tratto unico ma Libero nato da Pordenonelegge
Medici,
giornalisti, attori, critici, tesorieri, artisti, studenti. Il tutto mescolato
con una grande passione per la scrittura. Cosa potrà mai uscire fuori da un mix
del genere? La risposta è semplice: il Trattolibero.
Vi starete domandando cosa mai sarà questo Trattolibero, questa parola che
rimanda a qualcosa di sconfinato, indipendente e forse anche un po’ anarchico.
Di libero, appunto. Ebbene il Trattolibero è un gruppo di scrittura creativa e
in quanto tale libera. Una sorta di piccola grande famiglia composta dagli
elementi più diversi tra loro che riescono però a creare un’armonia (quasi)
perfetta mettendo insieme il genio bizzarro di diverse personalità. Personalità
sciolte l’una dall’altra e slegate da catene dogmatiche che vengono così a
creare nel loro insieme un Tratto
unico, ma Libero. Lo so deve essere
una cosa complicata detta così ma è più semplice di quanto sembri: in sostanza siamo
undici persone appartenenti a culture, lingue e professioni diverse e fra le più
varie che condividono la passione per la scrittura attraverso esperienze,
mentalità e opinioni differenti fra loro che però creano un insieme ricco di
conoscenze. Da tutto ciò sfociano così fiumi di idee alle volte difficili da
domare ma entusiasmanti, come quando cavalchi un’onda e il tuo dovere è solo
quello di saperti lasciare trasportare senza avere la presunzione di dominare: “Quant’è bella giovinezza,/ che si fugge
tuttavia!/ Chi vuol essere lieto sia:/ di doman non c’è certezza” direbbe
Gianfranco - il critico del gruppo, colui che legge ogni nostro progetto in
cantiere verso il successo e la fama di scrittori affermati dispensando
critiche e consigli degni di un lettore incallito – citando un certo Lorenzo
De’ Medici.
Ecco,
il Trattolibero è nato così, da un insieme di idee piccole come gocce che però
poi sono diventate un fiume in piena. Un fiume le cui sorgenti sono undici
menti originali e uniche nel loro genere che si sono incontrate nel marzo del
2011 grazie al corso di scrittura creativa organizzato da Pordenonelegge in collaborazione con il Consorzio Universitario di
Pordenone: un vero e proprio Laboratorio sulla Narrazione guidato dai curatori
di pordenonelegge.it – il consueto
festival del libro che anima la nostra città nel mese di settembre – Gian Mario
Villalta e Alberto Garlini, dispensatori di dritte e consigli su come modellare
fino alla perfezione il talento e la passione per la scrittura per poi - chissà
- scrivere un giorno un romanzo di successo. Le prime gocce a comporre questo
fiume sono state le numerose serie di esercizi che i nostri maestri ci
assegnavano per casa, come dei veri e propri scolaretti alle prese con
tabelline e poesie da imparare: leggevamo in classe i nostri racconti portando
alla luce il nostro modo di scrivere, il nostro stile, la nostra personalità.
Abbiamo così iniziato a conoscerci, a darci consigli a vicenda e anche a
criticarci quando necessario: e proprio le critiche sono gli aspetti che uno
scrittore apprezza di più, perché esce da sé stesso, dal suo punto di vista e
dal suo egoismo – perché diciamocelo, chi ama scrivere è anche almeno un po’
permaloso e geloso del proprio lavoro. Ma questa armonia non andava persa e
così, una volta terminate le lezioni al corso di scrittura, abbiamo deciso di
continuare a incontrarci per poter condividere opinioni, punti di vista,
critiche e apprezzamenti sui nostri scritti, i nostri progetti e la nostra
comune passione per la parola scritta. Come conferma Anna, che fra un incontro
e l’altro del Trattolibero è riuscita anche a diventare mamma per ben due
volte: “Succede di passeggiare per il
centro di Pordenone e di essere attratto da una locandina con un disegno di
Snoopy. E succede che ti ritrovi a leggere di un corso di scrittura creativa, e
poi non sai bene come ma ti ritrovi iscritto, al corso, e finisce pure che ci
si inventa un dopo, che ci si trova a scrivere insieme, e non sai bene come sia
partito il tutto, ma questo è quello a cui si è arrivati. E da cui partiamo…”.
![]() |
| Il Numero Zero: "I Seminatori di storie" |
Undici
corsari di parole riuniti al Caffè Letterario davanti a un prosecco
Non ci
restava che scegliere il nostro covo da corsari di parole, il luogo di ritrovo
stabilito che potesse essere espressione dell’identità del gruppo che andava
formandosi. Così la scelta è caduta sul Caffè Letterario in Piazza della Motta,
nel quale abbiamo avuto il piacere di incontrarci una volta al mese per
condividere le nostre idee e che è stato – nel marzo 2012 - teatro della
presentazione della nostra prima raccolta di racconti dal titolo “I Seminatori
di storie”. Già, perché ad un certo punto ci siamo detti: “Ok, ci incontriamo, parliamo dei nostri racconti e dei nostri
progetti, chiacchieriamo serenamente davanti a un prosecco e delle patatine, ma
perché non andiamo oltre?”. Idee su idee, gocce su gocce e il nostro fiume
cominciava ad ingrossarsi e il Trattolibero cominciava a gattonare. Ecco che
abbiamo deciso così di fare un gioco: individuati cinque temi - #IlRestare,
#IlVestitoNero, #AlleCorde, #DonneInnamorate e #IlBivio - abbiamo
sorteggiato quattro coppie e un terzetto, dove il primo di ogni coppia ha
scritto un racconto a partire dal tema che gli era stato assegnato e il secondo
ha tentato di replicare al racconto del primo tenendo fede al tema e cambiando
il punto di vista. Ed è così che è nato il Numero Zero del Trattolibero, una
raccolta di racconti che ha celebrato il primo compleanno del gruppo e nella
quale il piacere di scrivere ci ha portati a mettere nero su bianco una parte
di noi, condividendola poi con parenti e amici. Un piccolo successo per chi
riesce a creare qualcosa attraverso l’aiuto reciproco, la collaborazione,
l’impegno e la passione, per poi trasmettere un messaggio a chi ti guarda
dall’esterno. E il messaggio è semplice: scrivere è prima di tutto un piacere e
un divertimento, una passione che ha come fine quello di comunicare sé stessi e
non quello di diventare per forza romanzieri in cima alle classifiche dei best
seller – certo, se un domani qualcuno di noi dovesse riuscirci, champagne per tutti! – ma soprattutto
qualcosa che fa bene a sé stessi, come dice Patrizia, buttatasi fra l’altro
nell’avventura universitaria con la matematica: “Hai presente quando ti dicono che ingrassare è come mettere una
corazza protettiva? Beh, leggere è una corazza ancora più potente. E scrivere è
una dieta molto efficace! Trattolibero è stata ed è la mia dieta, il menù che
ha sciolto il grasso protettivo e cacciato i radicali liberi. È una
freschissima misticanza multilingue dove ognuno ha messo la sua fogliolina
raccolta dal cespo personale di idee, pensieri e sentimenti, diversi ma comuni”.
La
scrittura come amica e compagna di vita
Con
questo spirito il Trattolibero è andato avanti, passando dal gattonare al
muovere i primi passi in piedi. Uno spirito mosso essenzialmente dalla
scrittura, una sorta di amica e compagna di vita che ha accompagnato molti di
noi sin dall’infanzia, come racconta Sabrina: “Sua madre racconta che, da bambina, Sabrina scriveva spesso i suoi
pensierini un po’ ovunque, persino sui sacchetti di carta del pane fresco. Poi
un giorno, alle scuole elementari, la maestra le assegnò il seguente tema: che
cosa vedo quando guardo fuori dalla finestra della mia cameretta. Dallo
scenario apparentemente insignificante in cui i suoi familiari scorgevano
soltanto un anonimo muro divisorio di cemento, lei trasse una descrizione di
otto facciate scritte fitte fitte. E da lì tutto ebbe inizio”. Inutile dire
che la piccola Sabrina adesso è diventata una giornalista e riempie pagine e
pagine per Il Gazzettino parlando di cronaca, cultura e spettacoli. Ma non è
stata solo Sabrina a crescere con carta e penna. Anche Carlos, il nostro dottore
sudamericano nativo della splendida Argentina, ha avuto sin da piccolo un
rapporto stretto con la scrittura: “Il
mio scrivere è una cosa che, dall’infanzia in Patagonia, un maestro, figlio
d’italiani mi lasciò come eredità: <<Quel che rimane scritto non è più
tuo, è per gli altri, che così possono condividere i tuoi pensieri, i tuoi
ricordi, i tuoi sogni e le tue esperienze>>”. Sentir parlare Carlos -
magari mentre legge un suo scritto - è sempre qualcosa di affascinante, con il
suo accento argentino che inevitabilmente ti porta a navigare con la mente
verso quel Sudamerica tanto ricco di bellezza e curiosità. E lo stesso accade
quando ascolti l’italiano addolcito e levigato di Rosa María, messicana che si
definisce “una tessitrice di racconti che
pensa e sente in due lingue” e per la quale “Trattolibero è diventato la bussola che mi guida alla finestra
infinita dalla quale guardare il mondo aldilà del visibile e con parole alate
far diventare possibile l'impossibile, tangibile l'intangibile, percettibile
l'impercettibile e verosimile l'inverosimile, in modo che lo sguardo dei due
universi paralleli che veleggiano dentro me coesista con la realtà. Ancora
riecheggia alle mie spalle la megalopoli di Città del Messico e allo stesso
tempo fluisce in me, come le calme acque di un fiume di poesia, l'Italia
gentile che mi ospita. Vedo Trattolibero come la sorgente dalla quale
abbeverare con acqua di vita l'erg del mio cuore italomessicano, dolcemente
ancorato e coraggiosamente galleggiante tra il vecchio ed il nuovo continente”.
“Anchora
Spero di Meglio”: undici racconti su un dettaglio architettonico della nostra
città
![]() |
| "Ancora Spero di Meglio - Racconti dell'Architrave" |
Con
questa ricchezza culturale abbiamo cercato di fare un passo in più, con
l’obiettivo di contribuire a raccontare il nostro territorio, la città in cui
viviamo, nella quale siamo nati o che ci ospita da anni. Così abbiamo dato vita
ad una seconda raccolta di racconti dal titolo “Anchora Spero di Meglio” - presentata
nel febbraio 2013 al PnBox – ispirandoci a un dettaglio architettonico della
nostra città: una scritta – Anchora Spero
di Meglio - incisa su un’architrave al numero civico 48 di corso Vittorio
Emanuele, dove nel 1674 fu costruito un ospizio con annessi chiesa e oratorio e
in seguito diventato sede delle prime scuole pubbliche di Pordenone, che ne
adottarono l’iscrizione a proprio motto. Una scritta ben visibile e nella quale
ci imbattiamo spesso quando passeggiamo per i portici del nostro centro storico
ma alla quale probabilmente non facciamo quasi mai caso, presi dai nostri
pensieri, dalle vetrine dei negozi o dalla fretta: ecco abbiamo deciso allora
di renderla più visibile questa scritta, inserendola in undici racconti ad essa
ispirati e che hanno la missione di darle diverse interpretazioni per capire,
in fondo, come e perché è importante sperare sempre di meglio nella vita.
Abbiamo così dato sfogo alla nostra fantasia, ai nostri sogni e alle nostre
speranze, cercando di legare il tutto attraverso questa scritta così bella e
viva. In fondo è stato un modo per conoscere ancora di più sé stessi, affidando
ancora una volta alle parole scritte l’arduo compito di raccontarsi, come dice
la nostra poliedrica organizzatrice Chiara: “La
mia vita è un’opera incompiuta come tante. Scriverla? … Perché no!”. A
volte scrivere serve a fare il punto della situazione e il quadro della propria
vita, ma non è sempre facile. Allora le parole scritte nel silenzio servono a
non disperderle nel rumore, a saperle leggere e poi ascoltare. Per chi ama
scrivere questo serve anche a sognare e in fondo è quello che cerchiamo di fare
noi privilegiati membri di questo gruppo di corsari sognatori: “Il Trattolibero mi permette di entrare nel
mondo di quelli che sognano”. Parola di Yigal, primario di Anestesia presso
l’ospedale di Pordenone e fresco autore del libro “Una vita qualunque”
(Giuntina, 294 pagine, 15 euro), nel quale ricostruisce le
memorie del padre Mitia Leykin tra le due guerre mondiali e l’Olocausto.
Trattolibero
a Pordenonelegge: “Raccontiamo il dolore”. Dolore e più dolor, se tace
![]() |
| "Inpaziente attesa" - illustrazione a cura di Glenda Sburelin |
Ma non
finisce qui. Goccia su goccia, idea su idea, il Trattolibero ha gattonato, si è
alzato in piedi, ha camminato ed è tornato da dove era partito: Pordenonelegge.
Da lì abbiamo cominciato e lì siamo tornati, stavolta in veste d’autori. In
occasione della XIV edizione di Pordenonelegge infatti il Trattolibero ha
presentato la sua terza raccolta di racconti dal titolo “Inpaziente
attesa”, all’interno del Congresso nazionale dell’Area
culturale Dolore della Società Italiana di Anestesia, riunito a Pordenone nei
giorni del festival. Il titolo dell’evento era “Raccontiamo
il dolore”. Dolore è più dolor, se tace - citando un celebre verso di
Giovanni Pascoli – e riassumeva il tentativo di raccontare il dolore fisico
attraverso brevi racconti, nei quali ancora una volta siamo stati chiamati a
misurarci con noi stessi, con le nostre esperienze e con le nostre
interpretazioni della realtà – in questo caso della realtà del dolore, una
bestia con la quale ogni uomo deve fare i conti prima o poi nella vita, ma che
può essere esorcizzata espellendola fuori, anche attraverso la scrittura. Durante
l’evento, come per le presentazioni dei primi due numeri, abbiamo letto al
pubblico degli estratti di ogni racconto, il tutto accompagnato dalla musica e
dalle sue note. I Camerieri italiani - ensamble di musicisti
pordenonesi che si propongono di rileggere in modo inedito i classici della
canzone italiana dagli anni '50 fino ad oggi – hanno accompagnato musicalmente
con il loro straordinario repertorio le letture dei nostri brani, affidate per
l’occasione all’estro e all’interpretazione del nostro attore Luca, che
ermeticamente spiega così la natura del nostro gruppo: “Ingannati da un annuncio con su scritto <<la casa editrice
Priscilla cerca inediti, anche racconti brevi>>, ci siamo ritrovati nel
giorno di San Pacomio, nei pressi di un convento francescano. Monaci scrivani
dell’era digitale comunichiamo attraverso un gruppo Google e durante i nostri
incontri offriamo libagioni in sacrificio al Grande Editor, che un giorno ci
pubblicherà tutti”. Eh sì, perché in attesa che il Grande Editor goda del
talento di ognuno di noi, continuiamo a sfornare idee raccogliendole in un
blog, che non poteva che chiamarsi Trattolibero (trattolibero.altervista.org).
Musica e scrittura: un
binomio fantastico fra note e parole scritte
Tornando alla musica:
essa è sempre stata centrale nel Trattolibero, come fonte di ispirazione per
molti di noi ma anche occasione di relax nella lettura, oltre che sottofondo
fondamentale nella presentazione dei nostri scritti, grazie ai repertori di
Nicolas Rosan, del maestro Gianni Fassetta e dei prima citati Camerieri
italiani, che con la loro musica hanno dato ritmo ed emotività alle nostre
catene di parole scritte su carta. Un binomio fantastico e perfettamente
complementare quello fra musica e scrittura, dove l’una esalta l’altra
reciprocamente: e in fondo la musica è fatta di parole e note scritte, così
come la scrittura di parole legate da armonia e musicalità. Scrivere una storia
o scrivere una canzone in fin dei conti è sempre una forma di narrazione, che
sia tramite un racconto o tramite la musica. E scrivere è dare forma ai propri
pensieri, conoscere sé stessi dall’esterno scoprendo i pregi e i difetti che i
nostri occhi non riescono a vedere. Scrivere è saper dare consistenza alle
proprie emozioni attraverso le parole, liberarsi dei pesi che non sappiamo
sopportare, esprimere le gioie che non sappiamo contenere: in poche parole
scrivere è lasciar parlare una parte di sé stessi.
Trattolibero: un gruppo
eterogeneo e multilingue tenuto insieme da un filo di lettere ed idee
E scrivere è lo
strumento del quale mi sto servendo per raccontare – a voi che state leggendo –
la storia del Trattolibero, un gruppo di scrittura e di scrittori che sta
continuando a imparare, giorno dopo giorno, a vivere la realtà e a
interpretarla attraverso l’arte della scrittura, cavalcando liberamente la
cresta dell’onda aspettando pazientemente e serenamente la prossima, goccia
dopo goccia, idea dopo idea. Il tutto con spontaneità, naturalezza e con la
voglia di confrontarsi, come dice la nostra grafica Laura, terza classificata
al Premio Letterario Nazionale "Per le Antiche Vie" con
il racconto “Il Creativo”: “La cosa bella di questo gruppo è stata la naturalezza della sua
formazione. La serendipità mette lo zampino in questo genere di esperienze: se
le cerchi di proposito non le trovi. Non è facile scrivere e leggere insieme
agli altri, a volte le parole riflettono come un prisma le tue mille sfaccettature,
le peggiori e le migliori. Bisogna prendersi la responsabilità del confronto e
non mentire a sé stessi, ma questo mette in luce le diversità e crea
collegamenti fra le generazioni. Non è poco”.
Questo breve excursus del nostro gruppo mi ha visto
narratore di tanti ricordi che ne tracciano l’identità e la bellezza, in un
collage di pensieri che esprimono la personalità di persone tanto diverse
quanto appassionate alla scrittura. Ma non posso non concludere con le parole
scritte ancora da Rosa Marìa e che in fondo sono le parole di tutti noi: “Eterogeneo e multilingue, Trattolibero siamo tutti ed
uno solo... a volte lontani tra di noi ma collegati da un filo di lettere ed
idee, così diversi ma uguali nella passione della scrittura che un venturoso giorno
ci unì in quest'avventura”.
ARTICOLO USCITO PER IL NUMERO DI SETTEMBRE DELLA RIVISTA "EVENTI" DI PORDENONE.
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